di Nadia Redoglia
«Dal Novecento al Duemila. Il futuro di Norberto Bobbio». Così il Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centenario della nascita di Norberto Bobbio, su iniziativa del Centro studi Piero Gobetti di Torino, ha (magistralmente) titolato il convegno internazionale in onore, più che in ricordo, di una straordinaria figura intellettuale e morale tra le più significative d’Italia, e dunque d’Europa, del Novecento. Bobbio seppe consegnarci, spiegandoci i concetti con proverbiale chiarezza, la realtà del ventesimo secolo. Quei concetti sono profondamente vivi nella realtà del ventunesimo. E’ dimostrato dal bisogno di farci raccontare di lui che ben conosceva il modo per identificare i problemi e dunque raggiungerne la fonte. Come ben spiega, all’apertura del convegno, Michelangelo Bovero, la chiarezza del maestro non è soltanto uno stile, una dote di nitore nella scrittura. E’ l’effetto che questa riverbera sul pensiero di tutti noi che così possiamo penetrare nel suo modo di pensare consentendoci di affrontare i problemi andandovi al cuore, superando equivoci e confusioni, involontarie o interessate. E’ un effetto, e uno specchio, del suo rigore intellettuale e morale. E’illuminismo, nel significato più semplice ed essenziale della parola.
«Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze» disse il maestro della filosofia del diritto.
Negli uomini di buona volontà seminare dubbi significa porsi e porre domande senza stancarsi mai di cercare risposte tra gli altri e negli altri. Di qui l’accettazione e il rispetto per il dialogo. In esso si materializza la ragione -la natura dell’essere- della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia sociale, della pace. Bobbio, centrando l’esistenza della logica d’insieme di norme universali (dunque concepite all’unanimità e perciò identificabili con la natura delle cose, costituita dall’umano pensiero), ha saputo anche dimostrarci la spontanea conseguenza -la giustificazione- del perché i diritti dell’uomo sono ( e non: possono essere) inviolabili. La democrazia consiste non già nella staticità delle certezze date dall’individualità maggioritaria di chi al momento detiene il potere, bensì dalla consapevolezza che ben prima dell’individualità maggioritaria sussiste l’insieme di tutti gli individui che, per propria natura, hanno fornito gli impulsi perché la democrazia potesse prendere forma. Nella storia dell’uomo la democrazia rappresenta un fenomeno straordinario in quanto è la prima introduzione del metodo non violento. Il posto di Bobbio nella nostra contemporaneità, ma ancor più nella nostra continuità, sta nell’esempio della sua passione civile, nella sua umile determinazione a rinnovare, rispettando i tempi e gli spazi dell’individuo, il significante e il significato di “passione” e di “civiltà”.
In questo momento della nostra democrazia, per usare le parole di Mercedes Bresso, Bobbio sarebbe un po’ triste nel vedere l’Italia, stante i toni delle parole usate come armi, sull’orlo di una sorta di guerra civile, quasi che le istituzioni di garanzia di cui disponiamo non fossero sufficienti a garantire la libertà di tutti, maggioranza e opposizione. Il presidente della Repubblica non può essere coinvolto in dispute di parte di cui lui non si sente né origine, né destinatario. E il capo dello Stato, presente a Torino, portando la sua testimonianza in onore di Norberto Bobbio, affettuoso amico e compagno della sua storia, così si è espresso «…L’approccio partigiano naturale in chi fa politica è qualcosa di cui ci si spoglia in nome di una visione più ampia. Tutti i miei predecessori, a cominciare nel primo settennato da Luigi Einaudi, avevano ciascuno la propria storia politica. Sapevano, venendo eletti capo dello Stato, di doverla e poterla non nasconderla, ma trascenderla… Quella del capo dello Stato, potere neutro al di sopra della parti fuori della mischia politica, non è una finzione: è la garanzia di moderazione di unità nazionale posta consapevolmente nella nostra Costituzione come in altre dell’occidente democratico. Per quanto tensioni e difficoltà comportino adempiere un simile mandato proseguirò nell’esercizio sereno e fermo dei miei doveri e delle mie prerogative costituzionali e sono qui oggi anche per dirvi quanto siano state e siano per me preziose l’ispirazione civile e morale e la lezione di saggezza che ho tratto dal rapporto con Norberto Bobbio. Gliene sono ancora grato» A queste parole, ma soprattutto alla determinazione del tono con cui sono state pronunciate, il pubblico si è alzato in piedi offrendo al nostro presidente della Repubblica oltre due minuti d’applausi. Era applauso rivolto a noi stessi, donne e uomini, giovani e meno giovani, perché noi stessi abbiamo voluto all’unanimità ciò che adesso Napolitano rappresenta e che, ieri a Torino, ci ha confermato.
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sabato 17 ottobre 2009
Con il papello i boss cercarono di dettare l'agenda al governo
da Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco
Nel ‘93, Cosa Nostra replicava ai decreti di proroga del 41 bis con camion carichi di esplosivo e attentati a raffica. Un auto non venne fatta esplodere a pochi giorni dalla revoca del carcere duro per i mafiosi
E ora il papello entra anche nell’inchiesta sulle stragi del ‘92: i magistrati di Caltanissetta hanno acquisito informalmente ieri mattina l’elenco di richieste avanzate dalla mafia allo Stato. E sui tavoli dei pm sono tornati anche atti trasmessi nei mesi scorsi dalla procura di Firenze utili a rimettere insieme i tasselli di un puzzle lungo 17 anni e di una trattativa che, secondo l’ipotesi investigativa, non si esaurisce nella sola stagione delle stragi del ‘92, ma prosegue anche l’anno dopo, e ben oltre. Giungendo, forse, fino ai giorni nostri.
Per l’europarlamentare Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, il papello è “la conferma di tutto ciò che fino ad ora è stata considerata solo un’ipotesi. Cioè che la trattativa è esistita. Una conferma importante su cose che si basavano solo sulle dichiarazioni dei pentiti”. E lo aveva ben capito il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, morto d’infarto nel 2003, che sei anni fa aveva scoperto che la cronologia delle bombe del 1993 non era stata casuale. Secondo Chelazzi dietro a quella lunga scia di sangue c’era una strategia precisa, tesa a calibrare l’esplosione del tritolo sulle decisioni in materia di carcere duro (41 bis) adottate dal ministero di Grazia e Giustizia. Qualcuno infatti (secondo quella ipotesi), teneva costantemente informati i boss di quanto accadeva in via Arenula, e Cosa Nostra avrebbe utilizzato quelle notizie per proseguire la trattativa con lo Stato.
È la seconda fase, dopo quella del papello del giugno ‘92, fatta di messaggi trasversali, minacce e tritolo che avrebbe cominciato a dare i suoi frutti tra il 4 e il 6 novembre di sedici anni fa, quando all’improvviso a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone fu revocato il 41 bis. Il pm era partito dalla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993. Quel giorno, un commando di sole quattro persone posteggia in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplode e la Thema rimane lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa.
Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia. Poi, quando Chelazzi ha scoperto la revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno ipotizzato l’esistenza di un canale, mentre esplodevano le bombe, attraverso il quale mafia e Stato dialogavano. Un canale che arrivava fino alle stanze del ministero di Grazia e Giustizia. Per questo gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex Guardasigilli Claudio Martelli; l’ex direttore del Dap (direzione amministrativa penitenziaria) Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ‘93); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese, che dall’estate ‘93 era vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori e il suo autista, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.
Alla base di tutti gli interrogatori, un’ipotesi da verificare: le stragi del ‘93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, firmato da Martelli il 20 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Infatti, lo stato maggiore di Cosa Nostra contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché quasi nelle stesse ore in cui erano in corso le notifiche delle proroghe del carcere duro, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e Milano. Per poter eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni in cui gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe.
Nel ‘93, Cosa Nostra replicava ai decreti di proroga del 41 bis con camion carichi di esplosivo e attentati a raffica. Un auto non venne fatta esplodere a pochi giorni dalla revoca del carcere duro per i mafiosi
E ora il papello entra anche nell’inchiesta sulle stragi del ‘92: i magistrati di Caltanissetta hanno acquisito informalmente ieri mattina l’elenco di richieste avanzate dalla mafia allo Stato. E sui tavoli dei pm sono tornati anche atti trasmessi nei mesi scorsi dalla procura di Firenze utili a rimettere insieme i tasselli di un puzzle lungo 17 anni e di una trattativa che, secondo l’ipotesi investigativa, non si esaurisce nella sola stagione delle stragi del ‘92, ma prosegue anche l’anno dopo, e ben oltre. Giungendo, forse, fino ai giorni nostri.
Per l’europarlamentare Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, il papello è “la conferma di tutto ciò che fino ad ora è stata considerata solo un’ipotesi. Cioè che la trattativa è esistita. Una conferma importante su cose che si basavano solo sulle dichiarazioni dei pentiti”. E lo aveva ben capito il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, morto d’infarto nel 2003, che sei anni fa aveva scoperto che la cronologia delle bombe del 1993 non era stata casuale. Secondo Chelazzi dietro a quella lunga scia di sangue c’era una strategia precisa, tesa a calibrare l’esplosione del tritolo sulle decisioni in materia di carcere duro (41 bis) adottate dal ministero di Grazia e Giustizia. Qualcuno infatti (secondo quella ipotesi), teneva costantemente informati i boss di quanto accadeva in via Arenula, e Cosa Nostra avrebbe utilizzato quelle notizie per proseguire la trattativa con lo Stato.
È la seconda fase, dopo quella del papello del giugno ‘92, fatta di messaggi trasversali, minacce e tritolo che avrebbe cominciato a dare i suoi frutti tra il 4 e il 6 novembre di sedici anni fa, quando all’improvviso a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone fu revocato il 41 bis. Il pm era partito dalla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993. Quel giorno, un commando di sole quattro persone posteggia in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplode e la Thema rimane lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa.
Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia. Poi, quando Chelazzi ha scoperto la revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno ipotizzato l’esistenza di un canale, mentre esplodevano le bombe, attraverso il quale mafia e Stato dialogavano. Un canale che arrivava fino alle stanze del ministero di Grazia e Giustizia. Per questo gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex Guardasigilli Claudio Martelli; l’ex direttore del Dap (direzione amministrativa penitenziaria) Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ‘93); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese, che dall’estate ‘93 era vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori e il suo autista, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.
Alla base di tutti gli interrogatori, un’ipotesi da verificare: le stragi del ‘93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, firmato da Martelli il 20 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Infatti, lo stato maggiore di Cosa Nostra contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché quasi nelle stesse ore in cui erano in corso le notifiche delle proroghe del carcere duro, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e Milano. Per poter eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni in cui gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe.
venerdì 16 ottobre 2009
Palermo, 16 luglio 1992: Borsellino non incontrò i carabinieri del Ros in Procura
Scritto da Marco Bertelli
In seguito alla puntata della trasmissione televisiva Annozero intitolata “Verità nascoste”1 (8 ottobre 2009), diversi organi di stampa si sono occupati di un progetto di attentato che nel luglio 1992 sarebbe stato messo a punto per colpire l’allora Pubblico Ministero di Milano Antonio Di Pietro ed il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. In particolare, l'incombente minaccia di morte riguardante i due magistrati fu segnalata in un'informativa datata 16 luglio 1992 e stilata dal Reparto operativo speciale (Ros) dei Carabinieri di Milano sulla base delle rivelazioni di una fonte confidenziale che fu ritenuta estremamente attendibile. Il confidente rivelò l’esistenza di un pericolo imminente di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino e fece riferimento agli interessi nel nord d’Italia di alcune famiglie mafiose di Cosa Nostra, tra le quali quelle facenti capo ai boss Salvatore Riina e Gaetano Fidanzati. Il Ros di Milano elaborò un rapporto basato sulle dichiarazioni dell’informatore e lo inviò alle Procure della Repubblica di Milano e Palermo.
L’esistenza dell’informativa del Ros fu resa nota pubblicamente il 23 luglio 1992 in un articolo apparso su il quotidiano IL SECOLO XIX.2 Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino furono messi a conoscenza del contenuto di questa informativa?
Antonio Di Pietro ha confermato durante la puntata di Annozero dell’otto ottobre 2009 di aver letto personalmente l’informativa giovedì 16 luglio 1992: “Io, il 16 luglio del 1992, ho avuto modo di leggere con attenzione l’informativa dei carabinieri del Ros che erano venuti a trovarmi nel mio ufficio della procura. I militari, sviluppando le indagini informative nel periodo successivo alla morte del giudice Giovanni Falcone nella strage di Capaci, erano venuti a sapere che Borsellino ed il sottoscritto erano le due nuove vittime predestinate della mafia”.3 Di Pietro ha poi specificato che in seguito a questa grave ed attendibile minaccia le misure di sicurezza nei suoi confronti vennero pesantemente rafforzate: gli venne raddoppiata la scorta, gli fu fornita un auto blindata4 ed il PM milanese per alcune notti non dormì neppure a casa.5 Il 4 agosto 1992 il magistrato fu avvertito dal capo della Polizia Parisi di mettersi in contatto con il questore di Bergamo per ritirare un passaporto di copertura. Successivamente Di Pietro, che fu nuovamente informato di un attentato imminente contro di lui, partì sotto copertura insieme a sua moglie alla volta della repubblica centromericana di Costa Rica.4
Paolo Borsellino fu informato del contenuto dell’informativa? Il giornalista Manlio Di Salvo, dalle colonne del quotidiano IL SECOLO XIX, afferma che anche Borsellino venne messo a conoscenza del documento. Sull’edizione del 23 luglio 1992 del quotidiano ligure leggiamo: “I carabinieri del “Ros” (Raggruppamento operativo speciale) erano riusciti ad entrare in possesso di precise informazioni sugli attentati e, lo scorso 16 luglio, avevano informato i due giudici del pericolo che stavano correndo… I carabinieri avevano avvertito gli interessati del rischio di probabili attentati con tre giorni di anticipo sulla strage di Palermo (di Via D’Amelio, ndr). I due magistrati hanno, però, continuato a lavorare senza dare eccessivo peso alla segnalazione. Poi, domenica scorsa, la bomba che ha provocato la morte del giudice Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta”.2
Di Salvo torna sull’argomento con due articoli nel mese di ottobre 2009, subito dopo che Di Pietro ha confermato dagli schermi di Annozero di aver letto personalmente l’informativa redatta dal Ros di Milano. Il giornalista scrive che la notizia di un imminente pericolo di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino gli fu rivelata la mattina di domenica 19 luglio 1992 da un ufficiale del Ros di Milano in un bar di via Moscova nel capoluogo lombardo6 ed aggiunge che anche Paolo Borsellino fu informato il 16 luglio 1992 del contenuto dell'informativa del Ros: “Il senatore Antonio Di Pietro non sapeva. Nessuno lo aveva informato che anche Paolo Borsellino, come l’ex pm di Mani Pulite, era stato avvertito il 16 luglio di 17 anni fa dai carabinieri del Ros del rischio che stava correndo. Della possibilità di essere una delle due vittime predestinate della mafia. A Palermo, tra gli atti custoditi negli uffici dei carabinieri del Ros, ci sono ancora tutte le copie di quei documenti relativi alle segnalazioni fatte al giudice Paolo Borsellino. Quella mattina del 16 luglio 1992, Borsellino aveva letto l’informativa degli investigatori dell’Arma. E all’invito pressante a spostarsi più che velocemente da un territorio che scottava, avrebbe detto: «Questa è la sede dove svolgo regolarmente il mio lavoro. Io da questo ufficio non ho nessuna intenzione di muovermi». Una decisione che ha pagato con la vita… Il mattino del 16 luglio di 17 anni fa, Paolo Borsellino viene scortato, come sempre, nel suo ufficio. Poco dopo lo raggiungono i carabinieri del Ros. Le facce sono più cupe del solito. D’altronde, la notizia l’allarme è più grave e serio del solito. Borsellino inforca gli occhiali e legge. Con attenzione. Forse intuisce che stavolta il rischio è pesantissimo. L’informativa del Ros sfrutta i canali delle indagini sul narcotraffico. Gli infiltrati nella banda vengono a sapere che alcune famiglie emergenti di Cosa Nostra vogliono uccidere i giudici Borsellino a Palermo e Di Pietro a Milano. Gli investigatori del Raggruppamento operazioni speciali tentano di convincere Borsellino che stavolta la situazione è davvero grave, più del solito. La minaccia arriva da nomi di spicco della malavita organizzata. Ma Borsellino non recede. Scuotendo il capo, dice che lui da lì non si muove, tantomeno ha intenzione di cambiare ufficio o di sottostare a ulteriori misuredi sicurezza: quelle che ha, già gli bastano. Nelle stesse ore, sempre uomini del Ros, riescono invece a convincere l’altro bersaglio della mafia: Di Pietro. Che con un passaporto falso finisce in Costarica con la moglie. La “normalità” finisce nella tarda mattinata di domenica 19 luglio 1992, quando il giudice Paolo Borsellino va a casa della madre per pranzare con lei. Come ogni domenica. E come non accadrà più”.7
In seguito alla pubblicazione su IL SECOLO XIX dei recenti articoli firmati da Di Salvo (10 e 11 ottobre 2009), la notizia che Paolo Borsellino avesse deciso di rimanere a Palermo - nonostante fosse venuto a conoscenza il 16 luglio 1992 attraverso l’informativa del Ros dell'imminente pericolo di attentato - è stata ripresa da numerose agenzie di stampa8 e da altri quotidiani.9
Borsellino fu dunque informato la mattina di giovedì 16 luglio 1992 nel suo ufficio in Procura dai carabinieri del Ros dell’informativa redatta dai colleghi del Ros di Milano?
Un documento fondamentale per ricostruire gli spostamenti di Paolo Borsellino nel mese di luglio 1992 è rappresentato dall’agenda grigia del Magistrato, dove Borsellino era solito segnare alcuni appuntamenti della giornata trascorsa ed i luoghi dove si era recato. Alla pagina di giovedì 16 luglio il Magistrato ha scritto:
Ore 06.00: C (lettera simbolica per “Casa”, ndr)
Ore 06.30: Punta Raisi
Ore 08.00: Fiumicino
Ore 09.00: Roma (D.I.A.)
Ore 13.30: (De Gennaro)
Ore 14.30: (Visconti)
Ore 16.00: (D.I.A.)
Ore 20.00: (Visconti)
Dopo le ore 20.30 (ndr): (Vizzini), (Visconti)
Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino risulta che il Magistrato di prima mattina si avviò da casa (ore 06.00) direttamente all’aeroporto di Punta Raisi (ore 06.30) dal quale raggiunse l’aeroporto di Roma Fiumicino (ore 08.00). Borsellino trascorse il resto della giornata a Roma dove, presso la sede della Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.), interrogò il collaboratore Gaspare Mutolo: Borsellino interroga Gaspare Mutolo. É l´ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerá lunedí prossimo. É tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre piú incupito. Saluta Mutolo, ed é l´ultima volta che lo vede.5 In serata Paolo Borsellino incontrò l’on. Carlo Vizzini, all’epoca segretario del partito socialdemocratico italiano (PSDI), come riportato sull’agenda e ricordato dallo stesso Vizzini in un’intervista del 10 ottobre 2009: “«Andò così - ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».10
Venerdì 17 luglio 1992 Borsellino si trattenne a Roma fino alle ore 12.30 quando si recò all’aeroporto di Fiumicino per imbarcarsi alla volta di Palermo con destinazione l’aeroporto di Punta Raisi dove atterrò alle ore 15.00.11
Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino concludiamo dunque che quel giorno il Magistrato non si recò in Procura a Palermo. Borsellino lasciò di prima mattina la sua abitazione di via Cilea per raggiungere direttamente l’aeroporto di Punta Raisi, dal quale s’imbarcò alla volta di Roma Fiumicino.
Riteniamo pertanto che la notizia secondo la quale il Magistrato sarebbe stato informato del contenuto dell’informativa dei Ros nel suo ufficio in Procura la mattina di giovedì 16 luglio 1992 sia priva di qualsiasi fondamento in quanto nettamente in contrasto con il resoconto degli spostamenti della giornata redatto dallo stesso Borsellino sulla sua agenda grigia.
Le uniche informazioni a nostra disposizione5 relative alla trasmissione della nota informativa alla Procura di Palermo sono le seguenti:
· Una copia dell’informativa fu inviata il 16 luglio 1992 dal Ros di Milano alla Procura di Palermo per posta ordinaria e fu recapitata dopo la strage di Via D’Amelio.
· Il maresciallo Cava del Ros di Milano tentò di contattare direttamente la Procura palermitana ma senza risultato.
Ad oggi (14 ottobre 2009) non risultano ai curatori di questo sito elementi e/o riscontri oggettivi che possano dimostrare che Paolo Borsellino fu messo al corrente dello specifico contenuto della nota confidenziale del Ros di Milano datata 16 luglio 1992 ed attinente ad una minaccia di attentato ai danni dello stesso Borsellino e di Antonio Di Pietro.
In seguito alla puntata della trasmissione televisiva Annozero intitolata “Verità nascoste”1 (8 ottobre 2009), diversi organi di stampa si sono occupati di un progetto di attentato che nel luglio 1992 sarebbe stato messo a punto per colpire l’allora Pubblico Ministero di Milano Antonio Di Pietro ed il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. In particolare, l'incombente minaccia di morte riguardante i due magistrati fu segnalata in un'informativa datata 16 luglio 1992 e stilata dal Reparto operativo speciale (Ros) dei Carabinieri di Milano sulla base delle rivelazioni di una fonte confidenziale che fu ritenuta estremamente attendibile. Il confidente rivelò l’esistenza di un pericolo imminente di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino e fece riferimento agli interessi nel nord d’Italia di alcune famiglie mafiose di Cosa Nostra, tra le quali quelle facenti capo ai boss Salvatore Riina e Gaetano Fidanzati. Il Ros di Milano elaborò un rapporto basato sulle dichiarazioni dell’informatore e lo inviò alle Procure della Repubblica di Milano e Palermo.
L’esistenza dell’informativa del Ros fu resa nota pubblicamente il 23 luglio 1992 in un articolo apparso su il quotidiano IL SECOLO XIX.2 Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino furono messi a conoscenza del contenuto di questa informativa?
Antonio Di Pietro ha confermato durante la puntata di Annozero dell’otto ottobre 2009 di aver letto personalmente l’informativa giovedì 16 luglio 1992: “Io, il 16 luglio del 1992, ho avuto modo di leggere con attenzione l’informativa dei carabinieri del Ros che erano venuti a trovarmi nel mio ufficio della procura. I militari, sviluppando le indagini informative nel periodo successivo alla morte del giudice Giovanni Falcone nella strage di Capaci, erano venuti a sapere che Borsellino ed il sottoscritto erano le due nuove vittime predestinate della mafia”.3 Di Pietro ha poi specificato che in seguito a questa grave ed attendibile minaccia le misure di sicurezza nei suoi confronti vennero pesantemente rafforzate: gli venne raddoppiata la scorta, gli fu fornita un auto blindata4 ed il PM milanese per alcune notti non dormì neppure a casa.5 Il 4 agosto 1992 il magistrato fu avvertito dal capo della Polizia Parisi di mettersi in contatto con il questore di Bergamo per ritirare un passaporto di copertura. Successivamente Di Pietro, che fu nuovamente informato di un attentato imminente contro di lui, partì sotto copertura insieme a sua moglie alla volta della repubblica centromericana di Costa Rica.4
Paolo Borsellino fu informato del contenuto dell’informativa? Il giornalista Manlio Di Salvo, dalle colonne del quotidiano IL SECOLO XIX, afferma che anche Borsellino venne messo a conoscenza del documento. Sull’edizione del 23 luglio 1992 del quotidiano ligure leggiamo: “I carabinieri del “Ros” (Raggruppamento operativo speciale) erano riusciti ad entrare in possesso di precise informazioni sugli attentati e, lo scorso 16 luglio, avevano informato i due giudici del pericolo che stavano correndo… I carabinieri avevano avvertito gli interessati del rischio di probabili attentati con tre giorni di anticipo sulla strage di Palermo (di Via D’Amelio, ndr). I due magistrati hanno, però, continuato a lavorare senza dare eccessivo peso alla segnalazione. Poi, domenica scorsa, la bomba che ha provocato la morte del giudice Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta”.2
Di Salvo torna sull’argomento con due articoli nel mese di ottobre 2009, subito dopo che Di Pietro ha confermato dagli schermi di Annozero di aver letto personalmente l’informativa redatta dal Ros di Milano. Il giornalista scrive che la notizia di un imminente pericolo di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino gli fu rivelata la mattina di domenica 19 luglio 1992 da un ufficiale del Ros di Milano in un bar di via Moscova nel capoluogo lombardo6 ed aggiunge che anche Paolo Borsellino fu informato il 16 luglio 1992 del contenuto dell'informativa del Ros: “Il senatore Antonio Di Pietro non sapeva. Nessuno lo aveva informato che anche Paolo Borsellino, come l’ex pm di Mani Pulite, era stato avvertito il 16 luglio di 17 anni fa dai carabinieri del Ros del rischio che stava correndo. Della possibilità di essere una delle due vittime predestinate della mafia. A Palermo, tra gli atti custoditi negli uffici dei carabinieri del Ros, ci sono ancora tutte le copie di quei documenti relativi alle segnalazioni fatte al giudice Paolo Borsellino. Quella mattina del 16 luglio 1992, Borsellino aveva letto l’informativa degli investigatori dell’Arma. E all’invito pressante a spostarsi più che velocemente da un territorio che scottava, avrebbe detto: «Questa è la sede dove svolgo regolarmente il mio lavoro. Io da questo ufficio non ho nessuna intenzione di muovermi». Una decisione che ha pagato con la vita… Il mattino del 16 luglio di 17 anni fa, Paolo Borsellino viene scortato, come sempre, nel suo ufficio. Poco dopo lo raggiungono i carabinieri del Ros. Le facce sono più cupe del solito. D’altronde, la notizia l’allarme è più grave e serio del solito. Borsellino inforca gli occhiali e legge. Con attenzione. Forse intuisce che stavolta il rischio è pesantissimo. L’informativa del Ros sfrutta i canali delle indagini sul narcotraffico. Gli infiltrati nella banda vengono a sapere che alcune famiglie emergenti di Cosa Nostra vogliono uccidere i giudici Borsellino a Palermo e Di Pietro a Milano. Gli investigatori del Raggruppamento operazioni speciali tentano di convincere Borsellino che stavolta la situazione è davvero grave, più del solito. La minaccia arriva da nomi di spicco della malavita organizzata. Ma Borsellino non recede. Scuotendo il capo, dice che lui da lì non si muove, tantomeno ha intenzione di cambiare ufficio o di sottostare a ulteriori misuredi sicurezza: quelle che ha, già gli bastano. Nelle stesse ore, sempre uomini del Ros, riescono invece a convincere l’altro bersaglio della mafia: Di Pietro. Che con un passaporto falso finisce in Costarica con la moglie. La “normalità” finisce nella tarda mattinata di domenica 19 luglio 1992, quando il giudice Paolo Borsellino va a casa della madre per pranzare con lei. Come ogni domenica. E come non accadrà più”.7
In seguito alla pubblicazione su IL SECOLO XIX dei recenti articoli firmati da Di Salvo (10 e 11 ottobre 2009), la notizia che Paolo Borsellino avesse deciso di rimanere a Palermo - nonostante fosse venuto a conoscenza il 16 luglio 1992 attraverso l’informativa del Ros dell'imminente pericolo di attentato - è stata ripresa da numerose agenzie di stampa8 e da altri quotidiani.9
Borsellino fu dunque informato la mattina di giovedì 16 luglio 1992 nel suo ufficio in Procura dai carabinieri del Ros dell’informativa redatta dai colleghi del Ros di Milano?
Un documento fondamentale per ricostruire gli spostamenti di Paolo Borsellino nel mese di luglio 1992 è rappresentato dall’agenda grigia del Magistrato, dove Borsellino era solito segnare alcuni appuntamenti della giornata trascorsa ed i luoghi dove si era recato. Alla pagina di giovedì 16 luglio il Magistrato ha scritto:
Ore 06.00: C (lettera simbolica per “Casa”, ndr)
Ore 06.30: Punta Raisi
Ore 08.00: Fiumicino
Ore 09.00: Roma (D.I.A.)
Ore 13.30: (De Gennaro)
Ore 14.30: (Visconti)
Ore 16.00: (D.I.A.)
Ore 20.00: (Visconti)
Dopo le ore 20.30 (ndr): (Vizzini), (Visconti)
Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino risulta che il Magistrato di prima mattina si avviò da casa (ore 06.00) direttamente all’aeroporto di Punta Raisi (ore 06.30) dal quale raggiunse l’aeroporto di Roma Fiumicino (ore 08.00). Borsellino trascorse il resto della giornata a Roma dove, presso la sede della Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.), interrogò il collaboratore Gaspare Mutolo: Borsellino interroga Gaspare Mutolo. É l´ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerá lunedí prossimo. É tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre piú incupito. Saluta Mutolo, ed é l´ultima volta che lo vede.5 In serata Paolo Borsellino incontrò l’on. Carlo Vizzini, all’epoca segretario del partito socialdemocratico italiano (PSDI), come riportato sull’agenda e ricordato dallo stesso Vizzini in un’intervista del 10 ottobre 2009: “«Andò così - ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».10
Venerdì 17 luglio 1992 Borsellino si trattenne a Roma fino alle ore 12.30 quando si recò all’aeroporto di Fiumicino per imbarcarsi alla volta di Palermo con destinazione l’aeroporto di Punta Raisi dove atterrò alle ore 15.00.11
Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino concludiamo dunque che quel giorno il Magistrato non si recò in Procura a Palermo. Borsellino lasciò di prima mattina la sua abitazione di via Cilea per raggiungere direttamente l’aeroporto di Punta Raisi, dal quale s’imbarcò alla volta di Roma Fiumicino.
Riteniamo pertanto che la notizia secondo la quale il Magistrato sarebbe stato informato del contenuto dell’informativa dei Ros nel suo ufficio in Procura la mattina di giovedì 16 luglio 1992 sia priva di qualsiasi fondamento in quanto nettamente in contrasto con il resoconto degli spostamenti della giornata redatto dallo stesso Borsellino sulla sua agenda grigia.
Le uniche informazioni a nostra disposizione5 relative alla trasmissione della nota informativa alla Procura di Palermo sono le seguenti:
· Una copia dell’informativa fu inviata il 16 luglio 1992 dal Ros di Milano alla Procura di Palermo per posta ordinaria e fu recapitata dopo la strage di Via D’Amelio.
· Il maresciallo Cava del Ros di Milano tentò di contattare direttamente la Procura palermitana ma senza risultato.
Ad oggi (14 ottobre 2009) non risultano ai curatori di questo sito elementi e/o riscontri oggettivi che possano dimostrare che Paolo Borsellino fu messo al corrente dello specifico contenuto della nota confidenziale del Ros di Milano datata 16 luglio 1992 ed attinente ad una minaccia di attentato ai danni dello stesso Borsellino e di Antonio Di Pietro.
A un passo dalla verita'
di Silvia Cordella - 15 ottobre 2009
Adesso che la prova Regina sulla trattativa è saltata fuori i magistrati di Palermo e Caltanissetta devono fare in fretta.
Bisogna battere il ferro finchè è caldo prima che a qualcuno possa venire in mente di imbalsamare nuovamente la memoria. Il papello esiste, la prova è stata esibita da Massimo Ciancimino. Ecco le 12 le richieste del capo di Cosa Nostra allo Stato: abolizione del reato di associazione mafiosa, la revisione del maxiprocesso (con l’intervento della corte dei diritti europei), la nascita di un partito del Sud, la riforma della giustizia all’americana e poi ancora la defiscalizzazione della benzina per la Sicilia, gli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto i settanta anni di età, niente censura per la posta destinata alle famiglie, abolizione del carcare duro previsto dal 41 bis. E sul papello vergato a mano, probabilmente dal medico Antonino Cinà, stretto consigliere di Riina, è stato trovato anche un vecchio post-it giallo sul quale Vito Ciancimino aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”.
Una frase che attesterebbe così la veridicità della trattativa intrapresa da Mori e De Donno con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino, per chiedere a Cosa Nostra la fine delle bombe e la resa dei latitanti. In cambio Riina aveva rappresentato le sue richieste. Una in particolare rimetterebbe in discussione la tesi adottata dal generale Mori che ha sempre spostato il suo primo contatto con l’ex sindaco di Palermo datandolo il 5 agosto 1992. Si tratta della richiesta sulla soppressione del decreto sul 41 bis. Un provvedimento che è stato convertito in legge solo nel mese di luglio, dopo la strage di via d’Amelio. Se nel papello consegnato al generale Mori era contenuta quella richiesta è evidente che la stessa consegna è avvenuta in data precedente all’approvazione della legge, quindi nel mese di giugno. Una prova che metterebbe finalmente a fuoco la data esatta della trattativa che Riina in quei roventi giorni d’estate intavolò con esponenti delle Istituzioni. Uomini per esempio come Rognoni e Mancino annotati all’inizio del foglio che però hanno sempre negato di aver mai e poi mai saputo di un dialogo tra lo Stato e la Mafia. Ora per le indagini si apre un nuovo capitolo. Chi poteva concedere a Riina simili agevolazioni? Da chi erano coperti Mori e De Donno? Il ritrovamento del “papello” inoltre fa quadrato con le dichiarazioni dell’on. Martelli che è stato interrogato proprio oggi dai magistrati di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta riaperta sulla strage di via d’Amelio. E si lega alle dichiarazioni dell’ex direttore degli affari penali, la dott.ssa Liliana Ferraro, convocata urgentemente dai magistrati di Palermo e Caltanissetta dopo le rivelazioni ad Anno Zero. “E’ vero – ha detto ieri a margine di un interrogatorio di 4 ore -, incontrai Paolo Borsellino e gli parlai dei contatti tra il Ros di Mori e Vito Ciancimino, come riferitomi dagli stessi ufficiali. Ricordo di aver parlato di questo argomento, negli anni successivi, anche con il dott. Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi di Firenze, Roma e Milano”. “Intuiì che Borsellino sapesse della trattativa fra stato e boss per far cessare la stagione delle stragi – ha detto invece l’ex ministro della Giustizia Martelli, precisando – me lo ha confermato di recente Liliana Ferraro”. “Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato nel 1992 – ha continuato l’ex ministro socialista - delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino". Pressioni politiche, cambi di cariche, trasformazioni ministeriali. Era il fermento che tracciava il confine tra la prima e la seconda Repubblica. Nuovi assetti si andavano a formare mentre Cosa Nostra alzava il tiro delle richieste. Alcune, come aveva raccontato Massimo Ciancimino, ritenute improponibili dallo stesso don Vito che di fronte al generale Mori disse esplicitamente che non si sarebbe potuto proseguire oltre. Da qui poi le cose cambiarono. Riina da autore della trattativa ne divenne vittima. Considerato un personaggio scomodo e ormai ingombrante lo arrestarono l’anno dopo, mentre Provenzano prese in mano il testimone. E lì che don Vito si rese conto di essere stato scavalcato. La trattativa proseguì lo stesso, Zu Binnu lo avrebbe sostituito con Marcello Dell’Utri, il nuovo referente del nascente partito di Forza Italia. Don Vito ormai vecchio e “bruciato” venne arrestato a fine del ’92. E lì che si chiuse la seconda fase della trattativa e si aprì la terza. Ma questa è una storia che arriva fino ai giorni nostri e che dev’essere ancora raccontata.
Adesso che la prova Regina sulla trattativa è saltata fuori i magistrati di Palermo e Caltanissetta devono fare in fretta.
Bisogna battere il ferro finchè è caldo prima che a qualcuno possa venire in mente di imbalsamare nuovamente la memoria. Il papello esiste, la prova è stata esibita da Massimo Ciancimino. Ecco le 12 le richieste del capo di Cosa Nostra allo Stato: abolizione del reato di associazione mafiosa, la revisione del maxiprocesso (con l’intervento della corte dei diritti europei), la nascita di un partito del Sud, la riforma della giustizia all’americana e poi ancora la defiscalizzazione della benzina per la Sicilia, gli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto i settanta anni di età, niente censura per la posta destinata alle famiglie, abolizione del carcare duro previsto dal 41 bis. E sul papello vergato a mano, probabilmente dal medico Antonino Cinà, stretto consigliere di Riina, è stato trovato anche un vecchio post-it giallo sul quale Vito Ciancimino aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”.
Una frase che attesterebbe così la veridicità della trattativa intrapresa da Mori e De Donno con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino, per chiedere a Cosa Nostra la fine delle bombe e la resa dei latitanti. In cambio Riina aveva rappresentato le sue richieste. Una in particolare rimetterebbe in discussione la tesi adottata dal generale Mori che ha sempre spostato il suo primo contatto con l’ex sindaco di Palermo datandolo il 5 agosto 1992. Si tratta della richiesta sulla soppressione del decreto sul 41 bis. Un provvedimento che è stato convertito in legge solo nel mese di luglio, dopo la strage di via d’Amelio. Se nel papello consegnato al generale Mori era contenuta quella richiesta è evidente che la stessa consegna è avvenuta in data precedente all’approvazione della legge, quindi nel mese di giugno. Una prova che metterebbe finalmente a fuoco la data esatta della trattativa che Riina in quei roventi giorni d’estate intavolò con esponenti delle Istituzioni. Uomini per esempio come Rognoni e Mancino annotati all’inizio del foglio che però hanno sempre negato di aver mai e poi mai saputo di un dialogo tra lo Stato e la Mafia. Ora per le indagini si apre un nuovo capitolo. Chi poteva concedere a Riina simili agevolazioni? Da chi erano coperti Mori e De Donno? Il ritrovamento del “papello” inoltre fa quadrato con le dichiarazioni dell’on. Martelli che è stato interrogato proprio oggi dai magistrati di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta riaperta sulla strage di via d’Amelio. E si lega alle dichiarazioni dell’ex direttore degli affari penali, la dott.ssa Liliana Ferraro, convocata urgentemente dai magistrati di Palermo e Caltanissetta dopo le rivelazioni ad Anno Zero. “E’ vero – ha detto ieri a margine di un interrogatorio di 4 ore -, incontrai Paolo Borsellino e gli parlai dei contatti tra il Ros di Mori e Vito Ciancimino, come riferitomi dagli stessi ufficiali. Ricordo di aver parlato di questo argomento, negli anni successivi, anche con il dott. Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi di Firenze, Roma e Milano”. “Intuiì che Borsellino sapesse della trattativa fra stato e boss per far cessare la stagione delle stragi – ha detto invece l’ex ministro della Giustizia Martelli, precisando – me lo ha confermato di recente Liliana Ferraro”. “Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato nel 1992 – ha continuato l’ex ministro socialista - delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino". Pressioni politiche, cambi di cariche, trasformazioni ministeriali. Era il fermento che tracciava il confine tra la prima e la seconda Repubblica. Nuovi assetti si andavano a formare mentre Cosa Nostra alzava il tiro delle richieste. Alcune, come aveva raccontato Massimo Ciancimino, ritenute improponibili dallo stesso don Vito che di fronte al generale Mori disse esplicitamente che non si sarebbe potuto proseguire oltre. Da qui poi le cose cambiarono. Riina da autore della trattativa ne divenne vittima. Considerato un personaggio scomodo e ormai ingombrante lo arrestarono l’anno dopo, mentre Provenzano prese in mano il testimone. E lì che don Vito si rese conto di essere stato scavalcato. La trattativa proseguì lo stesso, Zu Binnu lo avrebbe sostituito con Marcello Dell’Utri, il nuovo referente del nascente partito di Forza Italia. Don Vito ormai vecchio e “bruciato” venne arrestato a fine del ’92. E lì che si chiuse la seconda fase della trattativa e si aprì la terza. Ma questa è una storia che arriva fino ai giorni nostri e che dev’essere ancora raccontata.
Agenda rossa
di Giuseppe Casarrubea - 15 ottobre 2009
Si parla molto in questi giorni, con il solito codazzo delle chiacchiere perse, e con la grancassa dei mass media che ci campano sopra, della famosa agenda rossa che Paolo Borsellino portava con sè anche nel giorno in cui un’auto imbottita di tritolo lo fece saltare in aria con tutta la sua scorta.
L’Italia è un paese molto strano e forse per questo chi muove le fila dei pupi e tiene banco nel decidere delle news, gioca sempre sicuro, convinto che tanto, col tempo tutto si sana. Per i siciliani il tempo non esiste, specialmente il futuro semplice e il futuro anteriore. Il tempo preferito è il passato remoto, perchè tutto quello che si compie, o nel presente o in un passato prossimo, è immediatamente già qualcosa che entra nella sepoltura delle cose coperte di polvere e detriti.
Eppure quasi tutto avviene alla luce del sole, e la memoria non dovrebbe tradire visto e considerato che a molti eventi i siciliani, e specialmente quelli che contano e decidono, dovrebbero dare un senso per rifletterci sopra e trarne le logiche conseguenze.
Tutti abbiamo in mente grazie alle immagini video, alle testimonianze dei presenti al fatto, agli articoli dei giornali, che un elemento di curioso interesse fu, in quella calda giornata del 19 luglio 1992, la presenza, nella macchina di Paolo Borsellino, di una cartella di cuoio, che ad un certo punto un ufficiale dei Carabinieri, come se nulla fosse, prelevò dalla vettura ancora fumante per poi allontanarsi tranquillamente a piedi.
Ora il comune cittadino si chiede, come ormai fa da tempo, perchè mai degli oggetti personali del magistrato, siano stati prelevati e siano poi letteralmente spariti come una bolla di sapone. Si chiede anche come mai rappresentanti dello Stato che sapevano della presenza di questo importante oggetto del desiderio di molti, non abbiano sviluppato delle ricerche per venire a capo del mistero, se non in tempi recenti.
Dalla viva voce dei collaboratori di giustizia, Spatuzza in testa, sappiamo poi che una trattativa era stata aperta tra i vertici di Cosa nostra comandati da Totò Riina e alti esponenti dell’Arma, come il capo dei Ros, il generale dei CC. Mario Mori. Mediatore, come si è visto ad Anno Zero dell’8 ottobre 2009, l’ex sindaco mafioso di Palermo, il corleonese Vito Ciancimino.
A simili fatti abnormi ha accennato, solo ora, nella stessa trasmissione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Questi candidamente, come se stesse raccontando una fiaba ai suoi nipotini, ha ricordato, dopo ben diciassette anni, e solo per combinazione, che Borsellino seppe della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato esattamente il 23 giugno 1992, quando già era saltato in aria Falcone assieme alla moglie e alla scorta, e a poco meno di un mese dall’eccidio di via D’Amelio.
Questa storia tutta italiana, che come una scena teatrale si svolge in Sicilia, non è difficile da capire. A leggere alcuni testi di storia, frutto di ricerche e di anni di fatica, e non prodotti per scopiazzature accademiche, constatiamo che la vicenda di Borsellino, come quella di Falcone e delle stragi terroristiche del 1993, è perfettamente collimante con il prototipo stragista, antidemocratico, eversivo presente già a Portella della Ginestra. Fu allora che si fondarono le strutture organiche che saldarono, in una unità inscindibile, forze mafiose e neofasciste con rappresentanti dello Stato. La benedizione, come sempre era accaduto, fu data dalla supervisione e dalla tutela dei servizi segreti statunitensi e italiani. Non si sa se agendo ciascuno nella pripria autonomia, o prendendo ordini dal Dipartimento di Stato di Washington.
Può anche darsi che nel processo di sviluppo di questo archetipo, alla cui fondazione presero parte le organizzazioni paramilitari nere e l’X-2 di James Jesus Angleton, si siano modificate alcune forme specifiche di quella che Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo per la strage di Portella, definiva “Santissima trinità”. Al giudice che lo interrogava, Gasparino, il luogotenente del capobanda Salvatore Giuliano, così rispondeva:”Signor giudice, mafia, banditi e polizia, siamo una cosa sola, come il padre, il figlio e lo spirito santo”. Era la rappresentazione che poteva dare un giovanotto che quella realtà aveva vissuto dall’interno.
Ma non c’è dubbio alcuno che, come nel 1947 e a maggior ragione nel 1992, siamo di fronte a un mutamento del quadro geopolitico mondiale (caduta del muro di Berlino, prima guerra del Golfo, dissoluzione dell’Urss, scomparsa dei partiti di massa in Italia). L’asse tradizionale mafia-Dc non è più funzionale ai nuovi equilibri, secondo le teste d’uovo di Washington. Occorre cambiare attori e comparse. E’ proprio questo input, che porta alla nascita di Forza Italia, alla caduta di Totò Riina e di Giulio Andreotti, nonchè al trionfo di Silvio Berlusconi e di Marcello dell’Utri. Inizia l’ascesa inarrestabile di Bernardo Provenzano.
La sconfitta di Riina, utilizzato come braccio armato per l’eccidio di Capaci, è per molti versi clamorosa, e si concretizza con il suo arresto del gennaio ’93. Tale crollo non deve essere interpretato, dunque, come l’esito maldestro di una presunta trattativa, bensì come il risultato di una gigantesca trappola che l’intelligence statunitense e italiana tende nell’arco del ’92 a “Totò u curtu” .
Nasce un nuovo asse di potere.
Si parla molto in questi giorni, con il solito codazzo delle chiacchiere perse, e con la grancassa dei mass media che ci campano sopra, della famosa agenda rossa che Paolo Borsellino portava con sè anche nel giorno in cui un’auto imbottita di tritolo lo fece saltare in aria con tutta la sua scorta.
L’Italia è un paese molto strano e forse per questo chi muove le fila dei pupi e tiene banco nel decidere delle news, gioca sempre sicuro, convinto che tanto, col tempo tutto si sana. Per i siciliani il tempo non esiste, specialmente il futuro semplice e il futuro anteriore. Il tempo preferito è il passato remoto, perchè tutto quello che si compie, o nel presente o in un passato prossimo, è immediatamente già qualcosa che entra nella sepoltura delle cose coperte di polvere e detriti.
Eppure quasi tutto avviene alla luce del sole, e la memoria non dovrebbe tradire visto e considerato che a molti eventi i siciliani, e specialmente quelli che contano e decidono, dovrebbero dare un senso per rifletterci sopra e trarne le logiche conseguenze.
Tutti abbiamo in mente grazie alle immagini video, alle testimonianze dei presenti al fatto, agli articoli dei giornali, che un elemento di curioso interesse fu, in quella calda giornata del 19 luglio 1992, la presenza, nella macchina di Paolo Borsellino, di una cartella di cuoio, che ad un certo punto un ufficiale dei Carabinieri, come se nulla fosse, prelevò dalla vettura ancora fumante per poi allontanarsi tranquillamente a piedi.
Ora il comune cittadino si chiede, come ormai fa da tempo, perchè mai degli oggetti personali del magistrato, siano stati prelevati e siano poi letteralmente spariti come una bolla di sapone. Si chiede anche come mai rappresentanti dello Stato che sapevano della presenza di questo importante oggetto del desiderio di molti, non abbiano sviluppato delle ricerche per venire a capo del mistero, se non in tempi recenti.
Dalla viva voce dei collaboratori di giustizia, Spatuzza in testa, sappiamo poi che una trattativa era stata aperta tra i vertici di Cosa nostra comandati da Totò Riina e alti esponenti dell’Arma, come il capo dei Ros, il generale dei CC. Mario Mori. Mediatore, come si è visto ad Anno Zero dell’8 ottobre 2009, l’ex sindaco mafioso di Palermo, il corleonese Vito Ciancimino.
A simili fatti abnormi ha accennato, solo ora, nella stessa trasmissione, l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Claudio Martelli. Questi candidamente, come se stesse raccontando una fiaba ai suoi nipotini, ha ricordato, dopo ben diciassette anni, e solo per combinazione, che Borsellino seppe della trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato esattamente il 23 giugno 1992, quando già era saltato in aria Falcone assieme alla moglie e alla scorta, e a poco meno di un mese dall’eccidio di via D’Amelio.
Questa storia tutta italiana, che come una scena teatrale si svolge in Sicilia, non è difficile da capire. A leggere alcuni testi di storia, frutto di ricerche e di anni di fatica, e non prodotti per scopiazzature accademiche, constatiamo che la vicenda di Borsellino, come quella di Falcone e delle stragi terroristiche del 1993, è perfettamente collimante con il prototipo stragista, antidemocratico, eversivo presente già a Portella della Ginestra. Fu allora che si fondarono le strutture organiche che saldarono, in una unità inscindibile, forze mafiose e neofasciste con rappresentanti dello Stato. La benedizione, come sempre era accaduto, fu data dalla supervisione e dalla tutela dei servizi segreti statunitensi e italiani. Non si sa se agendo ciascuno nella pripria autonomia, o prendendo ordini dal Dipartimento di Stato di Washington.
Può anche darsi che nel processo di sviluppo di questo archetipo, alla cui fondazione presero parte le organizzazioni paramilitari nere e l’X-2 di James Jesus Angleton, si siano modificate alcune forme specifiche di quella che Gaspare Pisciotta, al processo di Viterbo per la strage di Portella, definiva “Santissima trinità”. Al giudice che lo interrogava, Gasparino, il luogotenente del capobanda Salvatore Giuliano, così rispondeva:”Signor giudice, mafia, banditi e polizia, siamo una cosa sola, come il padre, il figlio e lo spirito santo”. Era la rappresentazione che poteva dare un giovanotto che quella realtà aveva vissuto dall’interno.
Ma non c’è dubbio alcuno che, come nel 1947 e a maggior ragione nel 1992, siamo di fronte a un mutamento del quadro geopolitico mondiale (caduta del muro di Berlino, prima guerra del Golfo, dissoluzione dell’Urss, scomparsa dei partiti di massa in Italia). L’asse tradizionale mafia-Dc non è più funzionale ai nuovi equilibri, secondo le teste d’uovo di Washington. Occorre cambiare attori e comparse. E’ proprio questo input, che porta alla nascita di Forza Italia, alla caduta di Totò Riina e di Giulio Andreotti, nonchè al trionfo di Silvio Berlusconi e di Marcello dell’Utri. Inizia l’ascesa inarrestabile di Bernardo Provenzano.
La sconfitta di Riina, utilizzato come braccio armato per l’eccidio di Capaci, è per molti versi clamorosa, e si concretizza con il suo arresto del gennaio ’93. Tale crollo non deve essere interpretato, dunque, come l’esito maldestro di una presunta trattativa, bensì come il risultato di una gigantesca trappola che l’intelligence statunitense e italiana tende nell’arco del ’92 a “Totò u curtu” .
Nasce un nuovo asse di potere.
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giovedì 15 ottobre 2009
I nuovi fascismi mascherati e la sinistra smarrita
di Paolo Flores d'Arcais
Nel tuo “Quaderno” scrivi: “Che penserà Dio di Ratzinger e della Chiesa cattolica apostolica romana?”. Ironicamente, perché per avere una risposta - sottolinei - bisognerebbe prima dimostrarla, l’esistenza di Dio, il che è impossibile. Ma citi anche Hans Küng, il più grande teologo cattolico vivente, quando riconosce che “le religioni non sono mai servite ad avvicinare tra loro gli essere umani”. Ora, Ratzinger, da quando è diventato Papa, pretende che tutti i parlamenti dell’Occidente debbano imporre a tutti i cittadini, credenti o meno, leggi che obbediscono alla volontà di Ratzinger stesso, in tutto ciò che riguarda il sesso, la vita, la morte, la ricerca scientifica (dal preservativo alla pillola alle staminali, dall’aborto all’eutanasia …). Ratzinger sostiene che solo se si segue il principio “sicuti Deus daretur” (ma quale Dio? E chi ne interpreta la volontà?) le democrazie possono evitare il collasso nel nichilismo. Molti laici si piegano. In Italia il parlamento sta approvando una legge che obbliga al sondino per la nutrizione artificiale anche la persona in coma chi ha deciso di rifiutarlo. Ratzinger sarà così il padrone dei nostri corpi, un vero e proprio ritorno al medioevo. Non so cosa pensi Dio di Ratzinger, ma cosa ne pensa José Saramago?
Saramago - Ratzinger è nulla più che un dettaglio. Un dettaglio di una istituzione mastodontica che pesa come un macigno sulla coscienza dell’uomo. Che Ratzinger abbia il coraggio di invocare Dio per rafforzare le sue mire di un neo-medievalismo universale, un Dio che non ha mai visto, con il quale non si è mai seduto a prendere un caffè, dimostra solamente l’assoluto cinismo intellettuale del personaggio. Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa Cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in terra ai quali in realtà interessa solo il potere. Alla Chiesa nulla importa del destino delle anime, quello che ha sempre voluto è il controllo sui corpi. La ragione può essere una morale. Usiamola.
Flores d'Arcais - Nel tuo libro hai dedicato parecchie pagine al giudice Baltasar Garzon che ci ha fatto capire l’importanza di "non diventare vili nemmeno una volta, per non diventare vili per sempre”. Il giudice Garzon, sottolinei, è oggetto di un vero e proprio tiro al bersaglio perché alimenta le speranze di chi vuole che la giustizia sia “eguale per tutti”. E’ lo stesso tiro al bersaglio che si è fatto in Italia contro i magistrati di Mani Pulite, e si continua a fare contro quelli antimafia, o che scoperchiano intrecci tra criminalità, affari, istituzioni (vedi l’ultimo caso, De Magistris, costretto a rinunciare alla toga e candidarsi alle europee). Eppure un tempo “law and order” era la bandiera della destra (almeno a parole). Non sarà che a privilegiati e reazionari interessa solo l’ “order” della sopraffazione, in nome della “law” finché si dimostra docile ai potenti, ma contro la legge, non appena un giudice la prenda sul serio nei confronti di tutti?
Saramago - Sostanzialmente non dobbiamo confondere legge e giustizia. La legge può essere rivolta contro la libertà, la giustizia può essere snaturata nella pratica quotidiana. Legge e giustizia sono strumenti che hanno bisogno di una revisione continua, incessante, instancabile da parte di cittadini consapevoli. Non saprei in che modo si possa raggiungere questo obiettivo, però bisogna trovare la maniera di infondere alle istituzioni giudiziarie l’anelito di giustizia che ha sempre caratterizzato la specie umana. Non sto pensando ad una società ideale, penso – questo sì – ad una società libera, capace di correggere da sola il proprio operato. Il ruolo dell’istruzione dovrebbe essere fondamentale, ma proprio per questo è necessario riformare tutto il sistema scolastico, dalle scuole primarie all’università. Che lo si voglia o no, la celebre frase scritta sui muri della Sorbona, “vietato vietare”, apparentemente così rivoluzionaria, è stato un cattivo servizio reso alla democrazia.
Flores d’Arcais - Ci sono due pagine bellissime in cui ricordi un tuo viaggio a Napoli e un incontro enigmatico e inaspettato col mondo della camorra. Le hai dedicate all’impegno e al coraggio di Roberto Saviano, e attraverso di lui alla necessità che lo scrittore, anche a rischio di essere “condannato a morte”, come Rushdie, come Saviano, non dimentichi di essere in primo luogo un cittadino. Scrivi addirittura: “mi sento umile, quasi insignificante, di fronte alla dignità e al valore dello scrittore e giornalista Roberto Saviano, maestro di vita”. Oggi il “pensiero unico” irride l’intellettuale impegnato, del resto sempre più raro. Ma il disimpegno di tanti scrittori e intellettuali non è uno degli elementi della crisi delle democrazie?
Saramago - Credo che sia una delle cause, ma non la sola. La democrazia realmente esistente va giudicata e ridiscussa tutti i giorni perché tutti i giorni si va degradando un poco di più. Stiamo vivendo una serie di crisi che si rafforzano a vicenda: crisi dell’autorità, crisi della famiglia, crisi dei costumi, crisi morale in generale e l’elenco potrebbe essere interminabile. A mio giudizio una società disimpegnata come la nostra difficilmente può generare scrittori e intellettuali impegnati. Non siamo le guide delle masse, ma al contrario molte volte ci lasciamo condizionare da esse. Se la democrazia è in crisi, prendiamoci la nostra parte di colpa, ma affrontiamo anche le responsabilità degli altri, non siamo gli unici responsabili.
Flores d’Arcais - L’Italia è al 44esimo posto nella graduatoria della stampa libera di “Reporters sans frontieres”, distanziata perfino dal Mali e dal Ghana (il Portogallo è al 16esimo). Ma l’Italia è anche il Paese dove riescono straordinarie manifestazioni di massa organizzate dalla società civile (spesso in polemica con i partiti di “opposizione”, pavidi e assenti): dal milione di cittadini nel “girotondo” del settembre 2002, fino alle centinaia di migliaia di una settimana fa, una sorta di gigantesco fiume carsico che ogni tanto si inabissa ma che da anni non scompare mai. Ti sembra manicheo parlare di due Italie, completamente diverse per valori e per civiltà, diverse quasi antropologicamente? E che effetto ti fanno?
Saramago - In ogni Paese ci sono almeno due Paesi, a volte tre o quattro. Tuttavia, per quanto una manifestazione possa essere importante non credo la si debba prendere come l’annuncio di un imminente cambiamento. Mi importa molto di più l’azione quotidiana che tiene desta l’attenzione dei cittadini e consente risposte rapide. Ho ancora presente la rivoluzione portoghese che in alcune circostanze sembrava non fosse assolutamente in grado di fare fronte in questo modo al modificarsi della realtà. E la realtà italiana di oggi vede un Berlusconi che fin qui ha avuto buon gioco sugli sforzi dell’opposizione, perché si è trattato di un’opposizione vana, poco dotata di idee e divisa in tendenze, gruppi e interessi personalistici e di “parrocchia”.
Flores d’Arcais - Al sostantivo “criminale” o “delinquente” i dizionari riportano come definizione: colpevole di reati (o delitti, o crimini). Berlusconi è stato riconosciuto responsabile molte volte (cfr. Gomez-Travaglio “Se li conosci li eviti”, p. 56-59). Ma se qualcuno in televisione prova solo a chiamarlo con il titolo che gli spetta (da ultimo l’onorevole Di Pietro) si scatena un putiferio di interruzioni e minacce. Da scrittore e da democratico, che effetto ti fa questa sovversione del significato delle parole, a cui quasi tutti i media in Italia si piegano, per compiacere Berlusconi?
Saramago - La parola è una delle prime vittime del dispotismo di tutti i colori. Purtroppo è la stessa società che collabora con falsa innocenza a questa operazione di cosmesi politica che parte dall’alto. Ma i maggiormente colpevoli sono quei mezzi di comunicazione che adottano prontamente la voce del padrone anche quando danno l’impressione di contestarla. Il processo di inganni cui tutti siamo sottoposti permanentemente ha molti capitoli. La perversione della parola e’ uno di questi capitoli e non certo dei meno minacciosi.
Flores d’Arcais - E’ storia ormai nota che il tuo “Quaderno” (che dopo un week end nelle librerie è già in classifica) doveva uscire da Einaudi, che però lo ha rifiutato. Non ti chiedo un giudizio sui vertici Einaudi, sei troppo “signore” per maramaldeggiare. Ma in Italia esiste ormai un problema dilagante di servitù volontaria. E cosa ti sembra più pericoloso per il dilagare di un regime anti-democratico?
Saramago - A mio giudizio é più pericolosa la servitù volontaria che trasforma l’asservito in complice dichiarato. Del resto, per “il capo” la servitù volontaria è la cosa più vantaggiosa perché gli consente l’alibi di negare ogni censura, di negare di aver mai ordinato a qualcuno di proibire questa cosa o quell’altra. E’ stato, credo, il caso della Einaudi. L’eccessiva prudenza dei suoi dirigenti é arrivata al punto da far fare loro una cosa che probabilmente nessuno aveva imposto.
Flores d’Arcais - In Italia la sinistra, tutte le volte che sceglie una posizione “moderata” (in realtà subalterna) recita la litania della necessità di “scegliere il male minore” e accontentarsi. Ma già oltre mezzo secolo fa, denunciando il clima montante del maccartismo, Hannah Arendt ricordava “il nesso assai stretto che esiste tra il male minore e il male maggiore”, poiché “lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente condotto ai primi”. Tu segui con attenzione le vicende politiche italiane. Come spieghi il masochismo dei dirigenti della sinistra? Stupidità, opportunismo, omologazione all’establishment, corruzione e altri interessi inconfessabili?
Saramago - Credo che pochi abbiano riflettuto sull’ipotesi che quanto sta ora accadendo affondi le sue radici nel compromesso storico. Non sono un esperto di politica italiana, però ho sempre avuto la sensazione che con il compromesso storico sarebbe iniziata la decadenza della sinistra italiana. Se sono in errore, gradirei che me lo dimostrassero. Con il passare del tempo quello che all’epoca qualcuno poteva considerare un atto di patriottismo si è andato trasformando in un processo molteplice di corruzioni di diverso tenore, che alla fine hanno fatto dell’Italia il prototipo per eccellenza di dove porti l’incapacità di valutare le conseguenze di una scelta I risultati sono sotto i nostri occhi.
Flores d’Arcais - La sinistra in Europa viene sempre più spesso sconfitta. E anche quando vince prepara la prossima sconfitta concretizzando intanto un programma di destra. Sembra aver rinunciato al compito di realizzare (o almeno approssimare, ma instancabilmente) tutti e tre i famosi valori: “libertà, eguaglianza, fratellanza”. La parola “eguaglianza” è stata addirittura bandita dal vocabolario dei politici della sinistra, come fosse una malattia. Ma senza l’impegno per l’eguaglianza a cosa può servire una sinistra? E non sarà che le sue sconfitte nascono proprio da questo tradimento?
Saramago - Se così stanno le cose difficilmente il problema potrà essere risolto. Una cosa è infatti promettere l’eguaglianza, altra cosa è realizzarla nella realtà. Volendo, si possono sempre trovare dei motivi per rimandare la concretizzazione della più solenne delle promesse. La cosa più terribile che caratterizza la sinistra sul piano internazionale è comunque l’assenza di idee. La destra non ha bisogno di idee per governare (Berlusconi non ne ha alcuna), mentre la sinistra se non ha idee non ha più nulla da dire ai cittadini. Se non mi sbaglio troppo, questo è il problema centrale.
Flores d’Arcais - L’antifascismo è la radice moderna della democrazia in Europa, esattamente come l’illuminismo e le grandi rivoluzioni “borghesi” ne costituiscono la radice più lontana. Poiché si fa un gran parlare di inserire nella Costituzione dell’Europa un richiamo alle sue radici culturali e storiche, non sarebbe il caso di pretendere il richiamo a queste radici, i lumi e la Resistenza?
Saramago - Ci sono troppi compromessi, troppi giochi sporchi nell’alta come nella bassa politica perché qualcuno trovi il coraggio di proporlo. Credo anzi che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta chei fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Nel tuo “Quaderno” scrivi: “Che penserà Dio di Ratzinger e della Chiesa cattolica apostolica romana?”. Ironicamente, perché per avere una risposta - sottolinei - bisognerebbe prima dimostrarla, l’esistenza di Dio, il che è impossibile. Ma citi anche Hans Küng, il più grande teologo cattolico vivente, quando riconosce che “le religioni non sono mai servite ad avvicinare tra loro gli essere umani”. Ora, Ratzinger, da quando è diventato Papa, pretende che tutti i parlamenti dell’Occidente debbano imporre a tutti i cittadini, credenti o meno, leggi che obbediscono alla volontà di Ratzinger stesso, in tutto ciò che riguarda il sesso, la vita, la morte, la ricerca scientifica (dal preservativo alla pillola alle staminali, dall’aborto all’eutanasia …). Ratzinger sostiene che solo se si segue il principio “sicuti Deus daretur” (ma quale Dio? E chi ne interpreta la volontà?) le democrazie possono evitare il collasso nel nichilismo. Molti laici si piegano. In Italia il parlamento sta approvando una legge che obbliga al sondino per la nutrizione artificiale anche la persona in coma chi ha deciso di rifiutarlo. Ratzinger sarà così il padrone dei nostri corpi, un vero e proprio ritorno al medioevo. Non so cosa pensi Dio di Ratzinger, ma cosa ne pensa José Saramago?
Saramago - Ratzinger è nulla più che un dettaglio. Un dettaglio di una istituzione mastodontica che pesa come un macigno sulla coscienza dell’uomo. Che Ratzinger abbia il coraggio di invocare Dio per rafforzare le sue mire di un neo-medievalismo universale, un Dio che non ha mai visto, con il quale non si è mai seduto a prendere un caffè, dimostra solamente l’assoluto cinismo intellettuale del personaggio. Mi sono sempre considerato un ateo tranquillo perché l’ateismo come militanza pubblica mi sembrava qualcosa di inutile, ma ora sto cambiando idea. Alle insolenze reazionarie della Chiesa Cattolica bisogna rispondere con l’insolenza dell’intelligenza viva, del buon senso, della parola responsabile. Non possiamo permettere che la verità venga offesa ogni giorno dai presunti rappresentati di Dio in terra ai quali in realtà interessa solo il potere. Alla Chiesa nulla importa del destino delle anime, quello che ha sempre voluto è il controllo sui corpi. La ragione può essere una morale. Usiamola.
Flores d'Arcais - Nel tuo libro hai dedicato parecchie pagine al giudice Baltasar Garzon che ci ha fatto capire l’importanza di "non diventare vili nemmeno una volta, per non diventare vili per sempre”. Il giudice Garzon, sottolinei, è oggetto di un vero e proprio tiro al bersaglio perché alimenta le speranze di chi vuole che la giustizia sia “eguale per tutti”. E’ lo stesso tiro al bersaglio che si è fatto in Italia contro i magistrati di Mani Pulite, e si continua a fare contro quelli antimafia, o che scoperchiano intrecci tra criminalità, affari, istituzioni (vedi l’ultimo caso, De Magistris, costretto a rinunciare alla toga e candidarsi alle europee). Eppure un tempo “law and order” era la bandiera della destra (almeno a parole). Non sarà che a privilegiati e reazionari interessa solo l’ “order” della sopraffazione, in nome della “law” finché si dimostra docile ai potenti, ma contro la legge, non appena un giudice la prenda sul serio nei confronti di tutti?
Saramago - Sostanzialmente non dobbiamo confondere legge e giustizia. La legge può essere rivolta contro la libertà, la giustizia può essere snaturata nella pratica quotidiana. Legge e giustizia sono strumenti che hanno bisogno di una revisione continua, incessante, instancabile da parte di cittadini consapevoli. Non saprei in che modo si possa raggiungere questo obiettivo, però bisogna trovare la maniera di infondere alle istituzioni giudiziarie l’anelito di giustizia che ha sempre caratterizzato la specie umana. Non sto pensando ad una società ideale, penso – questo sì – ad una società libera, capace di correggere da sola il proprio operato. Il ruolo dell’istruzione dovrebbe essere fondamentale, ma proprio per questo è necessario riformare tutto il sistema scolastico, dalle scuole primarie all’università. Che lo si voglia o no, la celebre frase scritta sui muri della Sorbona, “vietato vietare”, apparentemente così rivoluzionaria, è stato un cattivo servizio reso alla democrazia.
Flores d’Arcais - Ci sono due pagine bellissime in cui ricordi un tuo viaggio a Napoli e un incontro enigmatico e inaspettato col mondo della camorra. Le hai dedicate all’impegno e al coraggio di Roberto Saviano, e attraverso di lui alla necessità che lo scrittore, anche a rischio di essere “condannato a morte”, come Rushdie, come Saviano, non dimentichi di essere in primo luogo un cittadino. Scrivi addirittura: “mi sento umile, quasi insignificante, di fronte alla dignità e al valore dello scrittore e giornalista Roberto Saviano, maestro di vita”. Oggi il “pensiero unico” irride l’intellettuale impegnato, del resto sempre più raro. Ma il disimpegno di tanti scrittori e intellettuali non è uno degli elementi della crisi delle democrazie?
Saramago - Credo che sia una delle cause, ma non la sola. La democrazia realmente esistente va giudicata e ridiscussa tutti i giorni perché tutti i giorni si va degradando un poco di più. Stiamo vivendo una serie di crisi che si rafforzano a vicenda: crisi dell’autorità, crisi della famiglia, crisi dei costumi, crisi morale in generale e l’elenco potrebbe essere interminabile. A mio giudizio una società disimpegnata come la nostra difficilmente può generare scrittori e intellettuali impegnati. Non siamo le guide delle masse, ma al contrario molte volte ci lasciamo condizionare da esse. Se la democrazia è in crisi, prendiamoci la nostra parte di colpa, ma affrontiamo anche le responsabilità degli altri, non siamo gli unici responsabili.
Flores d’Arcais - L’Italia è al 44esimo posto nella graduatoria della stampa libera di “Reporters sans frontieres”, distanziata perfino dal Mali e dal Ghana (il Portogallo è al 16esimo). Ma l’Italia è anche il Paese dove riescono straordinarie manifestazioni di massa organizzate dalla società civile (spesso in polemica con i partiti di “opposizione”, pavidi e assenti): dal milione di cittadini nel “girotondo” del settembre 2002, fino alle centinaia di migliaia di una settimana fa, una sorta di gigantesco fiume carsico che ogni tanto si inabissa ma che da anni non scompare mai. Ti sembra manicheo parlare di due Italie, completamente diverse per valori e per civiltà, diverse quasi antropologicamente? E che effetto ti fanno?
Saramago - In ogni Paese ci sono almeno due Paesi, a volte tre o quattro. Tuttavia, per quanto una manifestazione possa essere importante non credo la si debba prendere come l’annuncio di un imminente cambiamento. Mi importa molto di più l’azione quotidiana che tiene desta l’attenzione dei cittadini e consente risposte rapide. Ho ancora presente la rivoluzione portoghese che in alcune circostanze sembrava non fosse assolutamente in grado di fare fronte in questo modo al modificarsi della realtà. E la realtà italiana di oggi vede un Berlusconi che fin qui ha avuto buon gioco sugli sforzi dell’opposizione, perché si è trattato di un’opposizione vana, poco dotata di idee e divisa in tendenze, gruppi e interessi personalistici e di “parrocchia”.
Flores d’Arcais - Al sostantivo “criminale” o “delinquente” i dizionari riportano come definizione: colpevole di reati (o delitti, o crimini). Berlusconi è stato riconosciuto responsabile molte volte (cfr. Gomez-Travaglio “Se li conosci li eviti”, p. 56-59). Ma se qualcuno in televisione prova solo a chiamarlo con il titolo che gli spetta (da ultimo l’onorevole Di Pietro) si scatena un putiferio di interruzioni e minacce. Da scrittore e da democratico, che effetto ti fa questa sovversione del significato delle parole, a cui quasi tutti i media in Italia si piegano, per compiacere Berlusconi?
Saramago - La parola è una delle prime vittime del dispotismo di tutti i colori. Purtroppo è la stessa società che collabora con falsa innocenza a questa operazione di cosmesi politica che parte dall’alto. Ma i maggiormente colpevoli sono quei mezzi di comunicazione che adottano prontamente la voce del padrone anche quando danno l’impressione di contestarla. Il processo di inganni cui tutti siamo sottoposti permanentemente ha molti capitoli. La perversione della parola e’ uno di questi capitoli e non certo dei meno minacciosi.
Flores d’Arcais - E’ storia ormai nota che il tuo “Quaderno” (che dopo un week end nelle librerie è già in classifica) doveva uscire da Einaudi, che però lo ha rifiutato. Non ti chiedo un giudizio sui vertici Einaudi, sei troppo “signore” per maramaldeggiare. Ma in Italia esiste ormai un problema dilagante di servitù volontaria. E cosa ti sembra più pericoloso per il dilagare di un regime anti-democratico?
Saramago - A mio giudizio é più pericolosa la servitù volontaria che trasforma l’asservito in complice dichiarato. Del resto, per “il capo” la servitù volontaria è la cosa più vantaggiosa perché gli consente l’alibi di negare ogni censura, di negare di aver mai ordinato a qualcuno di proibire questa cosa o quell’altra. E’ stato, credo, il caso della Einaudi. L’eccessiva prudenza dei suoi dirigenti é arrivata al punto da far fare loro una cosa che probabilmente nessuno aveva imposto.
Flores d’Arcais - In Italia la sinistra, tutte le volte che sceglie una posizione “moderata” (in realtà subalterna) recita la litania della necessità di “scegliere il male minore” e accontentarsi. Ma già oltre mezzo secolo fa, denunciando il clima montante del maccartismo, Hannah Arendt ricordava “il nesso assai stretto che esiste tra il male minore e il male maggiore”, poiché “lungi dal proteggerci dai mali maggiori, i mali minori ci hanno invariabilmente condotto ai primi”. Tu segui con attenzione le vicende politiche italiane. Come spieghi il masochismo dei dirigenti della sinistra? Stupidità, opportunismo, omologazione all’establishment, corruzione e altri interessi inconfessabili?
Saramago - Credo che pochi abbiano riflettuto sull’ipotesi che quanto sta ora accadendo affondi le sue radici nel compromesso storico. Non sono un esperto di politica italiana, però ho sempre avuto la sensazione che con il compromesso storico sarebbe iniziata la decadenza della sinistra italiana. Se sono in errore, gradirei che me lo dimostrassero. Con il passare del tempo quello che all’epoca qualcuno poteva considerare un atto di patriottismo si è andato trasformando in un processo molteplice di corruzioni di diverso tenore, che alla fine hanno fatto dell’Italia il prototipo per eccellenza di dove porti l’incapacità di valutare le conseguenze di una scelta I risultati sono sotto i nostri occhi.
Flores d’Arcais - La sinistra in Europa viene sempre più spesso sconfitta. E anche quando vince prepara la prossima sconfitta concretizzando intanto un programma di destra. Sembra aver rinunciato al compito di realizzare (o almeno approssimare, ma instancabilmente) tutti e tre i famosi valori: “libertà, eguaglianza, fratellanza”. La parola “eguaglianza” è stata addirittura bandita dal vocabolario dei politici della sinistra, come fosse una malattia. Ma senza l’impegno per l’eguaglianza a cosa può servire una sinistra? E non sarà che le sue sconfitte nascono proprio da questo tradimento?
Saramago - Se così stanno le cose difficilmente il problema potrà essere risolto. Una cosa è infatti promettere l’eguaglianza, altra cosa è realizzarla nella realtà. Volendo, si possono sempre trovare dei motivi per rimandare la concretizzazione della più solenne delle promesse. La cosa più terribile che caratterizza la sinistra sul piano internazionale è comunque l’assenza di idee. La destra non ha bisogno di idee per governare (Berlusconi non ne ha alcuna), mentre la sinistra se non ha idee non ha più nulla da dire ai cittadini. Se non mi sbaglio troppo, questo è il problema centrale.
Flores d’Arcais - L’antifascismo è la radice moderna della democrazia in Europa, esattamente come l’illuminismo e le grandi rivoluzioni “borghesi” ne costituiscono la radice più lontana. Poiché si fa un gran parlare di inserire nella Costituzione dell’Europa un richiamo alle sue radici culturali e storiche, non sarebbe il caso di pretendere il richiamo a queste radici, i lumi e la Resistenza?
Saramago - Ci sono troppi compromessi, troppi giochi sporchi nell’alta come nella bassa politica perché qualcuno trovi il coraggio di proporlo. Credo anzi che in Europa il fascismo attaccherà in forze nei prossimi anni e che dobbiamo prepararci ad affrontare l’odio e la sete di vendetta chei fascisti stanno alimentando. Sia chiaro, si presenteranno con maschere pseudo-democratiche, alcune delle quali circolano già tra noi. Non dobbiamo lasciarci ingannare. Mi raccomando.
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
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mercoledì 14 ottobre 2009
Obama: perché si è meritato il Nobel
di Enrico Beltramini
Obama si è guadagnato il Nobel nel 2007, in campagna elettorale, quando si disse disposto a incontrare i "nemici" dell'America e fu duramente attaccato. La critica sulla tempistica dell'assegnazione non è fondata. Anche altre volte il premio è stato conferito per "cogliere l'attimo".
Barack Obama vince il premio Nobel, il terzo presidente degli Stati Uniti in carica dopo Theodore Roosevelt (1906), che fu premiato per il suo contributo alla conclusione della Guerra russo-giapponese, e Woodrow Wilson (1919), per la creazione della League of Nations. Il comitato che presiede l’attribuzione del premio Nobel per la pace è composto da cinque persone che risiedono ad Oslo; costituisce l’appendice norvegese di una delle più nobili e riservate istituzioni moderne. Ovviamente, come altri comitati privati, decide in piena autonomia. Ha deciso di attribuire il premio a Obama e a noi non resta altro che commentare la sua decisione.
In America come nel resto del mondo, la notizia è stata accolta con favore ma anche con sorpresa. In particolare, è stata avanzata una critica di tipo pratico alla decisione del comitato di nominare Obama. Essa riguarda il timing, il tempo. L’onorificenza sarebbe stato attribuita troppo presto, quando ancora il presidente americano sta muovendo i suoi primi passi in politica estera, quando ancora l’amministrazione sta definendo la sua missione.
Questo tipo di critica non è fondato, né sul piano del metodo né su quello del merito. Circa il metodo, nel corso della sua storia il Nobel per la pace è stato attributo sia a chi ha lavorato attivamente e lungamente a favore della pace, intesa latu sensu. Sia a chi stava lavorando nella costruzione di contesti che avrebbero concluso conflitti laceranti e risolto situazioni controverse e complicate. Esempi del primo tipo sono Nelson Mandela, Elie Wiesel e Lech Walesa; Madre Teresa e Jimmy Carter. Esempi del secondo tipo sono Menachem Begin e Anwar Sadat; e Yassir Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. In quest’ultimo caso, il premio non è alla carriera; è più il tentativo di catturare l’attimo, lo Zeitgeist.
Che il premio sia stato attribuito ad Obama secondo questa seconda linea di ragionamento lo dimostra il testo del comunicato, il quale spiega le motivazioni del comitato che assegna il premio. "Obama has as President created a new climate in international politics”. Diplomazia multilaterale, enfasi sul ruolo delle Nazioni Unite, dialogo come strumento di soluzione dei conflitti internazionali. E poi ancora – e soprattutto – “the vision of a world free from nuclear arms has powerfully stimulated disarmament and arms control negotiations”.
Obama si è guadagnato il Nobel nel 2007, in campagna elettorale, quando si disse disposto a incontrare i "nemici" dell'America e fu duramente attaccato. La critica sulla tempistica dell'assegnazione non è fondata. Anche altre volte il premio è stato conferito per "cogliere l'attimo".
Barack Obama vince il premio Nobel, il terzo presidente degli Stati Uniti in carica dopo Theodore Roosevelt (1906), che fu premiato per il suo contributo alla conclusione della Guerra russo-giapponese, e Woodrow Wilson (1919), per la creazione della League of Nations. Il comitato che presiede l’attribuzione del premio Nobel per la pace è composto da cinque persone che risiedono ad Oslo; costituisce l’appendice norvegese di una delle più nobili e riservate istituzioni moderne. Ovviamente, come altri comitati privati, decide in piena autonomia. Ha deciso di attribuire il premio a Obama e a noi non resta altro che commentare la sua decisione.
In America come nel resto del mondo, la notizia è stata accolta con favore ma anche con sorpresa. In particolare, è stata avanzata una critica di tipo pratico alla decisione del comitato di nominare Obama. Essa riguarda il timing, il tempo. L’onorificenza sarebbe stato attribuita troppo presto, quando ancora il presidente americano sta muovendo i suoi primi passi in politica estera, quando ancora l’amministrazione sta definendo la sua missione.
Questo tipo di critica non è fondato, né sul piano del metodo né su quello del merito. Circa il metodo, nel corso della sua storia il Nobel per la pace è stato attributo sia a chi ha lavorato attivamente e lungamente a favore della pace, intesa latu sensu. Sia a chi stava lavorando nella costruzione di contesti che avrebbero concluso conflitti laceranti e risolto situazioni controverse e complicate. Esempi del primo tipo sono Nelson Mandela, Elie Wiesel e Lech Walesa; Madre Teresa e Jimmy Carter. Esempi del secondo tipo sono Menachem Begin e Anwar Sadat; e Yassir Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. In quest’ultimo caso, il premio non è alla carriera; è più il tentativo di catturare l’attimo, lo Zeitgeist.
Che il premio sia stato attribuito ad Obama secondo questa seconda linea di ragionamento lo dimostra il testo del comunicato, il quale spiega le motivazioni del comitato che assegna il premio. "Obama has as President created a new climate in international politics”. Diplomazia multilaterale, enfasi sul ruolo delle Nazioni Unite, dialogo come strumento di soluzione dei conflitti internazionali. E poi ancora – e soprattutto – “the vision of a world free from nuclear arms has powerfully stimulated disarmament and arms control negotiations”.
«Borsellino sapeva? Forse non si è fidato dei suoi superiori.... »
di Nicola Biondo
Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.
Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento?
«Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».
Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».
Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».
Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».
Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».
Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».
Da parte di chi?
«Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».
Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata.
«È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».
Conveniva a tutti dire che era solo mafia?
«Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».
Luca Tescaroli, oggi sostituto procuratore a Roma, è stato pubblico ministero nel processo per la strage di Capaci. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per gli eccidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Segue con attenzione le recenti rivelazioni sui contatti tra esponenti dello stato e emissari della Cupola avvenuti nella primavera estate del 1992.
Dottor Tescaroli la procura di Palermo ha un’indagine aperta sulla trattativa tra Stato e mafia. Qual è il suo convincimento?
«Sull’inchiesta in corso ovviamente mi astengo da qualsiasi commento. Noto che ci sono uomini delle istituzioni che hanno una memoria “al contrario”: ricordano meglio i fatti lontani nel tempo che quelli vicini».
Come giudica le rivelazioni di Martelli secondo cui Borsellino avrebbe saputo da Liliana Ferraro degli incontri tra Vito Ciancimino e i carabinieri?
«Sia la Ferraro che Martelli hanno reso testimonianza in istruttoria e in aula per la strage di Capaci. Ma non hanno mai fatto riferimento a trattative o a cose simili. Queste ultime rivelazioni a distanza di così tanto tempo mi confermano un’idea: c’è stata una cortina di ferro intorno all’accertamento della verità, di tutta la verità, sulle stragi. Potevamo fare passi in avanti importanti che non ci è stato concesso di fare. C’è un nodo irrisolto».
Quale fra i tanti?
«Quello con cui ha inizio questa storia. Andare a parlare con Ciancimino significava parlare con la Cupola. È un’ammissione di debolezza o ancora peggio una tecnica di approccio che ammette il compromesso. Il mostro mafioso andava schiacciato non blandito, non esistono vie di mezzo».
Lei crede che la trattativa abbia influito sulla strage di via D’Amelio?
«È un dato acquisito che vi fu un’accelerazione per la strage. Dopo Capaci Cosa nostra aveva messo in preventivo l’eliminazione di Calogero Mannino ma tutto si bloccò e Borsellino diventò un obiettivo da colpire nel più breve tempo possibile. La domanda è perché?».
Perché si trovò davvero sovraesposto: chi lo candidava alla procura nazionale antimafia, chi addirittura alla Presidenza della Repubblica.
«Sì, vi fu una sovraesposizione del giudice. Ma che non spiega la fretta nel volerlo eliminare ad ogni costo e dopo solo 57 giorni dalla strage di Capaci. Nessuno è sprovveduto dentro Cosa nostra. Non potevano non immaginare che stavolta lo Stato avrebbe reagito. Di sicuro Borsellino si sarebbe opposto a qualsiasi trattativa».
Ci si chiede perché se il giudice, venuto a conoscenza di un contatto tra Stato e mafia, poi non l’abbia denunciato.
«Intanto bisognerebbe sapere con certezza se qualcosa gli venne detto e in che termini. Poi mi chiedo se lui avesse fiducia in coloro che lo avrebbero dovuto sentire. Vi fu una chiara omissione».
Da parte di chi?
«Borsellino era un uomo delle istituzioni. Ebbe il tempo di dire pubblicamente che sapeva fatti che avrebbe detto solo all’autorità giudiziaria. È normale che nessuno per 57 giorni lo chiami a Caltanissetta per testimoniare sulla strage del suo più caro amico e collega?».
Lei ha indagato a lungo sui possibili mandanti esterni delle stragi del 1992. Un’inchiesta poi archiviata.
«È stata una pista investigativa che ci ha fatto capire molto. È curioso che il primo a parlare chiaramente di questi contatti tra Stato e mafia è stato Giovanni Brusca, un mafioso seppure pentito. Qualcuno avrebbe dovuto sentire il dovere morale di affrontare questa vicenda che oggi è davanti agli occhi di tutti».
Conveniva a tutti dire che era solo mafia?
«Certo. Con le stragi l’obiettivo era l’intero Stato e una parte dello Stato ha risposto con la politica del compromesso, se non forse con una convergenza di interessi. Non credo alla follia di Cosa nostra. Qualcuno diede ai boss precise garanzie».
La vedova Borsellino ai pm: "Ecco tutti i sospetti di Paolo"
di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano
Un testimone rivela: "Aveva sospetti su un generale dei carabinieri".
Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.
Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.
Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi". Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".
Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò".
Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".
Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno. Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".
Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'".
Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato.
Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri. E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire garanzie concrete?...". E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.
Un testimone rivela: "Aveva sospetti su un generale dei carabinieri".
Ha parlato come non aveva fatto mai, dopo diciassette anni. Per dire tutto. Il suo interrogatorio è cominciato così: "Avevo paura, non tanto per me ma avevo paura per i miei figli e poi per i miei nipoti. Adesso però so che è arrivato il momento di riferire anche i particolari più piccoli o apparentemente insignificanti". È la vedova che ricorda gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino. È la signora Agnese che spiega ai magistrati di Caltanissetta cosa accadde nelle 48 ore precedenti alla strage di via Mariano D'Amelio.
Il verbale di interrogatorio è di poco più di un mese fa, lei da una parte e i procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo dall'altra. Lei si è presentata spontaneamente per raccontare "quando Paolo tornò da Roma il 17 di luglio". Il 17 luglio 1992, due giorni prima dell'autobomba. Paolo Borsellino è a Roma per interrogare il boss Gaspare Mutolo, un mafioso della Piana dei Colli che aveva deciso di pentirsi dopo l'uccisione di Giovanni Falcone. È venerdì pomeriggio, Borsellino lascia il boss e gli dà appuntamento per il lunedì successivo.
Quando atterra a Palermo non passa dal Tribunale ma va subito da sua moglie. "Mi chiese di stare soli, mi pregò di andare a fare una passeggiata sulla spiaggia di Villagrazia di Carini", ricorda la signora Agnese. Per la prima volta in tanti anni il procuratore Borsellino non si fa scortare e si concede una lunga camminata abbracciando la moglie. Non parlava mai con lei del suo lavoro, ma quella volta Paolo Borsellino "aveva voglia di sfogarsi". Racconta ancora la signora Agnese: "Dopo qualche minuto di silenzio, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". Un paio d'ore prima aveva raccolto le confessioni di Gaspare Mutolo. Su magistrati collusi, su superpoliziotti che erano spie, su avvocati e ingegneri e medici e commercialisti che erano al servizio dei padrini di Corleone. Non dice altro Paolo Borsellino. Informa soltanto la moglie che lunedì tornerà a Roma, "per interrogare ancora Mutolo".
Il sabato passa tranquillamente, la domenica mattina - il 19 luglio, il giorno della strage - il telefono di casa Borsellino squilla. È sempre Agnese che ricorda: "Quel giorno, molto presto, mio marito ricevette una telefonata dell'allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Mi disse che lo "autorizzava" a proseguire gli interrogatori con il pentito Mutolo che, per organizzazione interna all'ufficio, dovevano essere gestiti invece dal procuratore aggiunto Vittorio Aliquò".
Lo sa bene Paolo Borsellino che sta per morire. E ai procuratori di Caltanissetta Agnese l'ha ribadito un'altra volta: "Paolo aveva appreso qualche giorno prima che Cosa Nostra voleva ucciderlo".
Un'informazione che arrivava da alcune intercettazioni ambientali "in un carcere dov'erano rinchiusi dei mafiosi". Una minaccia per lui e per altri due magistrati, Gioacchino Natoli e Francesco Lo Voi. Ricorda sempre la vedova: "Così un giorno Paolo chiamò i suoi due colleghi e disse loro di andare via da Palermo, di concedersi una vacanza. Li consigliò anche di andare in giro armati, con una pistola". Gioacchino Natoli e Lo Voi gli danno ascolto, ma lui - Borsellino - rimane a Palermo. Sa che è condannato a morte. E ormai sa anche della "trattativa" che alcuni apparati dello Stato portano avanti con Riina e i suoi Corleonesi. Ufficiali dei carabinieri, quelli dei Ros, il colonnello Mario Mori - "l'anima" dei reparti speciali - e il fidato capitano Giuseppe De Donno. Probabilmente, questa è l'ipotesi dei procuratori di Caltanissetta e di Palermo, Paolo Borsellino muore proprio perché contrario a quella "trattativa".
Nella nuova inchiesta sulle stragi siciliane e sui patti e i ricatti con i Corleonesi, ogni giorno scivolano nuovi nomi. L'ultimo è quello del generale Antonino Subranni, al tempo comandante dei Ros e superiore diretto di Mori. Un testimone ha rivelato ai procuratori di Caltanissetta una battuta di Borsellino: "L'ha fatta a me personalmente qualche giorno prima di essere ammazzato. Mi ha detto: 'Il generale Subranni è punciutu" (cioè uomo di Cosa nostra ndr)...'".
Un'affermazione forte ma detta nello stile di Paolo Borsellino, come battuta appunto. Cosa avesse voluto veramente dire il procuratore, lo scopriranno i magistrati di Caltanissetta. La frase è stata comunque messa a verbale. E il verbale è stato secretato.
Il nome del generale Subranni è affiorato anche nelle ultime rivelazioni di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito. Nella sua intervista a Sandro Ruotolo per Annozero (però questa parte non è andata in onda ma è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta), Massimo Ciancimino sosteneva: "Mio padre per la sua natura corleonese non si è mai fidato dei carabinieri. E quando il colonello Mori e il capitano De Donno cercano di instaurare questo tipo di trattativa, è chiaro che a mio padre viene il dubbio: ma come fanno questi due soggetti che di fatto non sono riusciti nemmeno a fare il mio di processo (quello sugli appalti ndr) a offrire garanzie concrete?...". E conclude Ciancimino: "In un primo momento gli viene detto che c'è il loro referente capo, il generale Subranni...". È un'altra indagine nell'indagine sui misteri delle stragi siciliane.
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martedì 13 ottobre 2009
Insulti quotidiani del Signor Berlusconi.
di Davide Amerio
C’era una volta … Bobbio! Diranno i nostri giovani lettori.. invece no, c’era una volta, un piccolo Dittatore…
Chissà, nei libri di storia del futuro, forse inizierà così, parafrasando il Pinocchio di Collodi dei miei ricordi d’infanzia, la storia di questi anni tormentati e confusi del Berlusconismo.
So che questo termine fa sobbalzare dalla sedia i puristi della sinistra democratica; ci sono voluti decenni, prima che la storiografia riconoscesse (soprattutto a sinistra), che il Fascismo non era un sistema basato semplicemente sulla coercizione fisica (il bastone e la carota) ma un sistema di contenuti ideali ed ideologici, animatore di attese e speranze, soprattutto illusioni, propinate per mezzo della figura del capo supremo, del condottiero demiurgo che guida il popolo indicando un futuro glorioso posto dietro l’orizzonte che lui solo può vedere; e del quale, solo lui, conosce la strada per arrivarci.
Non sono tra coloro che ascrivono il Fascismo nella categoria del male assoluto, per cui tutto ciò che fu fatto, pensato, detto o prodotto era male. Perché non è vero. La storia è fatta da persone, prima che dalle ideologie, e sono le persone che, anche nell’ambito di un contesto politico illiberale ed ingiusto, possono produrre delle cose buone; così come accadde anche durante il ventennio.
Da quel periodo, e dalla disastrosa guerra che ne conseguì, nacque la Costituzione Italiana: un testo ricco di idealità per la democrazia da venire; una legge suprema scaturita da sentimenti e filosofie opposte ma che, posate per un momento le armi dello scontro ideologico, sentivano la necessità, anche a costo di qualche compromesso eccessivo, di lasciare al futuro una colonna portante attorno alla quale costruire un nuovo Stato Repubblicano e Democratico; protetto dal ripetersi degli errori nefasti del passato.
Qui abbiamo l’elemento essenziale che caratterizza, invece, il Berlusconismo: l’avversione per la nostra Costituzione e per le regole in generale.
La democrazia ha la sua debolezza nell’essere un patrimonio condiviso: non è proprietà del sovrano o delle oligarchie; è di tutti; di più ancora: necessita, per essere mantenuta in vita, di cure, dedizione, vocazione. E’ invece, nella media, illusione dell’Italiano che essa sia data per sempre, che basti a se stessa e che sia incancellabile.
Le forze illiberali e anti democratiche, presenti eccome nel nostro paese, hanno imparato dalla storia che non è il caso di usare la violenza fisica per abbatterla. La si può svuotare dall’interno, con attacchi mirati e plurimi, ai confini della legalità, e con la compiacenza ed indifferenza di un popolo che s’illude d’essere immune da ogni forma di dittatura.
Il Berlusconismo incarna al meglio questa strategia: è composto da avvocati e non da squadracce con i bastoni. Evoca a sé le illusioni più profonde di una piccola borghesia che s’immagina come salvatrice della Patria nel disprezzo delle regole; fomenta quella doppia morale, quel doppio binario, che separa i gestori del potere dal resto popolo. Una visione dello Stato nella peggiore tradizione Machiavellica, di centinaia d’anni addietro; incapace di guardare al futuro della collettività, ma solamente al proprio piccolo o grande tornaconto. Mentre definisce se stesso espressione del popolo, lo disprezza e usa la menzogna come incanto magico per porsi come il perseguitato supremo, quando non gli riesce ad oscurare la propria evidente a-moralità od immoralità con la propaganda.
L’attacco quotidiano e gli insulti, al dissenso, alla magistratura, ad ogni istituto interno od esterno che non sia accondiscendente è la sublimazione di questa arroganza di regime che fatica a consolidarsi perché, nonostante tutto, c’è chi la Costituzione l’ha letta; chi ha letto i testi dei padri nobili della democrazia e del pensiero liberale; c’è chi ha smesso di credere nei giochi di prestigio e, soprattutto, c’è un arcano principio della vita che incombe: la verità emerge sempre, per quanto la si possa seppellire nel profondo dei tribunali o delle coscienze o tra gli spot pubblicitari.
C’era una volta … Bobbio! Diranno i nostri giovani lettori.. invece no, c’era una volta, un piccolo Dittatore…
Chissà, nei libri di storia del futuro, forse inizierà così, parafrasando il Pinocchio di Collodi dei miei ricordi d’infanzia, la storia di questi anni tormentati e confusi del Berlusconismo.
So che questo termine fa sobbalzare dalla sedia i puristi della sinistra democratica; ci sono voluti decenni, prima che la storiografia riconoscesse (soprattutto a sinistra), che il Fascismo non era un sistema basato semplicemente sulla coercizione fisica (il bastone e la carota) ma un sistema di contenuti ideali ed ideologici, animatore di attese e speranze, soprattutto illusioni, propinate per mezzo della figura del capo supremo, del condottiero demiurgo che guida il popolo indicando un futuro glorioso posto dietro l’orizzonte che lui solo può vedere; e del quale, solo lui, conosce la strada per arrivarci.
Non sono tra coloro che ascrivono il Fascismo nella categoria del male assoluto, per cui tutto ciò che fu fatto, pensato, detto o prodotto era male. Perché non è vero. La storia è fatta da persone, prima che dalle ideologie, e sono le persone che, anche nell’ambito di un contesto politico illiberale ed ingiusto, possono produrre delle cose buone; così come accadde anche durante il ventennio.
Da quel periodo, e dalla disastrosa guerra che ne conseguì, nacque la Costituzione Italiana: un testo ricco di idealità per la democrazia da venire; una legge suprema scaturita da sentimenti e filosofie opposte ma che, posate per un momento le armi dello scontro ideologico, sentivano la necessità, anche a costo di qualche compromesso eccessivo, di lasciare al futuro una colonna portante attorno alla quale costruire un nuovo Stato Repubblicano e Democratico; protetto dal ripetersi degli errori nefasti del passato.
Qui abbiamo l’elemento essenziale che caratterizza, invece, il Berlusconismo: l’avversione per la nostra Costituzione e per le regole in generale.
La democrazia ha la sua debolezza nell’essere un patrimonio condiviso: non è proprietà del sovrano o delle oligarchie; è di tutti; di più ancora: necessita, per essere mantenuta in vita, di cure, dedizione, vocazione. E’ invece, nella media, illusione dell’Italiano che essa sia data per sempre, che basti a se stessa e che sia incancellabile.
Le forze illiberali e anti democratiche, presenti eccome nel nostro paese, hanno imparato dalla storia che non è il caso di usare la violenza fisica per abbatterla. La si può svuotare dall’interno, con attacchi mirati e plurimi, ai confini della legalità, e con la compiacenza ed indifferenza di un popolo che s’illude d’essere immune da ogni forma di dittatura.
Il Berlusconismo incarna al meglio questa strategia: è composto da avvocati e non da squadracce con i bastoni. Evoca a sé le illusioni più profonde di una piccola borghesia che s’immagina come salvatrice della Patria nel disprezzo delle regole; fomenta quella doppia morale, quel doppio binario, che separa i gestori del potere dal resto popolo. Una visione dello Stato nella peggiore tradizione Machiavellica, di centinaia d’anni addietro; incapace di guardare al futuro della collettività, ma solamente al proprio piccolo o grande tornaconto. Mentre definisce se stesso espressione del popolo, lo disprezza e usa la menzogna come incanto magico per porsi come il perseguitato supremo, quando non gli riesce ad oscurare la propria evidente a-moralità od immoralità con la propaganda.
L’attacco quotidiano e gli insulti, al dissenso, alla magistratura, ad ogni istituto interno od esterno che non sia accondiscendente è la sublimazione di questa arroganza di regime che fatica a consolidarsi perché, nonostante tutto, c’è chi la Costituzione l’ha letta; chi ha letto i testi dei padri nobili della democrazia e del pensiero liberale; c’è chi ha smesso di credere nei giochi di prestigio e, soprattutto, c’è un arcano principio della vita che incombe: la verità emerge sempre, per quanto la si possa seppellire nel profondo dei tribunali o delle coscienze o tra gli spot pubblicitari.
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Quel dialogo fra Cosa nostra e lo Stato
di Norma Ferrara
Solo pochi giorni fa ai microfoni di Annozero Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l'allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vtio Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l'arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c'è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all'arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" , il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Dopo aver scritto dell'arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?
Solo alcuni anni dopo l'intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all'opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e il suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d'inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L'inchiesta nonostante fosse una richiesta di archiviazione conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.
Quali elementi?
Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l'inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l'omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l'andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scriverà dopo intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. A questi seguirono una serie mai vista di episodi: attentati contro palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.
Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?
Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all'epoca sconosciuti. All'inizio degli anni '90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e l'interesse a creare più un' Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l'Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per cancellarli dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l'attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell'Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.
Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de La Trattativa, ad oggi?
La strage di via d'Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia che raccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l'attezione sull'uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza...
Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell'ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell'Utri...
Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.
Prima ricordava della rilettura di Via d'Amelio... qual è stato il ruolo, se c'è stato, dei servizi segreti nelle stragi?
Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d'Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d'approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d'Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.
I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?
A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l'allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro dell'industria” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant'è che alla fine gli inquirenti chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.
In questi ultimi anni l'attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso a l'uso di registratori... ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?
Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l'ultima cosa di cui parlerei sino a quando non giungerebbero in un' aula di tribunale. Credo comunque che il filone del Papello avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente....
Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?
Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l'andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.
Solo pochi giorni fa ai microfoni di Annozero Claudio Martelli, Ministro della Giustizia negli anni delle stragi, racconta: Borsellino sapeva della trattativa. Dice di essere stato illuminato dalle parole di Massimo Ciancimino sul dialogo fra mafia e Stato e di aver cosi ricordato che l'allora direttore degli affari penali del Ministero, Liliana Ferraro, in occasione del trigesimo della strage di Capaci avrebbe avvertito Borsellino del contenuto di una visita ricevuta dal capitano De Donno. De Donno avrebbe riferito della disponibilità dell’ex sindaco di Palermo Vtio Ciancimino ad aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra se avesse ricevuto una copertura politica. Nel gennaio del 1993 Salvatore Riina viene arrestato e il giornalista Maurizio Torrealta di Rainews 24 descrive attraverso il racconto del capitano Ultimo l'arresto del latitante numero uno di Cosa nostra. In quelle pagine non c'è traccia di questa trattativa fra mafia e Stato che portò anche all'arresto del boss corleonese. Nel 2002 Torrealta pubblica in un altro libro intitolato "La Trattativa" , il resto di quel racconto. Lo abbiamo sentito per parlare con lui di questa inchiesta e della riapertura delle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.
Dopo aver scritto dell'arresto di Riina lei pubblica nel 2002 "La Trattativa". Da quale spunto investigativo riparte la sua analisi di quel tragico biennio di stragi?
Solo alcuni anni dopo l'intervista al capitano che arrestò Riina mi resi conto che le cose che mi aveva raccontato erano solo quelle che lui mi aveva voluto raccontare, quelle che aveva voluto vedere. E soprattutto mi resi conto di quello che mi aveva taciuto: la trattativa. Fu invece intorno alla seconda metà degli anni novanta che iniziai a leggere la sentenza di via dei Gergofili, nella quale, senza alcuna ambiguità, si parlava di una trattativa portata avanti dal capitano De Donno e dal colonnello Mario Mori. I due violando i compiti cui erano preposti in quegli anni, incontrarono Ciancimino e provarono a trattare con Provenzano, non si sa per conto di chi. La trattativa avrebbe avuto successo solo se fosse stata tenuta segreta all'opinione pubblica e agli altri organi investigativi. Intorno a questa trattativa di cui noi conosciamo soltanto alcune fasi ci sono anche una serie di episodi molto strani. Non ultimi, ma questa è solo una mia opinione, la morte di Gabriele Chelazzi, Pm che stava seguendo le indagini sulla trattativa e il suicidio della direttrice del carcere di Sulmona, Armida Miserere. Il mio lavoro d'inchiesta cominciò quindi dalla lettura degli atti di Firenze ma anche dalla richiesta di archiviazione del magistrato Antonio Ingroia “Sistemi Criminali”. L'inchiesta nonostante fosse una richiesta di archiviazione conteneva al suo interno elementi oggettivi di estremo interesse di cui non potevamo essere a conoscenza mentre accadevano.
Quali elementi?
Primo. Le stragi erano state annunciate, almeno un paio di volte. La prima volta da Elio Ciolini, un neofascista, già condannato per diffamazione che aveva inviato una lettera al giudice Leonardo Grassi, annunciando l'inizio di una stagione di stragi in Italia. Ciolini in questa e in una seconda arrivata dopo l'omicidio di Salvo Lima, precisa che queste decisioni erano state prese in alcune riunione tenutesi in Croazia. La strage di Capaci inoltre venne annunciata 48 ore prima da una piccola agenzia di stampa, Repubblica, vicina ai Servizi segreti. A scriverlo fu in un articolo Vittorio Sbardella, secondo uomo di fiducia di Andreotti, per annunciare che ci sarebbe stato un “botto” che avrebbe modificato l'andamento delle elezioni. Sbardella è interessante anche per le cose che scriverà dopo intorno al cosiddetto “pericolo Golpe”. A questi seguirono una serie mai vista di episodi: attentati contro palazzi fiorentini e romani, fatti in luoghi di potere molto specifici, non quelle dei partiti ma luoghi simbolo del potere, delle istituzioni e della massoneria.
Massoneria, poteri forti e equilibri politici internazionali fanno da sfondo al biennio stragista. Ma non solo. Nella sua inchiesta lei si occupa anche della nascita e del ruolo dei movimenti secessionisti nel Paese. Perché?
Grazie ad un lavoro straordinario della Digos nel nostro Paese sono stati ricostruiti alcuni scenari all'epoca sconosciuti. All'inizio degli anni '90 nacquero diverse organizzazioni, una sorta di Leghe del sud. In una di queste comparivano persino Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, neofascista pluriindagato. Viene da pensare che ci fossero nuovi equilibri politici in bilico e l'interesse a creare più un' Europa delle regioni che delle nazioni. Questo progetto non si è poi sviluppato ma questa ricerca di nuovi equilibri è rimasta e la trattativa è poi avvenuta su un altro versante: quello della ricerca di una situazione politica che garantisse Cosa nostra, messa in difficoltà dal maxi processo. Siamo negli anni novanta infatti, le condizioni internazionali cambiano, è crollata l'Urss e il nemico comunista è stato sconfitto. In quel periodo Cosa nostra percepisce che le forze che avevano utilizzato gli enormi capitali di cui disponeva, per fini politici contro il comunismo, stavano per cancellarli dal panorama politico, come dire: il loro ruolo terminava li. Così diventò importante attirare l'attenzione con azioni capaci di arrivare anche al di là dell'Atlantico per garantire la sopravvivenza di Cosa nostra.
Quali gli elementi nuovi emersi dopo il 2002 data della pubblicazione de La Trattativa, ad oggi?
La strage di via d'Amelio è stata completamente riletta. Si è scoperto che le confessioni di un pentito sono state inquinate, fatte ad arte per sviare tutte le indagini mentre adesso ci sono nuovi collaboratori di giustizia che raccontano come si è sviluppata questa strage, il coinvolgimento dei servizi segreti. Ma anche la trattativa. Per anni si era concentrata l'attezione sull'uomo di fiducia di Riina, il medico Antonino Cinà. Sembra che abbiano avuto un ruolo altri uomini politici già condannati per associazione mafiosa e senatori della Repubblica. Ci sono nuove indagini anche se devono emergere ancora elementi chiari e precisi tali da poter dire con certezza...
Beh, un nome circola da mesi, da dichiarazioni di pentiti e in ultimo anche dalla voce di Massimo Ciancimino nell'ultima puntata di Annozero. Si tratterebbe di Marcello dell'Utri...
Ciancimino può fare questo nome, noi dobbiamo attendere riscontri precisi.
Prima ricordava della rilettura di Via d'Amelio... qual è stato il ruolo, se c'è stato, dei servizi segreti nelle stragi?
Ci sono prove della loro presenza nella strage di Capaci ma soprattutto in quella di via d'Amelio, ovvero quella che sembra davvero inverosimile possa essere stata organizzata da Cosa Nostra. Per varie ragioni ma soprattutto perché avviene in un momento in cui sono in via d'approvazione pesanti leggi antimafia e non poteva esservi mossa più dannosa per Cosa nostra che alzare il tiro contro lo Stato. Su via d'Amelio ricordo personalmente le parole del pentito Salvatore Cancemi, quando gli chiesi di questa strage mi disse: “non parlo” e disse delle altre mezze frasi che lasciavano intendere era opera di “menti raffinatissime”.
I pentiti, siciliani, calabresi, pugliesi, parlano di quegli anni anche quando decidono di non spingersi oltre alcuni episodi. Quella che sembra rimanere in silenzio è la politica. Perché?
A questo proposito cito un episodio significativo che riguardava l'allora Ministro Scotti, accaduto durante il processo per la strage di via dei Gergofili. Gli inquirenti chiesero al Ministro come mai “si fosse addormentato da Ministro degli interni e risvegliato Ministro dell'industria” senza episodi specifici che giustificassero questo cambiamento di ruolo. Lui sorrise ma non rispose, tant'è che alla fine gli inquirenti chiesero che fosse messo agli atti il sorriso di Scotti, perché quel sorriso significava “non posso parlare”. Quello che sappiamo ad oggi è che al suo posto andò Nicola Mancino e viene da pensare che questo cambiamento avesse a che fare con la trattativa. Mancino ha sempre smentito e non esistono al momento prove che possano dimostrare il contrario. Quello che sembra evidente è che la trattiva trovò un consenso trasversale nella politica.
In questi ultimi anni l'attenzione verso il reperimento di prove che dimostrerebbero la trattativa Mafia – Stato è stata diretta verso il famoso “papello”, elenco scritto di contro richieste della mafia allo Stato. Ma è plausibile che funzionari dello Stato si fossero recati a parlare con un personaggio come Vito Ciancimino più volte, senza alcuna tutela? Penso a l'uso di registratori... ad esempio. Potrebbero esserci altre prove di questa trattativa oltre al "papello"?
Se fossi in chi conduce le indagini e fossi venuto a conoscenza di queste prove sarebbe di certo l'ultima cosa di cui parlerei sino a quando non giungerebbero in un' aula di tribunale. Credo comunque che il filone del Papello avrà degli sviluppi importanti e non potrà essere licenziato rapidamente....
Dopo 17 anni Sandro Ruotolo prepara una puntata per AnnoZero e riceve delle minacce. Salvatore Borsellino, fratello del magistrato, partecipa ad una trasmissione di Rainews24 sulle stragi e subisce il furto della sua auto. A chi fa ancora paura questa verità?
Stiamo parlando di forze trasversali ai partiti che hanno governato il Paese prima e continuano ad influenzarne l'andamento anche adesso. Negli anni le condizioni sono cambiate molto, potranno esserci degli sviluppi importanti ma i tempi della giustizia sono lunghi e complessi. Sarà difficile portare avanti questi processi ma oggi sembrano esserci le condizioni e se si riuscirà ad arrivare alla verità sarà il primo caso in Italia in cui saranno identificati i mandanti esterni di una strage.
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Di Pietro interrogò Ciancimino a Rebibbia
di Guido Ruotolo
C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi, anche quelli che riaffiorano sorprendentemente nei protagonisti (delle istituzioni) di quell’epoca, che sembrano offrire nuove verità finora nascoste. E che delineano un nuovo scenario inquietante: Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri. Questa nuova verità porta a un’altra possibile interpretazione del movente della stessa strage di via D’Amelio: Borsellino fu ucciso perché si opponeva a questa trattativa.
Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro. Giovedì sera ad «Annozero», il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli.
E invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont». Di Pietro non ricorda, dunque. Per altri protagonisti, invece, il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse». Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo, e mio padre si rifiutò di parlare perché ritenne che non ci fossero le condizioni».
Al di là dei non ricordo, l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva.
Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia». Precisò Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno».
Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino. Una circostanza confermata, invece, soltanto oggi dall’ex Guardasigilli Claudio Martelli, che ricorda di averla saputa da Liliana Ferraro - gliene parlò il capitano De Donno - che informò a sua volta lo stesso Borsellino.
Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro per dirle di Ciancimino. Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, dopo 17 anni di silenzio ha deciso di essere ascoltata dai magistrati di Palermo. Chissà se ha raccontato dei timori di Paolo, del suo disappunto sulla trattativa. «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.
C’è un piccolo giallo nella storia dei mille misteri della stagione stragista di Cosa nostra del ‘92 e del ‘93. Di per sé è un episodio insignificante, ma che è importante perché è la dimostrazione che dopo 17 anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio i ricordi poi non sono così nitidi, anche quelli che riaffiorano sorprendentemente nei protagonisti (delle istituzioni) di quell’epoca, che sembrano offrire nuove verità finora nascoste. E che delineano un nuovo scenario inquietante: Paolo Borsellino sapeva che era in corso una trattativa tra Cosa nostra e ufficiali del Ros dei carabinieri. Questa nuova verità porta a un’altra possibile interpretazione del movente della stessa strage di via D’Amelio: Borsellino fu ucciso perché si opponeva a questa trattativa.
Il piccolo giallo a cui facciamo riferimento è un interrogatorio di Vito Ciancimino da parte dell’allora pm Antonio Di Pietro. Giovedì sera ad «Annozero», il figlio dell’ex sindaco di Palermo, Massimo Ciancimino, ha rivelato che il padre voleva essere interrogato dal pm di Mani pulite e che gli fu negato. Lo stesso Di Pietro, presente in trasmissione, è trasecolato. Stupito per questa richiesta mai comunicatagli.
E invece Di Pietro interrogò Ciancimino nel carcere romano di Rebibbia, nei primi mesi del ‘93. Lui stesso adesso precisa: «Non ricordo assolutamente la circostanza. Può essere accaduto. A quel tempo interrogavo decine di persone, ero impegnato nell’inchiesta Enimont». Di Pietro non ricorda, dunque. Per altri protagonisti, invece, il pm di Milano rimase deluso da quel colloquio: «Ciancimino non aggiunse nulla che il pm di Mani pulite non sapesse». Massimo Ciancimino conferma quell’incontro avvenuto nel carcere di Rebibbia: «Erano presenti anche i magistrati di Palermo, e mio padre si rifiutò di parlare perché ritenne che non ci fossero le condizioni».
Al di là dei non ricordo, l’interrogatorio di Ciancimino da parte di Di Pietro è un’ulteriore conferma che a cavallo delle stragi di Palermo e del Continente (Firenze, Roma e Milano) il rapporto del Ros di Mori e De Donno su «Mafia e Appalti» rappresentava uno spunto di indagine per arrivare a una qualche verità anche sulla scelta (apparentemente) suicida di Cosa nostra di abbracciare la strategia eversiva.
Borsellino rimase colpito dagli appunti trovati sull’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ne parlò il 12 novembre del 1997 nel processo di Caltanissetta Antonio Ingroia (che oggi è uno dei pm che indagano sulla trattativa): «Borsellino si concentrò su quegli appunti. Tra questi, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all’ormai famigerato rapporto del Ros su "Mafia e Appalti", rispetto al quale ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei carabinieri sia con colleghi del mio ufficio, per cercare un po’ di ricostruire la sua storia». Precisò Ingroia: «Ne parlò con il tenente Canale. Credo che vi sia stato anche un qualche colloquio con il capitano De Donno».
Ingroia, nel suo interrogatorio a Caltanissetta non fece riferimento a confidenze di Paolo Borsellino sul fatto che sapesse della trattativa intavolata da Mori e De Donno con Ciancimino. Una circostanza confermata, invece, soltanto oggi dall’ex Guardasigilli Claudio Martelli, che ricorda di averla saputa da Liliana Ferraro - gliene parlò il capitano De Donno - che informò a sua volta lo stesso Borsellino.
Nei prossimi giorni, Martelli e Ferraro saranno sentiti dai pm di Palermo e di Caltanissetta. L’ex capitano De Donno nega di aver incontrato Liliana Ferraro per dirle di Ciancimino. Agnese Borsellino, la vedova di Paolo, dopo 17 anni di silenzio ha deciso di essere ascoltata dai magistrati di Palermo. Chissà se ha raccontato dei timori di Paolo, del suo disappunto sulla trattativa. «Il Secolo XIX» di ieri ha scritto che Paolo Borsellino fu informato dell’allarme lanciato dal Ros su un possibile doppio attentato: a Milano contro Antonio Di Pietro, a Palermo contro di lui. Ma se Di Pietro espatriò in America Latina, Borsellino non ne volle sapere.
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venerdì 9 ottobre 2009
Di Pietro, Santoro, Tangentopoli. L'uso improprio di mezze verità
di Roberta Lemma
Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa per reati contro lo Stato, arrestato e condannato lo ritroveremo nel 2009 indagato e riarrestato per smercio rifiuti tossici nel nord d’Italia. Il 6 dicembre 1994 l’on. Di Pietro si dimetterà clamorosamente dalla magistratura poche ore prime del rilascio, da parte della procura di Milano, dell’autorizzazione a procedere per l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione.
Di Pietro addusse l’esigenza che i veleni sul suo conto - dal “poker d’assi” di Rino Formica al dossier de “Il Sabato” che altro non è se non un duro elenco di accuse e calunnie a danno del manistrato di mani pulite, dall’inchiesta del GICO sull’autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti - non danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Forza Italia nasce il 18 gennaio 1994. subito dopo le dimissioni di Di Pietro, come oggi, a fronte della grave crisi politica italiana e della fine dell’era berlusconiana, Montenzemolo lancia ufficialmente la sua Italia Futura.
Giovanni Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 qualche mese dopo lo scandalo mani pulite.
Guardando il susseguirsi delle date che si accavallano e alternano al contempo domande nascono spontanee ma anche dubbi si affacciano dal dirupo dei misteri italiani.
Gran parte del Popolo Italiano, se invitato ieri da Santoro forse avrebbe domandato questo agli ospiti in studio e soprattutto all’ex toga:
C’era forse l’intento occulto dietro l’improvviso scoppio di Tangentopoli?
Una bomba ad orologeria in Mani pulite?
Come mai tutto scoppia nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, 10 giorni dopo la firma del trattato di Maastricht dei 12 paesi membri della futura Ue e dell’Euro?
La corruzione dilagava da anni, anzi, nasceva a monte della grande guerra, si confermava con Cefis e le 7 sorelle.
Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi?
Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta.
Domande mai poste, ieri ad Annozero si è parlato di tutto, di molto, ma nulla è stato detto di quel che non fosse già di pubblico dominio o che non intaccasse altri che il premier e i suoi tirapiedi!
Un episodio fino ad oggi mai chiarito su Tangentopoli e Di Pitero.
“Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo con membri in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.
«Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso.
Tra la xalegislatura, finita il 22 aprile 1992 e la XIa legislatura, 23 aprile 1992 dell’era Giuliano Amato, l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.
Un’inchiesta sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese, politica, con decine di faldoni di migliaia di pagine.
Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali, perche la P2 non è stata mai davvero smantellata.
L’inchiesta di Cordova passa nelle mani del ministro dell’Interno Nicola Mancino, qui l’inchiesta si perde, si insabbia, sparisce.
Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, verrà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.
Il 23 maggio a Capaci uccidono Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, una strage.
Falcone stava indagando e inseguendo un flusso occulto di soldi fino ad intravedere il circuito tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali, intelligence americana e Maastricht. Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche.
Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.
In quell’incontro i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno e su questo indagavano Falcone e questo troveremo sull’agenda rossa di Borsellino.
Giulio Tremonti, presente sul panfilo - per sua stessa ammissione - disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club”. Il club dei poteri forti, dei baroni incontrastati.
Sul panfilo i erano anche i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI.
Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate. L’inixzio della recessione economica decisa sul panfilo della regina d’Inghilterra, territorio della massoneria indiscussa.
Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta.
Nel settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros sferra l’attacco che decreterà la fine della Lira, un attacco studiato a tavolino con i partecipanti al banchetto del panfilo.
Carlo Azeglio Ciampi all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta, come concordato, a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione.
L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).
Qui, entra in gioco e si colloca Tangentopoli. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati.
Sepolto il dossier Cordova, Falcone e Borsellino e azzittito De Magistris tutto il disegno si è compiuto. Why-Not che riprendeva il filone lasciato in eredità, una scomoda eredità, da Falcone e Borsellino riprendeva le fila di quel discorso, di quell’inchiesta che svelava gli altarini dei poteri forti che ancora oggi vivono e comandano nello e all’interno dello Stato italiano.
Ma poi lo scandalo procure, Prodi che cade e l’attenzione che nuovamente viene dirottata su ‘ altro ‘.
Ora attendiamo un nuovo pentito o giudic eo magistrato speciale, che riprenderà le redini dell’inchiesta che riparlerà della collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine altri scandali a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Abbiamo un proliferare di enti stranieri che si interessano dei fatti nostri e trovano un megafono nei nostri anti-sistema. Il nostro fare politica si è ridotto a rispondere alle sollecitazioni di questi signori. Per ancora ci faremo manipolare?
Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992. Il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per Mario Chiesa per reati contro lo Stato, arrestato e condannato lo ritroveremo nel 2009 indagato e riarrestato per smercio rifiuti tossici nel nord d’Italia. Il 6 dicembre 1994 l’on. Di Pietro si dimetterà clamorosamente dalla magistratura poche ore prime del rilascio, da parte della procura di Milano, dell’autorizzazione a procedere per l’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione.
Di Pietro addusse l’esigenza che i veleni sul suo conto - dal “poker d’assi” di Rino Formica al dossier de “Il Sabato” che altro non è se non un duro elenco di accuse e calunnie a danno del manistrato di mani pulite, dall’inchiesta del GICO sull’autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti - non danneggiassero l’immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali. Forza Italia nasce il 18 gennaio 1994. subito dopo le dimissioni di Di Pietro, come oggi, a fronte della grave crisi politica italiana e della fine dell’era berlusconiana, Montenzemolo lancia ufficialmente la sua Italia Futura.
Giovanni Falcone viene ucciso il 23 maggio 1992 qualche mese dopo lo scandalo mani pulite.
Guardando il susseguirsi delle date che si accavallano e alternano al contempo domande nascono spontanee ma anche dubbi si affacciano dal dirupo dei misteri italiani.
Gran parte del Popolo Italiano, se invitato ieri da Santoro forse avrebbe domandato questo agli ospiti in studio e soprattutto all’ex toga:
C’era forse l’intento occulto dietro l’improvviso scoppio di Tangentopoli?
Una bomba ad orologeria in Mani pulite?
Come mai tutto scoppia nel 1992, poco prima delle stragi di Falcone e Borsellino, 10 giorni dopo la firma del trattato di Maastricht dei 12 paesi membri della futura Ue e dell’Euro?
La corruzione dilagava da anni, anzi, nasceva a monte della grande guerra, si confermava con Cefis e le 7 sorelle.
Come mai i pm prima non sentivano e non vedevano, oppure venivano zittiti dai loro capi?
Interrogativi ai quali non è stata fornita alcuna risposta.
Domande mai poste, ieri ad Annozero si è parlato di tutto, di molto, ma nulla è stato detto di quel che non fosse già di pubblico dominio o che non intaccasse altri che il premier e i suoi tirapiedi!
Un episodio fino ad oggi mai chiarito su Tangentopoli e Di Pitero.
“Mani Pulite International”, ovvero “Transparency International”, nata dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 per iniziativa del principe Filippo di Edimburgo con membri in mezza Europa. Dalla Banca Mondiale – sua principale ispiratrice – fino ai leghisti della Padania. Stando ad alcune ricostruzioni, infatti, Mani Pulite International avrebbe subito trovato impulso tramite il responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen, promotore di una linea anti-corruzione a tutto campo, anche a costo di sterminare diritti, annientare fondi per i paesi in via di sviluppo e via cantando.
«Alla fine della guerra fredda – dichiarò Eigen – i tempi erano maturi e assieme ad alcuni colleghi decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa». Venne stilato una sorta di decalogo, in base al quale era possibile, anzi lecito e quasi dovuto intervenire nelle nazioni a rischio-corruzione, nei loro affari interni. Non pochi storici ricordano il caso del presidente di Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, che osò sfidare la politica a tutto campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale: il 30 novembre 1989 verrà trovato ucciso.
Tra la xalegislatura, finita il 22 aprile 1992 e la XIa legislatura, 23 aprile 1992 dell’era Giuliano Amato, l’inchiesta del Procuratore di Palmi, Agostino Cordova.
Un’inchiesta sui rapporti tra massoneria, ’ndrangheta calabrese, politica, con decine di faldoni di migliaia di pagine.
Cordova svolse approfondite indagini sulle obbedienze italiane, arrivando ad accertare che nessuna di esse risultava svolgere le nobili attività dell’arte muratoria, ma che molte invece erano dedite ad attività affaristiche e in alcuni casi illecite, e all’interno delle logge, importanti politici andavano a braccetto con mafiosi e criminali, perche la P2 non è stata mai davvero smantellata.
L’inchiesta di Cordova passa nelle mani del ministro dell’Interno Nicola Mancino, qui l’inchiesta si perde, si insabbia, sparisce.
Il 25 aprile il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga attraverso un messaggio televisivo si dimette dalla carica, verrà sostituito da Oscar Luigi Scalfaro.
Il 23 maggio a Capaci uccidono Falcone, la moglie e gli agenti della scorta, una strage.
Falcone stava indagando e inseguendo un flusso occulto di soldi fino ad intravedere il circuito tra mafia e importantissimi circuiti finanziari internazionali, intelligence americana e Maastricht. Aveva anche scoperto che alcuni prestigiosi personaggi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche.
Il 2 giugno al largo di Civitavecchia sul panfilo della Regina Elisabetta II avviene il più grande saccheggio dei patrimoni pubblici d’Italia, per opera dei potentati bancari.
In quell’incontro i rappresentanti della finanza internazionale (poteri anglo-olandesi e statunitensi) discussero assieme ad esponenti del mondo bancario e societario italiani le privatizzazioni e le riforme politiche per l’Italia, nel contesto del “progetto euro”. Non a caso il Trattato di Maastricht, che codifica il sistema euro-EMU, fu sottoscritto proprio quell’anno e su questo indagavano Falcone e questo troveremo sull’agenda rossa di Borsellino.
Giulio Tremonti, presente sul panfilo - per sua stessa ammissione - disse al Corsera che la “crociera sul Britannia simbolizzò il prezzo che il paese dovette pagare tanto per ‘modernizzarsi’ quanto per restare nel club”. Il club dei poteri forti, dei baroni incontrastati.
Sul panfilo i erano anche i rappresentanti delle banche Barings e S.G. Warburg, Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers, Mario Draghi direttore generale del ministero del Tesoro, Beniamino Andreatta dirigente ENI, Riccardo Galli dirigente dell’IRI.
Importanti aziende (come Buitoni, Locatelli, Neuroni, Ferrarelle, Perugina, Galbani, ecc.) sono state svendute ad imprenditori che agivano in comune accordo con l’élite finanziaria anglo-americana, altre (Telecom, ENI, IRI, ecc.) sono state smembrate e/o privatizzate. L’inixzio della recessione economica decisa sul panfilo della regina d’Inghilterra, territorio della massoneria indiscussa.
Il 19 luglio il giudice Paolo Borsellino salta in aria in via d’Amelio, assieme alla scorta.
Nel settembre 1992 lo speculatore ungaro-statunitense-israeliano George Soros sferra l’attacco che decreterà la fine della Lira, un attacco studiato a tavolino con i partecipanti al banchetto del panfilo.
Carlo Azeglio Ciampi all’epoca è governatore di Bankitalia e Lamberto Dini Direttore Generale.
Tale criminoso attacco da parte dell’élite anglo-olandese e statunitense, rappresentata in quella circostanza dall’israelita Soros (agente dei Rothschild), portò ad una svalutazione della lira del 30% e il prosciugamento delle riserve della banca d’Italia che fu costretta, come concordato, a bruciare 48 miliardi di dollari nel vano tentativo di arginare la speculazione.
L’enorme crisi portò alla scioglimento del Sistema Monetario Europeo (SME).
Qui, entra in gioco e si colloca Tangentopoli. Manipulite è servito ad attaccare obiettivi politici ben precisi, e dare a noi popolo l’illusione di una pulizia che invece non è mai avvenuta. I poteri forti, quelli veri, hanno continuato a lavorare nell’ombra, assolutamente indisturbati.
Sepolto il dossier Cordova, Falcone e Borsellino e azzittito De Magistris tutto il disegno si è compiuto. Why-Not che riprendeva il filone lasciato in eredità, una scomoda eredità, da Falcone e Borsellino riprendeva le fila di quel discorso, di quell’inchiesta che svelava gli altarini dei poteri forti che ancora oggi vivono e comandano nello e all’interno dello Stato italiano.
Ma poi lo scandalo procure, Prodi che cade e l’attenzione che nuovamente viene dirottata su ‘ altro ‘.
Ora attendiamo un nuovo pentito o giudic eo magistrato speciale, che riprenderà le redini dell’inchiesta che riparlerà della collusione tra massoneria, apparati dello Stato e criminalità organizzata, e naturalmente finirà tutto con un attentato, con un cambio di governo e lo spostamento a Roma dell’indagine altri scandali a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Abbiamo un proliferare di enti stranieri che si interessano dei fatti nostri e trovano un megafono nei nostri anti-sistema. Il nostro fare politica si è ridotto a rispondere alle sollecitazioni di questi signori. Per ancora ci faremo manipolare?
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Il ritorno di baffone: Stalin vs Novaya Gazeta
di Lucia Sgueglia - Venerdi' 9 Ottobre 2009
MOSCA – Lui, Evgeny Dzhugashvili, 73 anni, dalla sua casa a Tiblisi, di tornare nella città ove suo nonno fu burattinaio dell’Urss fino al 1953, non ci pensava neppure. Anche perché col Piccolo Padre suo padre, Yakov, nato dal primo matrimonio, non andava d’accordo, tanto che un giorno tentò il suicidio per quell’incomunicabilità, ma sopravvisse. A finirlo ci pensarono i nazisti, nel 43: lo avevano fatto prigioniero in guerra, Stalin si rifiutò di scambiarlo con un alto ufficiale tedesco.
A convincerlo a volare a Mosca ci ha pensato Leonid Zhura, anni 63, convinto fan di Baffone. In Russia non è l’unico. Ad aprile ha letto su Novaya Gazeta, il bisettimanale di Anna Politkovaskaja, un articolo di Anatoly Yablokov su Katyn, la strage compiuta nel 1940 dall’Nkvd, a lungo nascosta dai sovietici, poi ammessa da Gorbaciov e Eltsin: “L'ordine di fucilare 20mila ufficiali polacchi fu dato da Stalin in persona”, c’è scritto, e “L’operato suo e della sua polizia segreta (la famigerata Ceka) nelle purghe del 1937-38 (il Grande Terrore) costituscono un crimine sanguinoso contro il proprio popolo”. Zhura non è d’accordo, e convince Dzhugashvili a far causa al giornale per “danni morali”, chiedendo un risarcimento di 299mila dollari, più 500mila rubli all’autore. Negli atti da lui depositati dichiara che la colpa di Katyn non è dei sovietici ma dei nazisti. Anche se sul documento c’è la firma di Stalin. “Non ne sapeva nulla, la colpa è dei suoi associati, firma falsa” concorda il nipote. “Vogliamo riabilitarlo – insiste Zhura usando a rovescio quel lessico legato al Disgelo, e al riconoscimento di milioni di vittime dello stalinismo. - Ha trasformato una popolazione in popolo, inaugurato un’era d’oro della letteratura e delle arti, era un vero leader”. “Dopo 50 anni di bugie riversate su di lui non può difendersi, è il momento di agire” ha detto il 16 settembre nella seduta preliminare del processo alla Corte di Basmannaya a Mosca, mentre fuori un gruppetto di suoi supporter gridava Gloria a Stalin!. Ieri, alla seconda udienza, sono accorsi 30 pensionati, alcuni con la medaglia del loro eroe sul petto. L'erede non si è presentato. Rimasti fuori dalla minuscola aula tanti giornalisti, quasi tutti da Polonia, Georgia, Ucraina, gli ex satelliti sovietici oggi impegnati in un’aspra battaglia con Mosca sull’eredità del comunismo. Che ormai sfiora la paranoia da entrambe le parti.
In Russia tanti non sono d’accordo con Zhura, sicuramente non le famiglie di quei milioni di vittime. Ma a contestare pubblicamente la versione ufficiale della storia patria offerta dal Cremlino, restano pochi. Come Memorial, la ong per i diritti umani che nasce proprio dalle ricerche dei dissidenti sul GuLag negli anni 70, e ha fornito documenti desecretati per l’articolo di Yablokov: Zhura ha fatto causa anche a loro. Del resto, alle aule giudiziarie da qualche mese Novaya Gazeta e Memorial ci han fatto l’abitudine. Martedi scorso la ong si è vista condannare a risarcire per diffamazione – per una somma molto inferiore a quella richiesta - nientemeno che Ramzan Kadyrov, padre-padrone di Cecenia: che aveva accusato di “responsabilità” per l’omicidio di Natalia Estemirova. E altre 5 querele son pronte per Novaya Gazeta dal leader di Grozny, accusato dal giornale di coinvolgimento in vari delitti.
Intanto, opposizione e liberali denunciano una “campagna di revisionismo” a favore di Stalin varata dal Cremlino. Dai nuovi libri di storia che lo definiscono “Manager efficiente” e “artefice della modernizzazione e industrializzazione sovietica”, al restauro del metro Kurskaja a Mosca, dove è riapparso il verso dell’inno sovietico inneggiante al dittatore abolito da Krushchev; il terzo posto ottenuto dal Piccolo Padre in un programma tv che elegge il personaggio-simbolo della storia russa. Fino alle recenti polemiche sul Patto Molotov-Ribbentrop: Putin in Polonia per i 70 anni dall’inizio della guerra lo ha definito, un gesto comunque importante, “immorale”, ricordando però le colpe di Francia e Inghilterra per lo scellerato accordo di Monaco con Hitler.
Esattamente il secondo conflitto mondiale è al centro del rischio di idealizzazione del Piccolo Padre nella Russia d’oggi: per i russi è la “Grande Guerra Patriottica”, la sua memoria sacra e intoccabile in virtù di quei 27milioni di caduti. E la Vittoria contro il Nazismo il merito piu grande del dirigente sovietico. Ecco perché in questi giorni un giornalista, A. Podrabinek, si trova assediato da “giovani patrioti” per aver raccontato la storia di un ristorante costretto a rimuovere l’insegna Antisovietskaja.
“Fino a poco fa tutto ciò era impensabile – nota Yablokov - Oggi ascoltiamo molto meno sulle repressioni, rispetto agli anni 90”. Per Nikita Petrov di Memorial, “è molto triste. Una visione della storia da hooligan del calcio”.
Ma parlare di revival staliniano sarebbe una semplificazione. L’operazione non è priva di contraddizioni, se si pensa che allo stesso tempo Putin ha imposto Arcipelago GuLag di Solzhenytsin come lettura obbligatoria nei licei, e guarda allo zarismo come a un modello da recuperare.
MOSCA – Lui, Evgeny Dzhugashvili, 73 anni, dalla sua casa a Tiblisi, di tornare nella città ove suo nonno fu burattinaio dell’Urss fino al 1953, non ci pensava neppure. Anche perché col Piccolo Padre suo padre, Yakov, nato dal primo matrimonio, non andava d’accordo, tanto che un giorno tentò il suicidio per quell’incomunicabilità, ma sopravvisse. A finirlo ci pensarono i nazisti, nel 43: lo avevano fatto prigioniero in guerra, Stalin si rifiutò di scambiarlo con un alto ufficiale tedesco.
A convincerlo a volare a Mosca ci ha pensato Leonid Zhura, anni 63, convinto fan di Baffone. In Russia non è l’unico. Ad aprile ha letto su Novaya Gazeta, il bisettimanale di Anna Politkovaskaja, un articolo di Anatoly Yablokov su Katyn, la strage compiuta nel 1940 dall’Nkvd, a lungo nascosta dai sovietici, poi ammessa da Gorbaciov e Eltsin: “L'ordine di fucilare 20mila ufficiali polacchi fu dato da Stalin in persona”, c’è scritto, e “L’operato suo e della sua polizia segreta (la famigerata Ceka) nelle purghe del 1937-38 (il Grande Terrore) costituscono un crimine sanguinoso contro il proprio popolo”. Zhura non è d’accordo, e convince Dzhugashvili a far causa al giornale per “danni morali”, chiedendo un risarcimento di 299mila dollari, più 500mila rubli all’autore. Negli atti da lui depositati dichiara che la colpa di Katyn non è dei sovietici ma dei nazisti. Anche se sul documento c’è la firma di Stalin. “Non ne sapeva nulla, la colpa è dei suoi associati, firma falsa” concorda il nipote. “Vogliamo riabilitarlo – insiste Zhura usando a rovescio quel lessico legato al Disgelo, e al riconoscimento di milioni di vittime dello stalinismo. - Ha trasformato una popolazione in popolo, inaugurato un’era d’oro della letteratura e delle arti, era un vero leader”. “Dopo 50 anni di bugie riversate su di lui non può difendersi, è il momento di agire” ha detto il 16 settembre nella seduta preliminare del processo alla Corte di Basmannaya a Mosca, mentre fuori un gruppetto di suoi supporter gridava Gloria a Stalin!. Ieri, alla seconda udienza, sono accorsi 30 pensionati, alcuni con la medaglia del loro eroe sul petto. L'erede non si è presentato. Rimasti fuori dalla minuscola aula tanti giornalisti, quasi tutti da Polonia, Georgia, Ucraina, gli ex satelliti sovietici oggi impegnati in un’aspra battaglia con Mosca sull’eredità del comunismo. Che ormai sfiora la paranoia da entrambe le parti.
In Russia tanti non sono d’accordo con Zhura, sicuramente non le famiglie di quei milioni di vittime. Ma a contestare pubblicamente la versione ufficiale della storia patria offerta dal Cremlino, restano pochi. Come Memorial, la ong per i diritti umani che nasce proprio dalle ricerche dei dissidenti sul GuLag negli anni 70, e ha fornito documenti desecretati per l’articolo di Yablokov: Zhura ha fatto causa anche a loro. Del resto, alle aule giudiziarie da qualche mese Novaya Gazeta e Memorial ci han fatto l’abitudine. Martedi scorso la ong si è vista condannare a risarcire per diffamazione – per una somma molto inferiore a quella richiesta - nientemeno che Ramzan Kadyrov, padre-padrone di Cecenia: che aveva accusato di “responsabilità” per l’omicidio di Natalia Estemirova. E altre 5 querele son pronte per Novaya Gazeta dal leader di Grozny, accusato dal giornale di coinvolgimento in vari delitti.
Intanto, opposizione e liberali denunciano una “campagna di revisionismo” a favore di Stalin varata dal Cremlino. Dai nuovi libri di storia che lo definiscono “Manager efficiente” e “artefice della modernizzazione e industrializzazione sovietica”, al restauro del metro Kurskaja a Mosca, dove è riapparso il verso dell’inno sovietico inneggiante al dittatore abolito da Krushchev; il terzo posto ottenuto dal Piccolo Padre in un programma tv che elegge il personaggio-simbolo della storia russa. Fino alle recenti polemiche sul Patto Molotov-Ribbentrop: Putin in Polonia per i 70 anni dall’inizio della guerra lo ha definito, un gesto comunque importante, “immorale”, ricordando però le colpe di Francia e Inghilterra per lo scellerato accordo di Monaco con Hitler.
Esattamente il secondo conflitto mondiale è al centro del rischio di idealizzazione del Piccolo Padre nella Russia d’oggi: per i russi è la “Grande Guerra Patriottica”, la sua memoria sacra e intoccabile in virtù di quei 27milioni di caduti. E la Vittoria contro il Nazismo il merito piu grande del dirigente sovietico. Ecco perché in questi giorni un giornalista, A. Podrabinek, si trova assediato da “giovani patrioti” per aver raccontato la storia di un ristorante costretto a rimuovere l’insegna Antisovietskaja.
“Fino a poco fa tutto ciò era impensabile – nota Yablokov - Oggi ascoltiamo molto meno sulle repressioni, rispetto agli anni 90”. Per Nikita Petrov di Memorial, “è molto triste. Una visione della storia da hooligan del calcio”.
Ma parlare di revival staliniano sarebbe una semplificazione. L’operazione non è priva di contraddizioni, se si pensa che allo stesso tempo Putin ha imposto Arcipelago GuLag di Solzhenytsin come lettura obbligatoria nei licei, e guarda allo zarismo come a un modello da recuperare.
Borsellino sapeva della trattativa. Ruotolo convocato dai magistrati di Palermo. Intervista a Salvatore Borsellino
di Anna Petrozzi - 9 ottobre 2009
Un altro colpo di scena, un altro improvviso lampo di memoria getta un po’ di luce sul mistero delle stragi del ’92 e ’93.
Ieri sera ad Anno Zero è stato addirittura Claudio Martelli, Ministro di Grazia e Giustizia di quell’epoca, a fare la rivelazione delle rivelazioni: Paolo Borsellino sapeva della “Trattativa”, dell’ormai famoso dialogo tra Stato e Mafia avvenuto proprio a cavallo delle stragi.
Secondo la testimonianza dell’ex ministro, andata in onda solo in forma di intervista però, il capitano De Donno si era recato dall’allora direttore degli affari penali, Liliana Ferraro, strettissima collaboratrice di Falcone, per spiegarle che Vito Ciancimino sarebbe stato disposto a passare dalla parte dello Stato a patto di avere copertura politica. La Ferraro “molto opportunamente e senza nemmeno bisogno che mi consultasse”, spiega Martelli, “gli disse di rivolgersi prima di tutto al magistrato competente, cioè Paolo Borsellino.
Questo dialogo, spiega in collegamento da Palermo Guido Ruotolo, in questi giorni oggetto di minacce ritenute molto pericolose dalla Digos che lo sta proteggendo, sarebbe avvenuto nel trigesimo della strage di Capaci, in occasione della messa a suffragio, quindi il 23 giugno. Dopodiché, ed è questa la vera novità, Liliana Ferraro ne avrebbe parlato direttamente a Paolo Borsellino.
Tutta questa sequenza di eventi sarebbe stata confermata dall’interessata a Martelli che se ne è fatto garante, telefonicamente, presso Ruotolo.
Da qui sorgono spontanee almeno due domande: la prima, la più ovvia, è perché due “amici” di Giovanni Falcone, come sono stati sempre pubblicamente considerati, Liliana Ferraro e lo stesso Martelli decidono di parlare solo ora.
La seconda è se De Donno, che incontra Borsellino con Mori due giorni dopo la suddetta conversazione, il 25 giugno 1992, nella caserma Carini di Palermo, ne abbia parlato con il giudice così come gli disse la Ferraro.
Difficile se non impossibile pensare che Borsellino, se fosse già stato informato dei dialoghi tra Ciancimino e De Donno non gliene avrebbe chiesto conto immediatamente in quella riunione che a detta dell’allora colonnello Mori sarebbe stata super riservata. Se così fosse Mori e De Donno non solo non avrebbero mai riferito questa circostanza, ma avrebbero mentito dicendo che in quell’occasione parlarono solo di mafia e appalti.
Un elemento di indagine importantissimo quindi per i magistrati di Palermo che proprio sulla trattativa stanno lavorando da tempo. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia intanto ha convocato d’urgenza Ruotolo per fare chiarezza e vorrà ovviamente sentire anche gli interessati. Se la Ferraro e Martelli dovessero confermare a verbale si potrebbe ampliare ulteriormente quello scenario già all’esame della Corte presieduta da Mario Fontana che sta processando il generale Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Secondo l’accusa sarebbe esistito un patto tra Provenzano e alcuni referenti politici per ristabilire l’eterno equilibrio tra Cosa Nostra e Stato, interrotto definitivamente con le condanne all’ergastolo sancite dal Maxi processo e dalla caduta rovinosa della Dc e del vecchio sistema partitico con mani pulite. All’interno di questo accordo ci sarebbe stata la consegna di Riina, la mancata e mai sufficientemente spiegata perquisizione del suo covo, la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 95 e tutta una serie di eventi che hanno ristabilito con gli anni la pax tra Stato e Mafia diventata oggi la maggior “azienda” del Paese garantita e agevolata da leggi che ne reprimono principalmente la sfera militare.
Per raggiungere questo obiettivo, aveva più volte detto Provenzano ai suoi, c’era da pazientare una decina d’anni e soprattutto era stato necessario eliminare alcuni ostacoli, tra cui Paolo Borsellino e creare il necessario clima di instabilità politica e istituzionale, quindi anche le stragi del ’93.
Certo, trovare preciso riscontro processuale a tutto questo diabolico progetto è tutt’altro che semplice ed è diventato un carico enorme sulle spalle di pochi magistrati e forze dell’ordine. Proprio tra ieri e l’altro ieri si sono svolte due udienze del dibattimento in questione in cui ha deposto il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti ad avere avuto stretta relazione con Provenzano dopo la cattura di Riina.
Soppesando ogni singola parola l’ex capo mandamento di Caccamo ha spiegato che la priorità per Provenzano era quella di trovare la soluzione ai loro problemi più gravi, accentuatisi con la politica irruenta e di attacco allo Stato voluta da Riina e dalla quale il Provenzano aveva cominciato a dubitare, fin dalla decisione di votare il Psi, proprio di Martelli, al posto della Dc nel ‘87.
I problemi sono quelli ormai noti dell’ergastolo e quindi della possibile revisione dei processi, i benefici carcerari anche per i mafiosi, il sequestro dei beni, la neutralizzazione dei collaboratori di giustizia contenuti anche nel famoso “papello” consegnato da Riina a interlocutori politici per il tramite di Vito Ciancimino.
Giuffré, senza una parola di troppo, riferisce semplicemente che mentre la fazione di Bagarella e Brusca continuava a mettere a ferro e fuoco il Paese con le “bombe del continente” (Firenze, Milano e Roma) Provenzano lavorava alla “sommersione”, cioè a non fare eccessivo rumore per poter ritornare ai vecchi tempi della coabitazione con lo Stato e del grande business.
Ad un certo punto tra il ‘93 e il ‘94 aveva rassicurato i suoi più intimi di avere le garanzie necessarie e che occorreva prodigarsi per sostenere la nuova forza politica: Forza Italia.
A fare da tramite per questo rinnovato accordo: Marcello Dell’Utri.
La stessa ricostruzione l’ha fornita ieri sera Massimo Ciancimino ad Anno zero ribadendo quanto già riferito ai magistrati.
Ad un certo punto – ha raccontato - suo padre, don Vito, si era sentito scavalcato. Aveva capito di essere stato utile alla cattura di Riina e quindi alla causa della nuova trattativa che avrebbe riportato la pace tra stato e mafia, ma che ormai la sua funzione era finita.
Un po’ dispiaciuto aveva però finito con condividere la scelta di Provenzano di proseguire nei suoi negoziati con un uomo nuovo in grado di fargli da agente presso la nuova politica: Marcello Dell’Utri.
Anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sono all’attento vaglio degli inquirenti che lo sentiranno presto a processo, nel frattempo però a deporre il prossimo 20 ottobre sarà invece suo fratello.
Giovanni Ciancimino, avvocato, era rimasto finora al di fuori da tutte le delicate faccende relative al padre. Tuttavia, chiamato dai magistrati, ha confermato di essere a conoscenza della trattativa e del ruolo svolto in questo passaggio dal genitore.
Assieme a lui è stato convocato anche l’onorevole Violante che, pure lui con il lieve ritardo di 17 anni, ha rammentato di essere venuto a conoscenza di questo dialogo tra il Ros e Ciancimino. Le sue dichiarazioni tardive sembrerebbero essere su alcuni punti discordanti, sarà compito delle parti a processo tentare di rimettere in ordine questo intricato periodo storico che ha segnato indelebilmente, piaccia o meno, la storia del nostro Paese.
E’ evidente che siamo in un momento politico assai delicato in cui sembra stiano per emergere pezzi di verità sempre più inquietanti che stanno facendo sperare gli italiani onesti e i tanti famigliari delle vittime. Ieri sera la trasmissione di Santoro si è aperta con una richiesta, sempre aristocratica e composta, di Agnese Borsellino, in cui la moglie del giudice chiede a chiunque sia informato di quei fatti di dire la verità perché ormai i tempi sono maturi. Poiché solo la verità potrebbe restituire dignità al nostro Paese.
Questo compito però, ed è bene che ce lo ricordiamo tutti, non può essere delegato alla sola magistratura, un’altra volta, ma deve essere condiviso. La società civile deve essere attenta, è vero, ma ora si dovrebbero sentire anche la voce degli intellettuali, degli storici, dei grandi giornalisti. Che non si nascondessero dietro le verità processuali, ce n’è abbastanza per analizzare questa fantasmagorica omertà di stato che solo oggi sembra lievemente infrangersi. E poi teoricamente ci sarebbe la politica; se ci fosse una classe dirigente onesta e coraggiosa sarebbe arrivato il momento anche per loro di una bella autocritica. E magari di una bella pulizia.
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di Roberto Puglisi - 9 ottobre 2009
“Perché parlano soltanto adesso?”. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha visto la puntata di Annozero su via D’Amelio, sui misteri di quella terribilestagione. Dentro gli è rimasta appiccicata una domanda.
La domanda di molti. Perchè soltanto adesso, per esempio, l’ex guardasigilli Claudio Martelli, rammenta certe circostanze che imboccano una strada senza uscita? Il senso delle sue dichiarazioni è unico e incontrovertibile: Paolo Borsellino sapeva. Fu messo al corrente della trattativa tra la mafia e lo Stato, o pezzi sparsi delle istituzioni.
D:Salvatore Borsellino, già, perché?
R:“C’è da capire il motivo di queste rivelazioni inattese dopo diciassette anni. Forse alcuni soggetti vuotano il sacco ora, perché ci sono giudici che sull’argomento stanno lavorando egregiamente. Allora parlano, sperando di non essere chiamati dal magistrato sotto altra veste”.
Suo fratello fu ucciso perchè era a conoscenza della trattativa?
“Sì, lo dico dal 2005. Prima mi hanno preso per pazzo. Poi, mi hanno oscurato”.
D:A suo fratello avrebbero potuto presentare il tutto non come un tentativo d’accordo, ma d’infiltrazione.
R:“Non lo so, non ho la sfera di cristallo. Paolo era un uomo integerrimo, difficilmente si sarebbe prestato ai giochi di palazzo, con gli occhi pieni delle scene atroci di Capaci. Era morto da poco Giovanni Falcone, il suo migliore amico. Non dimentichiamolo”.
D:Cosa altro non dobbiamo dimenticare?
R:“Che Marcello Dell’Utri ha chiesto una commissione d’inchiesta sulle stragi”.
D:E che c’entra?
R:“Mi chiedo: lancia un messaggio a qualcuno, o vuole sapere cosa hanno in mano i giudici?”.
D:Toriamo alla trattativa. Il giudice Borsellino si sarebbe messo di traverso?
R:“Paolo aveva un grande rispetto per le istituzioni. Però non si tirava indietro. Ricorda la sua denuncia sullo smantellamento del pool?”.
D:Come dimenticarla…
R:“Rischiò una sanzione pesantissima e conseguenze gravi, per il rispetto della verità”.
D:E non avrebbe accettato alcuna intesa.
R:“Mai. L’avrebbe contrastata con tutte le sue forze, fino all’ultimo respiro. Infatti…”.
D:Infatti?
R:“Lo hanno tolto di mezzo”.
Un altro colpo di scena, un altro improvviso lampo di memoria getta un po’ di luce sul mistero delle stragi del ’92 e ’93.
Ieri sera ad Anno Zero è stato addirittura Claudio Martelli, Ministro di Grazia e Giustizia di quell’epoca, a fare la rivelazione delle rivelazioni: Paolo Borsellino sapeva della “Trattativa”, dell’ormai famoso dialogo tra Stato e Mafia avvenuto proprio a cavallo delle stragi.
Secondo la testimonianza dell’ex ministro, andata in onda solo in forma di intervista però, il capitano De Donno si era recato dall’allora direttore degli affari penali, Liliana Ferraro, strettissima collaboratrice di Falcone, per spiegarle che Vito Ciancimino sarebbe stato disposto a passare dalla parte dello Stato a patto di avere copertura politica. La Ferraro “molto opportunamente e senza nemmeno bisogno che mi consultasse”, spiega Martelli, “gli disse di rivolgersi prima di tutto al magistrato competente, cioè Paolo Borsellino.
Questo dialogo, spiega in collegamento da Palermo Guido Ruotolo, in questi giorni oggetto di minacce ritenute molto pericolose dalla Digos che lo sta proteggendo, sarebbe avvenuto nel trigesimo della strage di Capaci, in occasione della messa a suffragio, quindi il 23 giugno. Dopodiché, ed è questa la vera novità, Liliana Ferraro ne avrebbe parlato direttamente a Paolo Borsellino.
Tutta questa sequenza di eventi sarebbe stata confermata dall’interessata a Martelli che se ne è fatto garante, telefonicamente, presso Ruotolo.
Da qui sorgono spontanee almeno due domande: la prima, la più ovvia, è perché due “amici” di Giovanni Falcone, come sono stati sempre pubblicamente considerati, Liliana Ferraro e lo stesso Martelli decidono di parlare solo ora.
La seconda è se De Donno, che incontra Borsellino con Mori due giorni dopo la suddetta conversazione, il 25 giugno 1992, nella caserma Carini di Palermo, ne abbia parlato con il giudice così come gli disse la Ferraro.
Difficile se non impossibile pensare che Borsellino, se fosse già stato informato dei dialoghi tra Ciancimino e De Donno non gliene avrebbe chiesto conto immediatamente in quella riunione che a detta dell’allora colonnello Mori sarebbe stata super riservata. Se così fosse Mori e De Donno non solo non avrebbero mai riferito questa circostanza, ma avrebbero mentito dicendo che in quell’occasione parlarono solo di mafia e appalti.
Un elemento di indagine importantissimo quindi per i magistrati di Palermo che proprio sulla trattativa stanno lavorando da tempo. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia intanto ha convocato d’urgenza Ruotolo per fare chiarezza e vorrà ovviamente sentire anche gli interessati. Se la Ferraro e Martelli dovessero confermare a verbale si potrebbe ampliare ulteriormente quello scenario già all’esame della Corte presieduta da Mario Fontana che sta processando il generale Mori e il colonnello Mauro Obinu per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Secondo l’accusa sarebbe esistito un patto tra Provenzano e alcuni referenti politici per ristabilire l’eterno equilibrio tra Cosa Nostra e Stato, interrotto definitivamente con le condanne all’ergastolo sancite dal Maxi processo e dalla caduta rovinosa della Dc e del vecchio sistema partitico con mani pulite. All’interno di questo accordo ci sarebbe stata la consegna di Riina, la mancata e mai sufficientemente spiegata perquisizione del suo covo, la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 95 e tutta una serie di eventi che hanno ristabilito con gli anni la pax tra Stato e Mafia diventata oggi la maggior “azienda” del Paese garantita e agevolata da leggi che ne reprimono principalmente la sfera militare.
Per raggiungere questo obiettivo, aveva più volte detto Provenzano ai suoi, c’era da pazientare una decina d’anni e soprattutto era stato necessario eliminare alcuni ostacoli, tra cui Paolo Borsellino e creare il necessario clima di instabilità politica e istituzionale, quindi anche le stragi del ’93.
Certo, trovare preciso riscontro processuale a tutto questo diabolico progetto è tutt’altro che semplice ed è diventato un carico enorme sulle spalle di pochi magistrati e forze dell’ordine. Proprio tra ieri e l’altro ieri si sono svolte due udienze del dibattimento in questione in cui ha deposto il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, l’ultimo dei pentiti ad avere avuto stretta relazione con Provenzano dopo la cattura di Riina.
Soppesando ogni singola parola l’ex capo mandamento di Caccamo ha spiegato che la priorità per Provenzano era quella di trovare la soluzione ai loro problemi più gravi, accentuatisi con la politica irruenta e di attacco allo Stato voluta da Riina e dalla quale il Provenzano aveva cominciato a dubitare, fin dalla decisione di votare il Psi, proprio di Martelli, al posto della Dc nel ‘87.
I problemi sono quelli ormai noti dell’ergastolo e quindi della possibile revisione dei processi, i benefici carcerari anche per i mafiosi, il sequestro dei beni, la neutralizzazione dei collaboratori di giustizia contenuti anche nel famoso “papello” consegnato da Riina a interlocutori politici per il tramite di Vito Ciancimino.
Giuffré, senza una parola di troppo, riferisce semplicemente che mentre la fazione di Bagarella e Brusca continuava a mettere a ferro e fuoco il Paese con le “bombe del continente” (Firenze, Milano e Roma) Provenzano lavorava alla “sommersione”, cioè a non fare eccessivo rumore per poter ritornare ai vecchi tempi della coabitazione con lo Stato e del grande business.
Ad un certo punto tra il ‘93 e il ‘94 aveva rassicurato i suoi più intimi di avere le garanzie necessarie e che occorreva prodigarsi per sostenere la nuova forza politica: Forza Italia.
A fare da tramite per questo rinnovato accordo: Marcello Dell’Utri.
La stessa ricostruzione l’ha fornita ieri sera Massimo Ciancimino ad Anno zero ribadendo quanto già riferito ai magistrati.
Ad un certo punto – ha raccontato - suo padre, don Vito, si era sentito scavalcato. Aveva capito di essere stato utile alla cattura di Riina e quindi alla causa della nuova trattativa che avrebbe riportato la pace tra stato e mafia, ma che ormai la sua funzione era finita.
Un po’ dispiaciuto aveva però finito con condividere la scelta di Provenzano di proseguire nei suoi negoziati con un uomo nuovo in grado di fargli da agente presso la nuova politica: Marcello Dell’Utri.
Anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sono all’attento vaglio degli inquirenti che lo sentiranno presto a processo, nel frattempo però a deporre il prossimo 20 ottobre sarà invece suo fratello.
Giovanni Ciancimino, avvocato, era rimasto finora al di fuori da tutte le delicate faccende relative al padre. Tuttavia, chiamato dai magistrati, ha confermato di essere a conoscenza della trattativa e del ruolo svolto in questo passaggio dal genitore.
Assieme a lui è stato convocato anche l’onorevole Violante che, pure lui con il lieve ritardo di 17 anni, ha rammentato di essere venuto a conoscenza di questo dialogo tra il Ros e Ciancimino. Le sue dichiarazioni tardive sembrerebbero essere su alcuni punti discordanti, sarà compito delle parti a processo tentare di rimettere in ordine questo intricato periodo storico che ha segnato indelebilmente, piaccia o meno, la storia del nostro Paese.
E’ evidente che siamo in un momento politico assai delicato in cui sembra stiano per emergere pezzi di verità sempre più inquietanti che stanno facendo sperare gli italiani onesti e i tanti famigliari delle vittime. Ieri sera la trasmissione di Santoro si è aperta con una richiesta, sempre aristocratica e composta, di Agnese Borsellino, in cui la moglie del giudice chiede a chiunque sia informato di quei fatti di dire la verità perché ormai i tempi sono maturi. Poiché solo la verità potrebbe restituire dignità al nostro Paese.
Questo compito però, ed è bene che ce lo ricordiamo tutti, non può essere delegato alla sola magistratura, un’altra volta, ma deve essere condiviso. La società civile deve essere attenta, è vero, ma ora si dovrebbero sentire anche la voce degli intellettuali, degli storici, dei grandi giornalisti. Che non si nascondessero dietro le verità processuali, ce n’è abbastanza per analizzare questa fantasmagorica omertà di stato che solo oggi sembra lievemente infrangersi. E poi teoricamente ci sarebbe la politica; se ci fosse una classe dirigente onesta e coraggiosa sarebbe arrivato il momento anche per loro di una bella autocritica. E magari di una bella pulizia.
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di Roberto Puglisi - 9 ottobre 2009
“Perché parlano soltanto adesso?”. Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, ha visto la puntata di Annozero su via D’Amelio, sui misteri di quella terribilestagione. Dentro gli è rimasta appiccicata una domanda.
La domanda di molti. Perchè soltanto adesso, per esempio, l’ex guardasigilli Claudio Martelli, rammenta certe circostanze che imboccano una strada senza uscita? Il senso delle sue dichiarazioni è unico e incontrovertibile: Paolo Borsellino sapeva. Fu messo al corrente della trattativa tra la mafia e lo Stato, o pezzi sparsi delle istituzioni.
D:Salvatore Borsellino, già, perché?
R:“C’è da capire il motivo di queste rivelazioni inattese dopo diciassette anni. Forse alcuni soggetti vuotano il sacco ora, perché ci sono giudici che sull’argomento stanno lavorando egregiamente. Allora parlano, sperando di non essere chiamati dal magistrato sotto altra veste”.
Suo fratello fu ucciso perchè era a conoscenza della trattativa?
“Sì, lo dico dal 2005. Prima mi hanno preso per pazzo. Poi, mi hanno oscurato”.
D:A suo fratello avrebbero potuto presentare il tutto non come un tentativo d’accordo, ma d’infiltrazione.
R:“Non lo so, non ho la sfera di cristallo. Paolo era un uomo integerrimo, difficilmente si sarebbe prestato ai giochi di palazzo, con gli occhi pieni delle scene atroci di Capaci. Era morto da poco Giovanni Falcone, il suo migliore amico. Non dimentichiamolo”.
D:Cosa altro non dobbiamo dimenticare?
R:“Che Marcello Dell’Utri ha chiesto una commissione d’inchiesta sulle stragi”.
D:E che c’entra?
R:“Mi chiedo: lancia un messaggio a qualcuno, o vuole sapere cosa hanno in mano i giudici?”.
D:Toriamo alla trattativa. Il giudice Borsellino si sarebbe messo di traverso?
R:“Paolo aveva un grande rispetto per le istituzioni. Però non si tirava indietro. Ricorda la sua denuncia sullo smantellamento del pool?”.
D:Come dimenticarla…
R:“Rischiò una sanzione pesantissima e conseguenze gravi, per il rispetto della verità”.
D:E non avrebbe accettato alcuna intesa.
R:“Mai. L’avrebbe contrastata con tutte le sue forze, fino all’ultimo respiro. Infatti…”.
D:Infatti?
R:“Lo hanno tolto di mezzo”.
Intervista a Massimo Ciancimino. ''Nel papello le contro richieste della mafia''
di Pino Maniaci e Pietro Orsatti - 9 ottobre 2009
Stagioni delle stragi e trattativa tra lo Stato e i boss. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo: «Parlo con Ruotolo e dopo pochi giorni gli arrivano le minacce».
Una delle figure centrali della riapertura dei processi a Caltanissetta e Palermo sulle stragi e sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra nei primi anni 90 è sicuramente Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco del “sacco di Palermo”. Dopo aver deposto presso le procure di mezza Italia e dopo essere stato ritenuto credibile, almeno in parte, da molti pm, che sulle sue dichiarazioni hanno aperto nuovi fascicoli, oggi è uno dei personaggi meno facilmente interpretabili di questo rinnovato interesse per il biennio 1992-93 e la stagione delle stragi. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in auto per partecipare alla puntata di “Annozero”, una partecipazione, la sua, non prevista fino all’ultimo minuto. Infatti era già stato raggiunto da Sandro Ruotolo, che aveva registrato una lunga intervista. Poi negli ultimi giorni le intimidazioni verso il giornalista.
D:Ciancimino, lei rilascia un’intervista a Ruotolo e pochi giorni dopo il giornalista riceve minacce di morte. Solo una coincidenza?
R:Non sono al corrente dei dettagli della questione, ma so che la Digos sta indagando a fondo sulla vicenda. Certo è che la coincidenza c’è e fa pensare. Ma non ho dettagli e alcuna certezza. Non mi fa star sereno, però.
D:Dell’Utri prese il posto di suo padre come mediatore nella trattativa?
R:Ovviamente non posso entrare nel merito di questo perché l’argomento è al vaglio dell’autorità giudiziaria. Questa dichiarazione che lei mi sta riportando, però, è stata frutto di un’estrapolazione di qualche vostro collega. Comunque, io sto rispondendo ai magistrati anche su Marcello Dell’Utri.
D:Il famoso “papello”. Lo ha ancora lei? Lo ha consegnato ai magistrati?
R:Anche su questo argomento non posso rispondere perché si tratta di uno degli argomenti segretati. Quello che posso dire è che il papello -come a voi giornalisti piace tanto chiamare questo foglio di carta – riguardava delle contro richieste di Cosa nostra, ed era… sta nelle mie disponibilità.
D:Ma le trattative erano due? Una con l’area stragista, l’altra con Provenzano e la fazione della “sommersione”?
R:Questa è una delle più accreditate ricostruzioni giornalistiche. Io sono convinto che la trattativa fosse solo una con vari personaggi che si alternano nelle varie fasi. Si trattava di una questione di “equilibrio”.
D:Un giudizio su quella che fu la strategia portata avanti da Totò Riina?
R:Quello che penso di Totò Riina è stato anche manifestato nella mia piena disponibilità e volontà di contribuire al suo arresto. La valutazione si può sintetizzare in questo tipo di comportamento.
D:Riina che oggi, dopo anni, ha ripreso a parlare.
R:L’ultimo messaggio di Riina sicuramente è qualcosa di strano, quello che mi fa pensare è che quando parla lo fa sempre su di me. Sicuramente non è indifferente il fatto che lui riconosca pienamente il suo ruolo. “Non siamo stati noi”. Parla da capo dei capi. Riina parla poco e quando sa che deve parlare. Si esclude dall’eccidio di via D’Amelio ma non da altri fatti. Facendo quella dichiarazione riconosce un suo ruolo preciso fino a quel momento, e poi, non so se per strategia, un disconoscimento di quell’ultima fase.
D:La rassicura sapere che ora anche suo fratello sta parlando in sede di magistratura confermando le dichiarazioni che lei ha fatto finora?
R:Mi conforta che mio fratello abbia fatto questa scelta, iniziando a collaborare e dichiarando in relazione ad aspetti di questa vicenda. Anche perché, al contrario di me, lui non ha in sospeso alcun carico con la giustizia. Mio fratello, come la mia famiglia, è intervenuto con grande difficoltà e solo dopo che lo Stato si è preso carico della mia situazione. Sì, questo suo intervento mi conforta molto.
D:Sta dicendo che dopo mesi lei, quindi, ha una scorta? È sotto tutela?
R:Sì, oggi sono con una scorta. Per quello che possono fare secondo lo schema e gli ordini del ministero e degli organi di tutela.
D:L’ha sorpresa l’esclusione della sua deposizione al processo Dell’Utri?
R:Ormai non mi stupisco più di nulla.
Stagioni delle stragi e trattativa tra lo Stato e i boss. Il figlio dell’ex sindaco di Palermo: «Parlo con Ruotolo e dopo pochi giorni gli arrivano le minacce».
Una delle figure centrali della riapertura dei processi a Caltanissetta e Palermo sulle stragi e sulla trattativa fra Stato e Cosa nostra nei primi anni 90 è sicuramente Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il sindaco del “sacco di Palermo”. Dopo aver deposto presso le procure di mezza Italia e dopo essere stato ritenuto credibile, almeno in parte, da molti pm, che sulle sue dichiarazioni hanno aperto nuovi fascicoli, oggi è uno dei personaggi meno facilmente interpretabili di questo rinnovato interesse per il biennio 1992-93 e la stagione delle stragi. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre è in auto per partecipare alla puntata di “Annozero”, una partecipazione, la sua, non prevista fino all’ultimo minuto. Infatti era già stato raggiunto da Sandro Ruotolo, che aveva registrato una lunga intervista. Poi negli ultimi giorni le intimidazioni verso il giornalista.
D:Ciancimino, lei rilascia un’intervista a Ruotolo e pochi giorni dopo il giornalista riceve minacce di morte. Solo una coincidenza?
R:Non sono al corrente dei dettagli della questione, ma so che la Digos sta indagando a fondo sulla vicenda. Certo è che la coincidenza c’è e fa pensare. Ma non ho dettagli e alcuna certezza. Non mi fa star sereno, però.
D:Dell’Utri prese il posto di suo padre come mediatore nella trattativa?
R:Ovviamente non posso entrare nel merito di questo perché l’argomento è al vaglio dell’autorità giudiziaria. Questa dichiarazione che lei mi sta riportando, però, è stata frutto di un’estrapolazione di qualche vostro collega. Comunque, io sto rispondendo ai magistrati anche su Marcello Dell’Utri.
D:Il famoso “papello”. Lo ha ancora lei? Lo ha consegnato ai magistrati?
R:Anche su questo argomento non posso rispondere perché si tratta di uno degli argomenti segretati. Quello che posso dire è che il papello -come a voi giornalisti piace tanto chiamare questo foglio di carta – riguardava delle contro richieste di Cosa nostra, ed era… sta nelle mie disponibilità.
D:Ma le trattative erano due? Una con l’area stragista, l’altra con Provenzano e la fazione della “sommersione”?
R:Questa è una delle più accreditate ricostruzioni giornalistiche. Io sono convinto che la trattativa fosse solo una con vari personaggi che si alternano nelle varie fasi. Si trattava di una questione di “equilibrio”.
D:Un giudizio su quella che fu la strategia portata avanti da Totò Riina?
R:Quello che penso di Totò Riina è stato anche manifestato nella mia piena disponibilità e volontà di contribuire al suo arresto. La valutazione si può sintetizzare in questo tipo di comportamento.
D:Riina che oggi, dopo anni, ha ripreso a parlare.
R:L’ultimo messaggio di Riina sicuramente è qualcosa di strano, quello che mi fa pensare è che quando parla lo fa sempre su di me. Sicuramente non è indifferente il fatto che lui riconosca pienamente il suo ruolo. “Non siamo stati noi”. Parla da capo dei capi. Riina parla poco e quando sa che deve parlare. Si esclude dall’eccidio di via D’Amelio ma non da altri fatti. Facendo quella dichiarazione riconosce un suo ruolo preciso fino a quel momento, e poi, non so se per strategia, un disconoscimento di quell’ultima fase.
D:La rassicura sapere che ora anche suo fratello sta parlando in sede di magistratura confermando le dichiarazioni che lei ha fatto finora?
R:Mi conforta che mio fratello abbia fatto questa scelta, iniziando a collaborare e dichiarando in relazione ad aspetti di questa vicenda. Anche perché, al contrario di me, lui non ha in sospeso alcun carico con la giustizia. Mio fratello, come la mia famiglia, è intervenuto con grande difficoltà e solo dopo che lo Stato si è preso carico della mia situazione. Sì, questo suo intervento mi conforta molto.
D:Sta dicendo che dopo mesi lei, quindi, ha una scorta? È sotto tutela?
R:Sì, oggi sono con una scorta. Per quello che possono fare secondo lo schema e gli ordini del ministero e degli organi di tutela.
D:L’ha sorpresa l’esclusione della sua deposizione al processo Dell’Utri?
R:Ormai non mi stupisco più di nulla.
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