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lunedì 19 ottobre 2009

Ora di religione: un comunicato per una scuola laica

Comunicato congiunto di Associazioni e Comitati della Scuola Per la Scuola della Repubblica e Genitori democratici
Il comunicato è stato sottoscritto anche dalla Consulta romana per la laicità delle istituzioni, dall’Associazione “31 ottobre”, dal Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, dal Comitato Torinese per la Laicità della Scuola, dal Movimento di Cooperazione Educativa, dalla Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, da DEMOCRAZIA LAICA, dalla FNISM, dall’associazione Giuditta Tavani Arquati, dall’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
COMUNICATO
Le difficoltà che in questo inizio d’anno scolastico ricadono pesantemente su coloro che non scelgono l’insegnamento della religione cattolica (IRC) inducono le nostre associazioni a intervenire pubblicamente a sostegno delle denunce di genitori, studenti, insegnanti.
A noi si rivolgono genitori democratici, studenti che credono nella laicità della scuola e si vedono costretti a subire discriminazioni senza che venga loro riconosciuto il rispetto di un diritto costituzionalmente garantito. Alle purtroppo frequenti violazioni arbitrarie del passato si aggiunge quest’anno l’alibi della scarsità di personale scolastico a causa dei pesanti tagli ai bilanci delle scuole e della grande riduzione del numero di insegnanti.
RIBADIAMO CON FORZA che sia il Nuovo Concordato (1984), sia le leggi applicative, sia pronunciamenti della Corte Costituzionale e della Giustizia Amministrativa, le stesse circolari ministeriali IMPONGONO LA PIENA FACOLTATIVITA’ DELL’IRC, e, contestualmente, il pari diritto di coloro che non si avvalgono a veder rispettate le proprie libere scelte : un’attività formativa con apposito docente, studio individuale libero o assistito, la possibilità di assentarsi dalla scuola. Trattandosi di DIRITTI è obbligo dell’amministrazione scolastica assicurarne la fruibilità .
Coloro che non scelgono l’IRC non possono venire trasferiti come pacchi da una classe all’altra, o essere costretti a rimanere in classe durante l’irc come “uditori”, o essere invitati a uscire dalla scuola per non creare problemi, se ciò non corrisponde a una spontanea richiesta.
CI RIVOLGIAMO pertanto ai DIRIGENTI SCOLASTICI, agli ORGANI COLLEGIALI delle scuole affinché prendano in esame tutte le possibili soluzioni, e, in caso di assoluta conclamata impraticabilità a garantire un’attività alternativa se richiesta NON ESITINO A RIVOLGERSI ISTITUZIONALMENTE AL MINISTERO P.I. PER OTTENERE SUBITO LE RISORSE NECESSARIE.
Ai GENITORI e agli STUDENTI non avvalenti raccomandiamo di mantenere ferma senza compromessi la rivendicazione del diritto alla propria dignità, di non tollerare che chi sceglie l’IRC- insegnamento facoltativo confessionale - fosse anche un solo alunno - disponga dal primo giorno di scuola di un apposito docente, mentre NULLA E’ PREVISTO PER CHI USUFRUISCE DEL NORMALE ORARIO SCOLASTICO DI UNA SCUOLA LAICA.
Il diritto alla libertà di coscienza è un diritto non negoziabile, riguarda la singola persona e non può essere questione di maggioranza o minoranza.
Ricordiamolo sempre!

martedì 29 settembre 2009

Dottori cercasi

di Tiziana Moriconi

Tra dieci anni in Italia mancheranno i medici, soprattutto chirurghi, urologi, ortopedici e quelli generali. Ecco i dati del centro studi Fnomceo, commentati dal segretario nazionale della federazione, Gabriele Peperoni

Nel 2017 undici milioni di pazienti potrebbero rimanere senza medico di famiglia. In più, tra dieci anni rischiamo di ritrovarci con 30.000 ospedalieri in meno, soprattutto cardiochirurghi e ortopedici, e dovremo importarli dall’estero come sta già accadendo in Gran Bretagna. Perché? E' colpa dell’attuale sistema del numero chiuso per l’accesso alla facoltà, la mancanza di una programmazione e l’alta mortalità studentesca, che ha raggiunto una media di oltre il 28 per cento. A disegnare il futuro demografico dei medici in Italia è stata la Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) durante il workshop di studio “Formazione pre laurea e specialistica”, svoltosi a Bari lo scorso 17 settembre. Galileo ne ha parlato con Gabriele Peperoni, segretario nazionale della federazione.

Dottor Peperoni, davvero corriamo il rischio di restare senza medici?
“Sono 15 anni che esiste il numero chiuso nelle facoltà di medicina. Quest’anno abbiamo avuto circa 8.000 iscritti, lo scorso appena 6.000 (qui i dati): se si confrontano i numeri con la popolazione dei medici che oggi hanno oltre sessant’anni e stanno per andare in pensione salta agli occhi che, a meno di un’inversione di tendenza, i nostri giovani non basteranno, soprattutto perché la popolazione continuerà a invecchiare. Oggi c’è una sottoccupazione, non proprio una disoccupazione, ma si prevede una carenza di 35.000 medici tra dieci anni, e di 63.000 tra venti. In realtà, a meno di non prendere provvedimenti, si pensa che questo quadro sia persino ottimistico”.

Perché?
“Non tiene conto dell’altissima mortalità studentesca delle nostre università, tra le maggiori in Europa. In media, ogni anno il 28,6 per cento degli studenti, anche del quarto anno, abbandona la facoltà. Anche qui, pensiamo che il problema sia nella modalità di accesso. L’attuale sistema dei test è superato e si è dimostrato non valido. Per di più non riesce in alcun modo a valutare la propensione all'ascolto e al servizio che un medico dovrebbe avere”.

Quindi proponete di liberalizzare accessi a medicina?
“No, non è possibile neanche questo, perché quasi nessuna università è in grado di garantire una adeguata preparazione a un alto numero di studenti, soprattutto nella fase di specializzazione. Bisognerebbe aumentare il numero degli iscritti selezionando gli studenti in base ai curricula e dar loro modo, dove possibile, di frequentare qualche corso preparatorio durante gli ultimi due anni delle scuole superiori, in modo che possano rendersi conto se la professione medica fa per loro o meno. Comunque, anche raddoppiando il numero degli attuali iscritti, sembra che tra venti anni saremo costretti a importare 40.000 medici. Non è un male di per sè, ma mi chiedo perché, visto che sono molti gli studenti italiani che vorrebbero accedere alla professione medica. Contemporaneamente si dovrebbero costruire nuove strutture da affiancare alle università dove svolgere la parte pratica. Inoltre ci dovrebbe essere una maggiore attenzione a mantenere l’equilibrio tra le varie specialità mediche”.

Cioè?
“L’enorme calo previsto si ripercuoterà in alcuni settori molto più che in altri. Mancheranno soprattutto medici generali, come già sta accadendo in alcune regioni, chirurgi generali, urologi, ortopedici. Questo anche perché i nuovi iscritti sono soprattutto donne: stiamo assistendo a una femminilizzazione della medicina (qui i dati)”.

E dov’è il problema?
“Ovviamente non è un problema di equità di genere, ma di ‘propensioni di genere’: si è visto che le donne tendono a non specializzarsi in alcune materie, come appunto l’urologia e la cardiochirurgia. La pediatria, invece, rischia di essere sovraffollata. Per questo c’è bisogno anche di una programmazione a livello regionale. La facoltà di medicina richiede ora una riforma più ampia, che includa la Medicina Generale come un insegnamento a se stante, che valuti seriamente il sistema degli esami parcellizzati e che preveda più pratica di quanta i giovani medici non facciano adesso.

giovedì 17 settembre 2009

Piombo, pericoloso anche in piccole quantità

Un nuovo studio mette in relazione i livelli del metallo nel sangue dei bambini nei primi mesi di vita con le loro capacità cognitive in età scolastica

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) stima che metà dei bambini sotto i cinque anni che vivono nei centri urbani di tutto il mondo presentano livelli di piombo nel sangue superiori a 10 microgrammi per decilitro. Un dato allarmante soprattutto alla luce di uno studio apparso oggi su Archives of Disease in Childhood, una pubblicazione del British Medical Journal, secondo cui livelli sopra i 5 microgrammi compromettono gravemente le capacità cognitive e il comportamento dei bambini anche dopo anni dall’esposizione.

La ricerca è stata condotta da Alan Emond dell’Università di Bristol (Gb) su 582 bambini che avevano preso parte all’Avon Longitudinal Study of Parents and Children (Alspac), un controllo del livello di piombo nel sangue a 30 mesi di età. Gli studiosi hanno confrontato questi dati con le performance scolastiche e il comportamento degli stessi bambini all’età di sette e otto anni, riuscendo ad ottenere informazioni esaustive per 488 bambini.

Tenendo conto di alcuni fattori che influenzano normalmente il comportamento e i risultati scolastici, i ricercatori hanno trovato una stretta correlazione tra il livello di piombo nel sangue superiore a 5 microgrammi per decilitro a 30 mesi e le capacità cognitive in età scolastica. In particolare sembra che livelli compresi tra 5 e 10 microgrammi siano associati a una minore bravura nella lettura (del 49%) e nella scrittura (del 51%), misurate con il sistema di valutazione "Standard Assessment Tests".

Sembra anche che bambini con livelli superiori a 10 microgrammi per decilitro abbiano il triplo delle probabilità di mostrare un comportamento antisociale e iperattivo rispetto a quelli che presentano livelli compresi tra 0 e 2 microgrammi.

Come sottolineano gli stessi autori, il campione su cui è stato effettuato lo studio è piccolo, ma l’impatto sulla popolazione globale potrebbe essere allarmante, come già denunciava la rivista medica The Lancet circa due anni fa (vedi Galileo). Il grado di assorbimento del metallo – rilasciato per esempio dall’acqua o da alcuni giocattoli - è tanto più alto quanto più il bambino è piccolo - fino al 50 per cento nei primi anni rispetto al 15 per cento nell’adulto. Se si viene esposti ad alte concentrazioni durante lo sviluppo, infatti, il piombo va ad accumularsi nelle ossa, dove può rimanere per oltre trent’anni, causando danni irreversibili al sistema nervoso centrale. (t.m.)

lunedì 14 settembre 2009

Primo, non conoscere

Dal vangelo secondo Berlusconi: primo, non conoscere. Pare essere questo il comandamento fondamentale di Berlusconi e dei suoi scagnozzi. Il fatto che la politica (al contrario del suo teatro, il Parlamento) non va mai in vacanza ci ha dato due motivi (più una considerazione finale) su cui ragionare. E su entrambi si può applicare questa semplice regoletta: primo, non conoscere.
Anzitutto la cosa più disgustosa, più orripilante, più indecente per una qualsiasi persona che abbia in mente l'idea di libertà di informazione è il caso Floris-Vespa. Oggi anche l'ossequiente Floris, il Vespino de sinistra, ha dovuto subire una censura, sia pure per pochi giorni. 
La puntata di Ballarò infatti sarà spostata a giovedì o venerdì per lasciare spazio alla glorificazione di Berlusconi che aprirà lo scenario acquilano in diretta su Porta a Porta per dimostrare al mondo intero che, tra una lettera di Provenzano e una carezza dell'ultima sciacquetta disponibile trova anche il tempo per regalare le case ai terremotati. Ma su quest'argomento torneremo un'altro giorno.
Quello che è più importante da notare è che, alla faccia di chi dice che l'informazione è libera, questo fatto ha dimostrato, ancora una volta, che non è così. Sopratutto se sommati ai casi di Report e di AnnoZero. Purtroppo per noi abbiamo un governo che su queste inezie è molto furbo e diabolico, infatti non accade più come nel 2002, quando si licenziavano i conduttori tv in diretta dall'estero, oggi gli impedisce di lavorare, gli si propongono condizioni inaccettabili, gli si spostano i programmi quando magari sono visti meno o comunque in un momento in cui non si rischierà di oscurare l'aurea dell'Imperator.
Non so perchè, ma temo che Ballarò sia abbastanza temuto a palazzo Grazioli. Non perchè Floris sia particolarmente avverso all'Imperator, nè perchè lo stesso sia un incorreggibile comunista, ma più che altro perchè Ballarò parla più che altro di economia e lavoro, ovvero i settori in cui Berlusconi e suoi non sanno veramente che pesci pigliare. 
Da oltre un anno infatti ci continuano a ripetere che la crisi non c'è, poi che è leggera, poi che ne usciremo prima e meglio, poi che è finita, poi che è colpa dei giornali pessimisti, poi che è colpa dell'Europa pessimista, insomma, alla fine se uno dovesse considerare la sola voce del Governo italiano avremmo capito che i monetaristi iper-liberisti tanto cari a Berlusconi, oltre che lui stesso, non centrano nulla con la situazione economica mondiale, peraltro perfetta o quasi.
Ma le cose chiaramente non stanno così, i dati UE per l'Italia sono al ribasso, mentre Spagna, Francia e Germania stanno tutte meglio di noi, pur partendo tutte da un PIL più alto e in forte crescita nel 2007. Nei prossimi mesi la disoccupazione andrà alle stelle, i soldi per la cassa integrazione comincieranno a scarseggiare e i precari non avranno molte possibilità di trovare un lavoro in tempi brevi. Inoltre la crisi finanziaria, questa si ormai giunta al termine, non ha insegnato nulla ai governi occidentali. Lo ha detto chiaramente oggi il nobel Stiglitz alla Stampa: non vi sono state riforme, le banche sono troppo grandi, i controlli sono impossibili, la filosofia dei manager non è cambiata rispetto all'anno scorso. E anche per le grandi aziende dell'economia reale le cose stanno come per le banche. Molte aziende elefantiache, poche regole certe, molta corruzione, molta evasione fiscale, poca trasparenza e rischi seri per il riciclaggio di denaro sporco.
Insomma, dopo un anno le cose non sono migliorate, la crisi del lavoro è ancora pressante e il governo sabota una trasmissione di sinistra che parla di queste questioni. E' normale?
Oggi inoltre inizia la scuola. La scuola riformata della Gelmini e di Tremonti. Se ne è parlato moltissimo nei mesi scorsi, il maestro unico, le università, i tagli. Mi limito ad osservare che, tranne per un blando tentativo di riportare più severità la riforma della Gelmini esiste solo nella fantasia di molti. Infatti più che una riforma è una serie di tagli al personale e ai fondi, senza alcun tentativo di privilegiare la meritocrazia. In sostanza il Governo aveva bisogno di denaro e li ha recuperati dall'istruzione. La scorsa settimana, sull'Espresso, vi era un bel servizio sullo stato della scuola e su quali riforme sarebbero davvero necessarie. In primis delle scuole medie (intatte nella sostanza dalla riforma Gelmini) e poi quelle superiori (idem). Servirebbe una scuola più logica, più scientifica, più dinamica e meno nozionistica, meno ingessata, meno virtuale e più tecnologica. Un abisso ci separa da tutto ciò e tale è rimasto anche dopo le sforbiciate della Gelmini e di Tremonti. 
Sforbiciate che però non hanno affatto coinvolto le scuole private, quasi tutte in mano alla Chiesa. Come sempre, in spregio alla Costituzione, il Governo garantirà i fondi per le scuole paritarie, senza che abbiano subito tagli paragonabili a quelli della scuola pubblica. Anzi, il ministro Gelmini sembra abbia molto a cuore l'indottrinamento cattolico dei nostri ragazzi, come si può evincere dallo spregio che il ministro ha avuto anche nei confronti della sentenza del TAR sulla valenza dell'ora di religione. Addio dunque dinamicità, merito, serietà. Viva le leggende religiose insegnate come verità assoluta, quelle si che ci faranno avanzare culturalmente e tecnologicamente, oltre che civilmente.Primo, non conoscere.
Infine un piccolo appunto su don Vittorio Feltri, il mafioso di Bergamo. Come volevasi dimostrare anche i bergamaschi avrebbero bisogno di Peppino Impastato, dunque, al posto di togliere le targhe dedicate a questi eroi italiani i sindaci bergamaschi farebbero meglio a istituire scuole sull'informazione, per spiegare ai giovani che gli articoli di Feltri ("... ricordi anche che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. E' sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme") sono più degni dell'amico di penna di Berlusconi, tale Provenzano Bernardo di Corleone, che dell'ex direttore del Giornale, di cui lui aspirerebbe di diventare il successore morale, tale Montanelli Indro di Fucecchio.

mercoledì 26 agosto 2009

Fare le pulci alle università europee

di Caterina Visco
L’Università di Pisa ha appena vinto un bando della Commissione europea da 1,2 milioni di euro per produrre statistiche sulle università di tutti i paesi membri. I primi risultati saranno pubblicati entro giugno 2010. Abbiamo chiesto ad Andrea Bonaccorsi, coordinatore del progetto e docente di Economia e gestione delle imprese di raccontarci di cosa si tratta esattamente.

Professor Bonaccorsi, in cosa consisterà il vostro lavoro?
"Nel censimento di tutte le università europee e nella pubblicazione di numerosi dati dei singoli istituti, per garantire trasparenza e una reale possibilità di confronto e di scelta da parte di governi, finanziatori e studenti. A oggi non esistono statistiche simili, anche perché in diverse nazioni esiste un “segreto statistico” che vieta di pubblicare alcuni tipi di dati. La difficoltà maggiore sarà, infatti, far sedere al tavolo delle trattative i diversi istituti nazionali di statistica per ottenere le informazioni che ci interessano e il permesso di pubblicarle. Produrremo anche una lista delle università più attive nella ricerca: un sottogruppo di alcune centinaia di atenei selezionati in base ai titoli di dottorato assegnati e alle pubblicazioni internazionali. L’obiettivo è anche mostrare un quadro del mondo universitario europeo non distorto, come è invece quello offerto dalle due principali classifiche mondiali, quelle della Shanghai Jiao Tong University e del Times (Times Higher Education)".

Cosa vuol dire che il quadro offerto da questi due indicatori è distorto?
"Nella graduatoria di Shanghai sono presi in considerazione soprattutto parametri riguardanti la ricerca scientifica; per esempio il numero di pubblicazioni e la presenza degli autori più citati nelle riviste scientifiche internazionali, la presenza di premi Nobel (solo per fisica, medicina, chimica ed economia, ndr.), le pubblicazioni su Nature e Science. Questi criteri svantaggiano le università a connotazione umanistica o tecnica, quelle più piccole o più recenti. Il conto delle pubblicazioni per esempio si basa sui dati dell’Institute for Scientific Information (Isi) di Filadelfia, che valorizza le scienze pure, come la biologia, la fisica o la chimica ma trascura l’ingegneria e non considera le scienze umanistiche. Noi, invece, confrontiamo questo indicatore anche con altri due, nuovi e disponibili in rete gratuitamente: Scopus, un archivio on line realizzato da un insieme di editori, e Google Scholars".

Per quanto riguarda la classifica del Times invece?
"Il World Ranking del Times preoccupa molti esperti perché non è rigoroso quanto quello di Shanghai. I dati infatti provengono da sondaggi che hanno un tasso di risposta spesso molto basso. Per esempio il sondaggio relativo all’ingresso nel mondo del lavoro dopo la laurea coinvolge solo manager e responsabili del personale di alcune imprese e risponde solo 5 per cento del campione intervistato. Molto al di sotto della percentuale accettabile. Per quanto riguarda l’occupazione dopo il titolo sono molto più affidabili i dati Istat e quelli di Almalaurea".

Voi fornirete questo dato?
"No, noi puntiamo a produrre dati che abbiano una comparabilità europea; è molto improbabile che ogni istituto nazionale di statistica abbia fatto indagini di questo tipo, l’Italia in questo senso è più avanti degli altri. Dove disponibili indagini nazionali rigorose e riconosciute, questi dati potrebbero essere forniti come integrazione".

Quali parametri prenderete in considerazione quindi?
"Prima di tutto i dati anagrafici: dove si trovano gli atenei, quando sono stati fondati, e così via. Poi gli “input”, ovvero il personale amministrativo, i docenti, i ricercatori, i dottorandi e i bilanci, anche se difficilmente riusciremo a pubblicare questi ultimi: sono dati molto delicati perché permettono di scoprire, per esempio, quanto delle spese universitarie è coperto dalle tasse degli studenti, e quanto dai finanziamenti privati delle aziende. In terzo luogo andremo a guardare gli “output”, ovvero quello che l'università produce: i laureati di tutti gli ordinamenti compresi master e dottorati, le pubblicazioni scientifiche, i brevetti, le imprese spin-off, i contratti di licenza. Infine valuteremo se sono presenti scuole di specializzazione, ospedali universitari e altre istituzioni collegate all'ateneo".

Stilerete classifiche?
"No, non è il nostro obiettivo. Semmai forniremo una base rigorosa su cui poi chiunque potrà fare dei ranking per ogni singolo parametro".

Il vostro è l’unico progetto di questo tipo in Europa?
"No, a dire il vero il panorama è un po’ affollato. Il nostro è l’unico censimento; esiste un altro progetto che darà una classifica vera e propria, realizzata su un campione di università dal consorzio di centri di ricerca Cherpa, di cui fanno parte il Che (Centre for Higher Education Development) tedesco e il Chep (Center for Higher Education Policy Studies) olandese, due vere autorità".

Chi partecipa al progetto oltre l’Università di Pisa?
"Il nostro ateneo coordinerà altri quattro istituti, lo Joanneum Research austriaco, l’università di Lugano (Svizzera), l’Istituto Fraunhofer in Germania e il Nifu, un centro di ricerca norvegese".

lunedì 24 agosto 2009

Stato di diritto clericale

L'Italia ha perso l'ennesima occasione per fare un passo avanti verso la civilità e il rispetto di tutti.
Una sentenza del TAR aveva decretato che l'ora di religione non doveva dare dei crediti formativi come le altre materie, purtroppo il ministro Gelmini e il governo Berlusconi tutto se ne sono fregati e hanno comunque fatto firmare al presidente Napolitano una legge che prevede l'assegnazione dei crediti anche in base ai voti presi nell'ora di religione.
Certo, sappiamo tutti che la maggior parte delle ore di religione è fittizzia, nel senso che si fa confusione, si scherza e si ride, ma dunque perchè assegnare dei crediti a un'ora di svago? Non è proprio questa destra che ha fatto suo il principio secondo il quale se una cosa non è come dovrebbe essere bisogna eliminarla invece di migliorarla?
Inoltre, perchè gli studenti che non vogliono "avvalersi" dell'ora di religione devono vedere i propri compagni premiati da un voto quasi sicuramente alto e che dunque migliorerà la loro media senza che essi lo meritino veramente? A meno che il merito non sia quello di aver accettato il rischio di venire indottrinati a spese dello Stato.
Politicamente questa mossa, che ai più non dirà nulla e non fregherà nulla, si può spiegare in due modi. Il primo è che Berlusconi e i suoi hanno bisogno di non allontanarsi troppo dalla Chiesa, sopratutto ora che inizia il meeting di Comunione e Liberazione. Si sa, la Chiesa sbraita molto contro la Lega e a favore degli immigrati, la ciò che più interessa ai prelati è il controllo delle anime, sopratutto quelle giovani e in età scolare. E dunque la protezione dell'ora di religione è una mossa fondamentale per aggrazziarsi la Chiesa.
Il secondo modo in cui si può spiegare è l'eterna lotta politica-giustizia. Il magistrato scrive una sentenza, il governo disattende subito questa sentenza. E' già successo col caso Englaro e si ripete anche oggi. Ormai è passato il principio secondo cui una sentenza non va più rispettata se non piace. Basta fare una legge che vada in senso del tutto opposto, in barba a ogni principio di legge e di diritto. Il tutto nel nome di una superiorità mai dimostrata della politica nei confronti della legge.
Mi dispiace molto tutto questo, sopratutto per gli italiani, che si trovano truffati due volte. La prima perchè vedono ridursi sempre di più gli spazi di una laicità che un giorno, forse, rimpiangeranno, la seconda perchè si sentivano machi nell'aver votato un partito di destra, cattivo e decisionista, mentre invece hanno votato per un partito protocomunista asservito al potente di turno e ricattabile da chiunque.

mercoledì 5 agosto 2009

Il ddl Aprea e la storia dei dialetti: dividi et impera

Postato il 04 agosto 2009 da Italo Romano

Qualche giorno fa, tra un’insolazione e l’altra, la Lega nella persona di Paola Goisis, deputata del partito padano, ha presentato una proposta quanto mai ridicola. I professori dovranno essere sottoposti a dei test mirati per tastare le conoscenze che questi hanno del dialetto e delle tradizione delle Regioni in cui essi svolgono il mestiere di insegnanti. La leghista afferma che un punto irrinunciabile è la presenza di un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono, ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante. I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano perché, sempre secondo la Goisis, non garantiscono un’omogeneità di fondo e spesso risultano comprati (Gelmini docet).
Possiamo ricordare che Paola Goisis è la stessa persona che tempo fa presentò una proposta di legge per rendere obbligatorio l’insegnamento del dialetto nelle scuole. Si è scatenato il solito polverone tra Pdl e Pd, botta e risposta vuoti e inutili, la solita scenetta teatrale per accontentare i creduloni democratici. La questione è stata, come spesso volutamente accade, proiettata dai media in un contesto diverso dall’originale. Il dibattito politico si è incentrato sui dialetti facendo scivolare in secondo piano il Disegno di Legge Aprea n°953.
Valentina Aprea è un deputato eletto nelle file del Pdl e ricopra l’incarico di Presidente della Commissione Cultura. Si pensa sia lei a muovere i fili del Ministero occupato dalla Gelmini. Difatti è già nel suo ddl che compaiono gli Albi regionali (articolo 19) e tante piccole modifiche che andrebbero a modificare radicalmente le strutture portanti del sistema scolastico italiano.
Ovviamente il ministro Maria Stella Gelmini non poteva che essere d’accordo con la proposta della Goisis. Legare i docenti al territorio è fondamentale. Cosa ci si poteva aspettare? Nella scuola italiana dove prevalgono i mediocri insegnamenti di lingue straniere quali inglese e francese, insegnare l’italiano sta diventando sempre più difficoltoso. Un popolo ignorante è più facile da gestire e mandare in rovina la scuola primaria è il passo decisivo per creare un esercito di idioti. Distrarli e castigarli, insegnargli a vivere da schiavi, precludere loro le conoscenze basilari per la comunicazione, svuotare le teste di fantasia e creatività e riempirle di banali inutilità e superficiali saperi sempre più specializzati verso il nulla.
Divide et impera dicevano i romani. Tutti a parlare il proprio dialetto, basterà allontanarsi di pochi chilometri da casa che dialogare diventerà ardua impresa. E allora mi viene in mente un passo della Bibbia:
“Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese del Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuciniamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non dispenderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra”.
(libro della Genesi 11, 1-9)
E’ quanto mai antidiluviano immaginare, nel mondo globale di internet, che idiomi e gerghi locali possano essere la base fondante della cultura di una nazione. Ciò non farà altro che aumentare le differenze, inasprire le fazioni e fomentare odio e violenza. Nell’Italia delle ronde, in balia di razzismi leghisti e correnti xenofobe, in cui dominano paura e insicurezza, la cultura e il sapere sono le uniche ancore di salvezza per un paese alla deriva. Rientra tutto in un grande piano di regime, sedare le masse, farle crescere nella bestialità e nella disinformazione, inzuccherirle con armi di distrazioni di massa. Vogliono farci credere che la gabbia in cui ci hanno rinchiuso sia il mondo, vogliono smorzare e zittire ogni forma di protesta e opposizione, annullare la sfumature, spegnere la comunicazione, uccidere il dialogo e rinchiuderci in un totalitarismo fantascientifico.
Il ddl Aprea stravolgerà le basi della didattica scolastica italiana:
1) Trasformerà le istituzioni scolastiche in fondazioni;
2) Le formazione di un vero e proprio governo scolastico, unico giudice e imperatore dell’istruzione del Belpaese;
3) Istituzione di Consigli di Amministrazione a gestire il denaro pubblico e privato. Ciò significa che poche persone avranno il potere di indirizzare regolamenti, insegnamenti e interi programmi didattici;
4) Cambia il metodo di reclutamento dei docenti, anzichè per meritocrazia e capacità si virerà su amicizie e raccomandazioni in balia di puri giudizi personali;
5) Albi regionali e nuove modalità contrattuali che legheranno il docente a un unico territorio e al mondo del precariato in balia di Consigli di Amministazione e governi scolastici;
Ma in televisione si parla di dialetti e oscenità del genere, è inammisibile, non abbiamo più voce in capitolo, sembriamo tante cavie in un enorme laboratorio dove sperimentare nuove tecniche di regime.
Reagire a tutto ciò sarebbe umanamente naturale. Tacere significherebbe soccombervi.

venerdì 24 luglio 2009

Dacci oggi il nostro abuso quotidiano

di Vania Lucia Gaito, da viaggionelsilenzio

Vista così, questa scuola sembra solo una graziosa scuola elementare: un bel prato verde, così tipico dell'Irlanda, graziose finestre dai profili rossi, insomma, quasi un disegno come quelli che si fanno da bambini.
Eppure quello che è accaduto per anni, per decenni, in questa e in altre scuole come questa, è l'incubo ricorrente di migliaia di bambini oggi adulti: abusi, violenze, umiliazione, stupri. E, come sempre, un muro di omertà e di silenzio assolutamente invalicabile, e di fatto invalicato, fino al 1998, anno in cui furono trasmesse due serie di documentari: Cara figliola e Stati di paura. Documentari sconvolgenti, che raccontavano gli abusi subiti dai bambini nelle Scuole Industriali rette dalle Suore della Misericordia e dai Fratelli Cristiani.

La cattolicissima Irlanda ne fu sconvolta, e si decise di istituire una Commissione governativa che indagasse l'operato delle Scuole Industriali. Si trattava di istituzioni pensate, all'inizio del XX secolo, per accogliere i bambini "reietti": orfani, figli illegittimi, piccoli abbandonati o colpevoli di piccoli reati spesso commessi per fame. Caritatevoli nelle intenzioni, di fatto furono piccoli campi di concentramento, dove i bambini e i ragazzi furono sfruttati, "pagandosi" la permanenza all'interno delle strutture con l'obbligo a lavori durissimi. Celebri divennero le Lavanderie della Maddalena, l'ultima delle quali fu chiusa nel 1996, gestite dalle Suore della Misericordia. La celebrità venne solo nel 2002, con il film di Peter Mullan, vincitore del Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, The Magdalene sister, mai trasmesso dalla televisione italiana e programmato in pochissime sale cinematografiche e per brevissimo tempo.
Dentro le mura di quei conventi passarono circa 30.000 ragazze, molte vi sono rimaste fino alla morte. Trattate come prigioniere, senza poter mai uscire, seviziate e umiliate nel corpo e nell'anima, mai pagate per un lavoro massacrante, fonte invece di buoni incassi per le religiose. A determinare la fine delle Magdalene, più che una presa di coscienza, fu l'invenzione e la diffusione della lavatrice.

"Esistiamo davvero, noi Maddalene, ci hanno cambiato nome, ma io sono Mary. Ho 70 anni e sono stata la prima a parlare nell'85, chiamavo i giornali, le radio, nessuno mi credeva. Dire male delle suore? Non si poteva, non nella cattolica Irlanda". Mary Norris è nata nel 1932 a Sneem nella contea di Kerry, da Daniel e Brigid Cronin che avevano una piccola fattoria e otto figli. Mary era la figlia più grande. Suo padre morì di cancro che lei aveva undici anni, l'ultima sorellina appena sei mesi. "A 16 anni per 12 centesimi mungevo le mucche, cucinavo, lavavo e pulivo. Una volta a settimana andavo al cinema, era la mia unica passione. Chiesi il permesso per andarci un'altra volta, ma la padrona disse no. Ci andai lo stesso." Mary nel 1950 smise di esistere. "Venni trasferita al Good Shepard a Cork. Lì dentro persi tutto: dignità, identità, nome. Non potevi parlare, dovevi solo pregare ad alta voce, lavorare e baciare i piedi della statua di Santa Maria Goretti. Il lavoro era duro: era una vera lavanderia. I panni venivano dagli ospedali, sporchi di sangue e noi non avevamo guanti. Le suore facevano una fortuna, noi neanche una lira. Sono stata lì per due anni, senza paga. Mi sono salvata grazie ad una zia che avevo in America e che continuava a chiedere mie notizie. Non vado più a messa e nemmeno le mie sorelle. Continuo a credere in Dio, ma non nella chiesa. Non voglio una cerimonia religiosa quando muoio, non l'ho voluta nemmeno quando mi sono sposata. Mi definisco cristiana, non cattolica. Devo credere. Perché chi ci ha rubato la vita non deve trovare il paradiso".

Ma le violenze sui minori nelle scuole irlandesi rette dai religiosi erano una prassi diffusa e consolidata. Non esistevano solo "le maddalene". Il rapporto della Commissione per gli Abusi sui Bambini, noto come Rapporto Ryan, in tutto cinque volumi redatti dopo nove anni di inchieste, ha accertato che i ministri della Chiesa incoraggiarono le violenze fisiche rituali e coprirono costantemente i religiosi pedofili appartenenti al loro ordine, mettendo in pratica la cultura della segretezza. La Commissione ha appurato che gli abusi sessuali erano un fatto endemico, negli istituti maschili, e che i vertici della Chiesa sapevano perfettamente quello che accadeva. Nelle scuole vigeva un regime severissimo, che imponeva una disciplina irragionevole ed oppressiva sia ai bambini che al personale.
Fu accertato, inoltre, che il Dipartimento governativo per l'Istruzione aveva ignorato o archiviato le denunce per abusi sessuali ed era stato assolutamente inadeguato nel rapportarsi coi bambini. Già negli anni '40 gli ispettori avevano fatto rapporto descivendo situazioni di bambini malnutriti o picchiati fino alla rottura delle ossa, ma non fu mai preso alcun provvedimento.

Ossa rotte, ferite sanguinanti, ustioni, occhi e orecchie menomati, erano comuni risultati dei metodi educativi messi in atto dai religiosi che avrebbero dovuto prendersi cura dei bambini.
"Due monache mi picchiarono ferocemente" si legge in una testimonianza contenuta nel Rapporto Ryan. "Gesù, fu terribile. Dopo, mi lasciarono tutta la notte nello stanzino delle scarpe, al freddo. Mi presero al mattino dopo e mi portarono in infermeria. Ero a pezzi e coperta di ematomi. La suora in infermeria esclamò "Mio Dio, dobbiamo portarla in ospedale!" Ma loro risposero "Assolutamente no!" E mi lasciarono lì."

"La suora mi prese per l'uniforme e mi tirò nella cucina", si legge in un'altra testimonianza. " Prese il matterello e mi colpì sedici volte sulle nocche delle mani. All'inizio non sentivo il dolore, perchè avevo le mani gelate. Allora lei disse: "Altri sedici sulla schiena". Poi sedici sulle gambe, e quando finì era tutta sudata. Quando provai a muovermi, collassai. Il dolore era così forte da piegarmi le ginocchia. Così la suora chiamò tre ragazze perchè mi portassero a letto. E lì rimasi per circa tre mesi. Avevo mani e gambe distrutte, ma neppure mi ingessarono. L'unica cosa che la suora mi disse fu di non aprir bocca, o avrei avuto di peggio. Così dovetti dire di aver avuto un incidente."

I racconti degli abusi sessuali, ad opera delle stesse suore, dei sacerdoti e del personale, sono raccapriccianti: cronache di un inferno che non si riesce a mettere in parole.
E ai ragazzi non andava certo meglio, anzi. Le punizioni e le violenze non erano solo tese all'umiliazione e all'annichilimento ma spesso erano inferte in pubblico, con azioni dimostrative che avevano lo scopo di terrorizzare chi vi assisteva. Gli abusi sessuali erano pratica quotidiana.

Shane Harrison, corrispondente a Dublino della BBC ha intervistato Thomas Wall, un orfano di Limerick, inviato in una scuola gestita dalla Congregazione dei Fratelli Cristiani quando aveva appena tre anni. "Da quando avevo otto anni fui abusato da un Fratello Cristiano, nell'istituto di Glin" ricorda. "Era pericoloso essere simpatico a qualcuno di loro, perchè si diventava un obiettivo. Non c'era modo di evitarlo, di sottrarsi... ci tenevano a propria disposizione 24 ore al giorno."

Tom Hayes, un altro ragazzo di Limerick spedito nello stesso istituto, racconta di essere stato abusato sessualmente non dai Fratelli Cristiani ma dai ragazzi più grandi che supervisionavano i dormitori tutte le notti. "Era comune essere svegliato di notte da persone che abusavano di noi. Se si cercava di informare i Fratelli Cristiani degli abusi subiti si veniva prima picchiati dai Fratelli stessi, poi minacciati dai ragazzi che fungevano da supervisori."

Thomas Wall deve solo guardarsi allo specchio per vedere le prove delle violenze subite dai Fratelli Cristiani.

"Ho una cicatrice in fronte, me la fece in classe uno dei Fratelli Cristiani. Il sangue schizzava, così dovetti andare in infermeria. Incontrai il Superiore, anche lui un Fratello Cristiano, che mi interrogò su quello che era accaduto per far uscire fuori dai gangheri così il suo collega. Gli dissi che non avevo fatto assolutamente nulla. E lui fece altrettanto: non fece assolutamente nulla."

Le ferite di Thomas non sono solo fisiche ma anche psicologiche. "Per me è impossibile stabilire rapporti con altre persone, fidarmi di loro, persino stabilire relazioni sentimentali. Mi hanno danneggiato in maniera irreparabile, per la vita."

Molte delle vittime degli abusi hanno perso la fede nella Chiesa cattolica. "Io sono cristiano ma non cattolico" afferma Tom Hayes. "Ho lasciato la fede nella Chiesa cattolica ai cancelli della scuola."

Fortemente criticati dal Vaticano, tanto The Magdalene Sister quanto Cara figliola e Stati di paura trovano oggi conferma nel Rapporto Ryan. La Commissione ha raccolto per nove anni le testimonianze angoscianti di uomini e donne ancora traumatizzati che hanno dimostrato oltre ogni dubbio che l'intero sistema istituzionale trattava i bambini più come detenuti e schiavi che non come persone con i propri diritti e il proprio potenziale umano.

"Le scuole erano improntate al rigido controllo e la disciplina era basata sulle punizioni fisiche e sulla paura di tali punizioni" affermano i testimoni. "La durezza del regime si tramandava, nella cultura delle scuole, tra le generazioni di frati, preti e monache che si susseguivano. Era un metodo sistematico, non messo in atto da individui isolati che abusavano del proprio potere oltre i confini legali e accettabili. Gli eccessi di punizioni generavano la paura, e le autorità scolastiche ritenevano che la paura fosse essenziale per il mantenimento dell'ordine."

Il Rapporto Ryan svela come neppure gli ispettori statali furono in grado di fermare gli abusi, le violenze, gli stupri e le umiliazioni. Tuttavia, le scoperte della Commissione per gli Abusi sui Bambini non porteranno a denunce formali, poichè la Congregazione dei Fratelli Cristiani nel 2004 chiamò in giudizio la Commissione stessa affinché nessuno dei nomi dei suoi membri, vivo o morto, fosse svelato nel rapporto.

Jhon Walsh, dell'Associazione dei Sopravvissuti agli Abusi, ha dichiarato di sentirsi tradito ed ingannato dalla mancanza di accuse formali. Nel documento finale non appaiono i veri nomi, né delle vittime né degli abusatori. "Se avessi saputo che questo sarebbe stato il risultato, non avrei mai riaperto le mie vecchie ferite" ha dichiarato Walsh. "Il fatto che non ci saranno procedimenti penali né accertamenti di responsabilità mi ha devastato e devasterà la maggior parte delle vittime."

Fino ai primi anni 90, furono 35.000 i bambini inseriti in una rete di riformatori, scuole industriali e case di lavoro. Più di 2500 di essi denunciarono alla Commissione gli abusi fisici e sessuali subiti.

(24 luglio 2009)

lunedì 29 giugno 2009

Questo paese è anche il nostro, l’odissea degli studenti stranieri

Postato il 29 giugno 2009 da L.Longo

Attualmente studiano in Italia circa 20.000 studenti stranieri (1,3% degli studenti totali), il dato è tra i più bassi a livello europeo. Negli anni ‘90 si è registrata una flessione della presenza degli stranieri nelle università italiane, soprattutto a danno di asiatici e americani.
Gli immigrati sono spesso alle prese con i tempi lunghissimi dei rinnovi nelle questure, soprattutto i giovani che hanno in mano un tipo particolare di documento: il permesso di soggiorno per motivi di studio.
Ogni anno sono sottoposti a un processo che dura circa dieci mesi, per ottenere un documento che ne vale dodici, e la cui validità è in gran parte già scaduta a causa dei tempi della burocrazia italiana. Questi ragazzi, in attesa del documento, non possono viaggiare fuori dai confini italiani. Le loro “finestre di libertà” durano solitamente due o tre mesi, dall’ottenimento del permesso di soggiorno e prima della scadenza dello stesso, quando si trovano ad aspettare nuovamente da capo.
C’è chi non solo aspetta da un anno il permesso di soggiorno (della durata di un anno per motivi di studio) ma è pure in attesa della cittadinanza da anni. Molti di questi ragazzi hanno frequentato tutte le scuole dell’obbligo italiane e ora studiano all’università. Qui hanno la loro vita, gli amici, c’è chi ha anche parenti e affetti; l’italiano lo conoscono come se fosse una lingua madre.
Otto mesi esatti per la prima convocazione in questura. Una carta di soggiorno che gli costerà quasi il doppio, a causa dei ritardi, per un volo diretto rispetto al biglietto aereo con uno scalo in Europa; scalo vietato agli immigrati che sono in attesa di un permesso di soggiorno e che possono provare la propria regolarità in Italia solo con il “cedolino” che attesta la richiesta di rinnovo.
Sul Sole 24 Ore troviamo la testimonianza di un italiano che, in questi anni, ha lavorato al ministero dell’Interno. L’articolo parla della sua esperienza diretta con l’immigrazione in USA e in Svizzera e sottolinea come nei due paesi i tempi per ottenere permessi di soggiorno siano di gran lunga inferiori ai nostri. Possibile che in Italia passi così tanto tempo?
COSA DICE LA NOSTRA LEGGE?
L’attuale legge in materia di immigrazione, la Bossi-Fini, come peraltro le precedenti, sembra scoraggiare il cittadino straniero a trasferirsi in Italia per frequentare le nostre università.
Se infatti la legge sancisce la parità tra studenti stranieri ed italiani quanto ad accesso all’università e diritto di studio, il regolamento di attuazione pone forti limiti a chi desidera studiare in Italia: basti pensare alla programmazione annua dei visti di ingresso e dei permessi di soggiorno per motivi di studio, all’incertezza del rinnovo annuale di questi permessi, ai requisiti economici per l’ingresso del nostro paese, al difficile meccanismo di riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero, alle questioni legate all’ assistenza sanitaria e all’accesso degli stranieri al diritto allo studio.
Qual è l’iter burocratico che uno studente straniero deve intraprendere per venire a studiare in Italia?
Tutto comincia in patria. Lo studente si deve rivolgere all’ambasciata italiana per il rilascio del permesso di soggiorno.
Il numero di visti concessi è stabilito in base alla disponibilità di posti dei singoli atenei. La contingenza è definita dalle università ad aprile.
Il permesso di soggiorno è rilasciato a fine agosto. Il forte ritardo fa in modo che lo studente possa venire in Italia solo pochi giorni prima della prova d’italiano, prevista ai primi di settembre.
Per ottenere il visto si deve dimostrare di avere i mezzi di sussistenza necessari per mantenersi nel nostro paese: più di 350 euro per ogni mese di durata del permesso di soggiorno. Il visto dura un anno e facendo i conti arriviamo a circa 4500 euro. Essendo difficile per un giovane straniero possedere questa somma molti ragazzi si mettono d’accordo, fanno un conto unico con tutti i loro risparmi e se lo scambiano.
Il problema rimane per chi non conosce altri ragazzi che debbano trasferirsi in Italia. Se non si è in possesso della cifra richiesta si può dimostrare di avere garanzie economiche da parte di enti italiani di volontariato che nel loro statuto prevedano l’erogazione di borse di studio. Negli anni si sono creati continui ostacoli anche a questi enti. Fino a poco tempo fa inoltre la garanzia economica poteva essere offerta anche da una persona fisica, oggi non è più così.
ALLOGGI
Al momento dell’iscrizione all’università lo studente deve dichiarare di possedere un alloggio idoneo. Ovvio le case dello studente ma sembra che ci sono tanti studenti invece costretti a dormire nei parchi o nelle stazioni. Il motivo è la difficoltà per un giovane straniero di trovare camere in affitto. Molti studenti stranieri sono ritornati nel paese d’origine proprio perchè non hanno trovato un posto per dormire. C’è chi si rivolge alle agenzie per l’affitto. In un’agenzia chiedono il pagamento anticipato della stanza. I soldi vengono trattenuti fino a quando l’alloggio non si trova. C’è chi rimane mesi senza casa.
RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO
Quando un ragazzo straniero viene in Italia, ha il permesso di soggiorno valido solo fino a dicembre. Prima del 31 dicembre deve chiedere il rinnovo.
Non passano meno di cinque mesi prima che il nuovo visto sia rilasciato. Sapete che succede? Il permesso scadrà di nuovo a dicembre. La sua durata risulterà quindi inferiore ai dodici mesi. Oltre all’attesa ciò significa non poter ottenere la residenza per la quale si deve avere un permesso di tale durata. Non avere la residenza vuol dire per un giovane studente, ad esempio, non avere il medico di base. Per il rinnovo del permesso si deve andare in questura. Si passano ore in coda anche perché lo sportello è unico per tutti gli stranieri in Italia, senza distinzioni tra studenti, rifugiati politici etc. L’attesa è di almeno cinque mesi ma può capitare che la questura perda alcuni documenti e i tempi si allunghino.
Se non si riesce a prendere il permesso prima delle vacanze si deve rimanere in Italia e passarle lontano da casa.
RICONOSCIMENTO TITOLI DI STUDIO
Non esistono dei criteri comuni per il riconoscimento dei titoli di studio conseguiti all’estero. Spetta alle università farlo, caso per caso, attraverso un percorso abbastanza lungo e tortuoso. Molti atenei hanno stabilito di non riconoscere per intero (equipollenza) il titolo accademico conseguito all’estero. Non riconoscere titoli di studio conseguiti all’estero dimostra scarsa fiducia delle nostre istituzioni nei confronti di quelle degli altri paesi. Serve una collaborazione tra paesi, la creazione di criteri per i quali la laurea e gli esami superati in un paese siano riconosciuti in qualunque altro senza che il giovane debba tornare a studiare o perda tempo a ripetere esami già superati.
DIRITTO ALLO STUDIO
L’Italia ha un programma di cooperazione per lo sviluppo cui destina circa 2 milioni di euro l’anno. Il Ministero degli Esteri attribuisce a borse di studio per il terzo mondo solo il 2% di questa somma. Queste borse di studio sono solo per le specializzazioni, non per i normali corsi di laurea.
Alla borsa di studio degli enti regionali (Adisu) si può accedere solo dopo aver rinnovato il permesso di soggiorno. Il tetto massimo concesso è di circa 3500 euro l’anno. E’ difficile mantenersi completamente in Italia con tale cifra.
RINNOVO ANNUALE
I permessi di soggiorno per motivi di studio sono rinnovati agli studenti che nel primo anno di corso abbiano superato una verifica di profitto e negli anni successivi almeno due verifiche. Il rinnovo non può essere comunque rilasciato per più di tre anni oltre la durata del corso di studio.
Il rinnovo del permesso di soggiorno annuale lascia lo studente straniero in una condizione di costante incertezza di poter continuare gli studi. Sono sempre più numerosi gli studenti stranieri presenti nelle nostre università, nonostante l’Italia rimanga uno dei paesi Ocse che ospita la minore percentuale di studenti universitari di diversa nazionalità. Sono infatti solo il 2% del totale contro il 28% degli USA , il 14% del Regno Unito e l’8% della Francia.
Qualche tempo fa si è tornato a parlare di “ fuga dei cervelli “. Medici e scienziati italiani sarebbero spesso spinti a migrare in altri paesi alla ricerca di migliori condizioni di lavoro. Anche gli studenti e ricercatori più promettenti andrebbero all’estero a specializzarsi e spesso lì rimarrebbero.
Ma se tanti e promettenti italiani vanno all’estero a perfezionare i propri studi vuol dire che i paesi che li ospitano offrono delle condizioni di accesso e di studio invitanti, cosa che sicuramente non avviene in Italia.
Allora invece di lamentare la fuga all’estero dei migliori “cervelli locali” perché non cercare di attrarre i migliori “cervelli globali” dotando le nostre università di strumenti e strutture che richiamino lo studente straniero piuttosto che cacciarlo? Perché non rinnovare la didattica e le strutture universitarie così che diventino un forte elemento di attrazione per chi si sposta dal proprio paese per motivi di studio?
Per fare questo però serve una legge sull’immigrazione che in materia d’istruzione sia più aperta allo scambio interculturale e che consideri lo studente straniero non più solo un problema da arginare ma anche una risorsa per la crescita culturale, scientifica e tecnologica del nostro paese.
*fonti: studenti.it, ilsole24ore.com

giovedì 18 giugno 2009

La (d)istruzione secondo la Gelmini

Il governo peggiore della storia della Repubblica ne ha trovata un'altra delle sue. Com'è (purtroppo) normale per un governo espressione della peggior destra clericalizzata e reazionaria la prossima mossa sarà quella di distruggere ulteriormente la nostra scuola.
Non paghi di aver tagliato centinaia di milioni di euro all'istruzione pubblica per i prossimi 4 anni vogliono pure ridistribuire del denaro a favore di coloro che decideranno di andare nelle scuole private. A parte il caso che sarebbe palesemente incostituzionale, ma siamo sicuri che sia una mossa giusta? E perchè viene fatta?
La Gelmini sostiene che, siccome l'OCSE a severamente bocciato la nostra scuola, era giusto tagliare tutti quei fondi e anzi, bisognerebbe tagliarne ancora e destinare quel denaro alle scuole private, dove, secondo lei, l'istruzione è nettamente migliore e gli studenti escono preparatissimi e pronti ad affrontare le sfide della vita.
Non considera invece tutti quelle voci che parlano di corruzione degli insegnanti e dei presidi da parte di alunni e genitori per avere qualche voto migliore. E non si considera neppure la probabile attitudine degli insegnanti delle scuole private a non essere eccessivamente severi con gli alunni, fonte primaria del loro reddito.
Ma queste chiaramente sono solo dicerie, discorsi da bar e probabilmente non sono vere e le scuole private sono, se non alla pari, forse migliori di quelle pubbliche per davvero.
Però lo stato e il governo non dovrebbero puntare sulle proprie scuole? Perchè la Gelmini invece di studiare un modo per rinnovare e migliorare le nostre scuole getta la spugna e consegna i fondi pubblici alle scuole private (o agli alunni che le frequentano, che poi è la stessa cosa)?
Noi sappiamo benissimo ormai che il governo berlusconista ha in odio la scuola pubblica, l'istruzione e la cultura, tutti cose del antitetiche al modello Noemi, modello che il "papi" spera di vedere applicato a tutti i giovani e non giovani (cosa che sta riuscendo anche bene direi). Ma non può essere solo questo.
E' un problema di soldi? la Gelmini sostiene che l'Italia spende per l'istruzione pubblica più di ogni altro paese. Nello scorso autunno di cifre ne sono venute fuori a decine o a centinaia, tutte diverse tra loro. L'idea che mi sono fatto io è che i soldi spesi dall'Italia sono meno rispetto a quelli spesi da altri paesi, sopratutto a livello di ricerca universitaria e che molti di questi soldi sono poi sprecati per i soliti vizi che sappiamo. Dunque in realtà, se fosse una questione di rapporto qualità-prezzo, si potrebbe intervenire per limitare gli sprechi, cosa non difficile secondo me, sopratutto vista la quantità industriale di denaro letteralmente buttato dalla finestra. Oppure si potrebbero rinnovare i programmi e selezionare insegnanti più bravi e motivati. Invece no, la soluzione del Ministro è quella di lasciare andare la scuola pubblica alla deriva e puntare su quelle private.
Con quali effetti però? Probabilmente i figli delle famiglie meno facoltose, sopratutto al termine della crisi, non disporranno della quantità di denaro sufficiente per permettersi una scuola privata, nemmeno se lo stato gli passerà quelle poche centinaia di euro l'anno. D'altra parte però i figli delle famiglie più abbienti potranno risparmiare proprio quel denaro loro passato dallo stato. La cosa chiaramente è del tutto iniqua e illogica, ma bisogna sempre tener presente che si sta parlando di un'iniziativa del governo Berlusconi.
A me però viene in mente un'altro motivo.
Sappiamo tutti che nell'ultimo periodo la chiesa e la CEI hanno criticato l'Imperator per la sua disinvoltura con le ragazze. Chissà se questa non è una bella mossa per far pace con il clero, regalando loro la possibilità di aumentare le rette, protetti dal sostegno statale. Del resto la maggior parte delle scuole private appartiene proprio alla chiesa. La cosa poi assume anche un risvolto comico quando la Gelmini dichiara che, siccome i nostri studenti non sanno nulla delle materie scientifiche, è meglio mandarli nelle scuole private. Io sono molto dubbioso sul fatto che una gestione religiosa possa far apprendere correttamente e completamente le nozioni scientifiche che vanno contro le preghiere che i ragazzi sono costretti a recitare al mattino. Io consiglierei alla Gelmini di togliere l'ora di religione e di sfruttarla per aumentare le ore di scienze, invece di strapagare degli insegnanti che raccontano agli studenti delle favole e dei racconti che sono, se non dannosi, sicuramente inutili per la loro formazione. Invece la scelta di questo "illuminato" governo è quella di lasciar cadere letteralmente a pezzi la scuola pubblica, a favore di una più mansueta e conveniente istruzione privata e filo-cattolica.
Cosa dire? Se non che questo governo delle lobby cattoliche e dell'ignoranza fa davvero schifo?

lunedì 18 maggio 2009

La demolizione dell’università pubblica

Professori universitari, presidi di facoltà, rettori di ateneo, tutti dovremmo provare vergogna. Stiamo assistendo, senza alcun moto significativo di contrasto, alla demolizione dell’università pubblica. La finanziaria di Tremonti ha tagliato come non mai le spese per l’istruzione ma abbiamo al massimo balbettato. Di fronte alla nostra inazione la Gelmini, di cui è ignota la competenza in qualsiasi campo, riesce ora ad apparire con relativa facilità come radicale innovatrice.
Si sapeva bene anche prima della Gelmini che l’università versava in una condizione che sarebbe presto diventata disastrosa. La moltiplicazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea aveva ingigantito le spese, la moltiplicazione dei posti a professore ordinario invece che di ricercatore aveva ristretto il reclutamento di nuove forze: l’invecchiamento della classe insegnante sembra la caricatura dell’invecchiamento della popolazione italiana.
La classe dirigente di centrosinistra ha fatto poco o niente per fronteggiare l’emergenza e più d’una volta l’ha incrementata. Il centrodestra l’ha affrontata alla sua maniera: ha brutalmente chiuso le fonti di finanziamento. Affronto qui per ora solo il lato della didattica. Ormai i corsi universitari sono in buona parte affidati a professori a contratto. Col nuovo regime questo sarà a titolo gratuito. Alcuni degli interessati si consolano con la prospettiva di conservare così il posto in fila per i nuovi concorsi. Ma la didattica è qui per tradizione poco valutata, e la speranza di nuovi concorsi è sempre più infondata.
Il lavoro gratuito è il nuovo orizzonte dell’economia moderna. Finora pareva limitato ad ambiti circoscritti, ma la dilatazione forzosa dell’apprendistato, la diffusione degli stage hanno ampliato a dismisura una nuova regola del mercato del lavoro: se qualcuno ti da un lavoro purchessia devi essergli così grato da lavorare anche gratis. Non c’è a questo nuovo stato di fatto alcuna giustificazione teorica: è il mero prodotto dei rapporti di forza nel mercato del lavoro. Rapporti così svantaggiosi da vanificare il peso contrattuale di chi ha la disgrazia di avere solo la disponibilità al lavoro.
La condizione attuale dei professori a contratto gratuito mette in evidenza tre punti. Il primo: la nuova invenzione si allarga dal lavoro non qualificato al lavoro qualificato. Il secondo: se per il lavoro non qualificato il periodo di gratuità può essere ancora considerato provvisorio (ma rischia di essere sempre meno vero), per il lavoro qualificato nell’istruzione la condizione di gratuità è ora assoluta e definitiva: ontologica. Che cosa si contratta in un contratto a titolo gratuito? Il terzo: il soggetto attivo non è l’imprenditore privato ma l’ente pubblico preposto alla trasmissione della cultura e della scienza. In un mercato dove tutto ha un suo prezzo (almeno così ci dicono) il lavoro di chi trasmette conoscenza non merita stipendio: non vale niente.
Marx aveva fondato la critica dello sfruttamento sulla base della duplice natura della forza-lavoro: il capitalista ne paga il valore di scambio (il suo prezzo sul mercato) ma ne impiega il valore d’uso e si appropria del suo prodotto, il plusvalore. L’elasticità di questo sistema contemplava che il lavoro potesse essere pagato di più o di meno (di solito il meno possibile) ma nessun classico - da Smith e Ricardo a Stuart Mill e Keynes, fino ai monetaristi più accaniti - si sarebbe mai sognato di stabilire che il lavoro, impiegato nel suo valore d’uso, deve essere annichilito nel suo valore di scambio e quindi non essere pagato.
Se invece l’ente pubblico stabilisce come principio la gratuità del lavoro nell’insegnamento ciò significa la rinuncia volontaria alla sua riproduzione. La cosa va presa sul serio. Forse è meglio dirlo in modo ancora più chiaro: il centrodestra vuole fare terra bruciata dell’istruzione pubblica. Ora che ha il vento in poppa vuole approfittare dell’occasione irripetibile: cancellare le generazioni che ritiene pericolose nell’insegnamento, interrompere la loro riproduzione e nel nuovo spazio reso vuoto introdurre una nuova generazione di educatori allevati a brioches e Mediaset.
Il lavoro non pagato una volta generava scioperi. Ma ciò presupponeva saldezza collettiva. I docenti a contratto gratuito non sono e non sanno essere forza collettiva. Sono una moltitudine di individui separati, ognuno ricattato nel chiuso della sua condizione personale, incline a ritenere possibile un’uscita individuale dalla propria difficoltà, indotto a pensare che la rivolta sia il mezzo peggiore per riuscirvi. Sono, in una parola, senza difesa.
Ma i loro maestri non sono così sguarniti. Professori, presidi, rettori hanno stipendi, stanno andando in pensione, e neanche Tremonti potrà sottrargliela. Hanno uno status sociale robusto, alcuni di loro sono autori conosciuti, godono di stima generale. Ma nella massima parte stanno zitti. C’è in questo un lato disumano: come possono assistere immobili e in silenzio a una prassi ministeriale, grigia e implacabile, che spenge le speranze dei loro allievi? Perfino durante la guerra la riproduzione della classe docente veniva assicurata come risorsa irrinunciabile. Come possono tacere di fronte alla cancellazione di chi si è formato nell’esercizio della critica e alla sua sostituzione con schiere di docili consumatori dell’immaginario televisivo?

Pancho Pardi

(17 maggio 2009)

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