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lunedì 19 ottobre 2009

Traffici di scorie, c'e' anche una nave fatta affondare davanti la costa di Trapani

di Rino Giacalone

Le navi cariche di scorie non venivano fatte affondare solo nel Tirreno, ma anche davanti al porto di Trapani. C’è un nome che viene fuori, ed è quello della nave «River». Una naufragio che non risulta da nessuna parte, e figurarsi come poteva accadere il contrario, ma che secondo un teste, il faccendiere per anni in contatto con servizi segretie criminalità organizzata mafiosa, Francesco Elmo, c’è stato.
Un racconto finito archiviato ma che adesso potrebbe tornare d’attualità dopo quello che va scoprendo la magistratura calabrese a proposito di navi fatte naufragare con i loro carichi mortali.
È uno filone d’inchiesta quello del traffico di scorie che è rimasto non approfondito perchè la magistratura trapanese che se ne occupava si è vista fare «terra bruciata» attorno. Sono venuti a mancare i testi. Ci sono stati tentativi di depistaggio. Ma non significa che l’indagine sia infondata. È una ipotesi, quella di questo traffico, che è poi rimasta sullo sfondo di due inchieste che nel tempo si sono avvicinate fino quasi a toccarsi, per poi tornare a dividersi e a continuare a correre su binari paralleli.
Scenario è quello di Trapani e le sue commistioni, i crocevia tra la mafia e i settori «deviati» dello Stato, la massoneria. In mezzo rifiuti tossici finiti anche sepolti nelle cave abbandonate della provincia di Trapani. Quali sono le inchieste tanto vicine? Una è quella (archiviata dalla procura di Trapani) sulla presenza di una cellula di Gladio in città. L’altra indagine è quella sul delitto (settembre 1988) del sociologo e giornalista Mauro Rostagno, che ha ripreso vigore e lì una firma si è trovata, quella della cupola mafiosa locale. Elmo ha parlato del traffico di scorie nell’ambito dell’indagine su Gladio. Potrebbe trattarsi degli stessi traffici che forse Rostagno ebbe modo di vedere spiando di nascosto un aereo che atterrava nell’aeroporto chiuso di Kinisia. Ma non solo.

Potrebbe essere la stessa indagine sulla quale si è rovata ad indagare la giornalista Ilaria Alpi. Uccisa in Somalia nel marzo 1994. Lei andando a Bosaso avrebbe trovato traccia di quei traffici. Un incrociarsi di piste da battere dal quale emerge un altro nome, quello del maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi anche lui morto amnmazzato non siè mai saputo molto bene da chi, mentre era in missione in Somalia. Li Causi era il capo della cellula di Gladio a Trapani. Ma non solo era uno degli uomini più fidati del premier socialista Bettino Craxi. E una parte del traffico di scorie e di armi viene ricondotto all'uso di mezzi di una società internazionale, la Scifco, indicata come vicina ad esponenti del partito socialista.

Francesco Elmo per tanto tempo ha lavorato in uno studio svizzero da dove sarebbe passata la gestione di traffici di armi e scorie. Lui incontrava i personaggi con i quali faceva i relativi affari. E c’erano anche siciliani di mezzo. Lui ha indicato anche in che maniera le scorie giungevano a Trapani, dentro camion che ufficialmente trasportavano oli esausti. Ha indicato anche il periodo, dalla metà degli anni ’80 fino al 1993.

sabato 17 ottobre 2009

Se il biodiesel fa male

L’olio di palma, che gode degli incentivi dell’Ue ai biocarburanti, mette a rischio le foreste indonesiane e può portare all’estinzione dell’orango. Il rapporto di Friends of the Earth.

L’Unione europea punta sui biocarburanti per il trasporto e la produzione di energia elettrica, in particolare sull’olio di palma. Un buon modo per abbattere le emissioni di gas serra e rispettare gli impegni verso l’ambiente. Peccato che a farne le spese siano le foreste pluviali e le specie in via di estinzione dell’Indonesia. Lo rivela un rapporto dell'associazione Friends of the Earth - diffuso in Italia da Salva le foreste - secondo il quale la direttiva europea che promuove alternative rinnovabili al petrolio e ai suoi derivati sta provocando una forte espansione delle piantagioni di palma da olio che sottraggono terreno alle foreste torbiere. Lo studio illustra in particolare gli effetti del boom dell’olio di palma nella regione di Ketapang, nell'isola del Borneo, dove l’espansione delle piantagioni si accompagna alla deforestazione illegale e alle violazioni dei diritti umani.

“La crescita della domanda di olio di palma sui mercati internazionali sta conducendo alla deforestazione illegale e a gravi conflitti sociali”, ha spiegato Geert Ritsema, di Friends of the Earth. “Di questo passo le foreste del Borneo saranno cancellate dalla faccia della terra, assieme alle specie animali che vi abitano, e saranno rilasciate quantità immense di gas serra”.

Nel Ketapang, negli ultimi tre anni, il governo ha rilasciato licenze per la conversione in piantagione di palma da olio sul 40 per cento dell’intero territorio, pari a 1,4 milioni di ettari, senza curarsi delle leggi e delle aree protette. Su 54 licenze, ben 39 includono foreste protette, ben 40.000 ettari, tra cui i parchi nazionali creati per la protezione dell'orango, specie in via di estinzione. Inoltre, il terreno per le piantagioni viene ricavato anche senza permessi e violando i diritti delle popolazioni locali. Nel 2008, infatti, sono stati registrati 20 conflitti legati alla proprietà della terra, ma questo numero è destinato ad aumentare assieme all'avanzata dei bulldozer.

Non solo. Un grosso problema è quello dei certificati che attestano la provenienza dell’olio di palma. Molte delle imprese attraverso cui l’Ue riceve biocarburante fanno parte del Roundtable for Sustainable Palm Oil (Rspo), uno standard ambientale per la certificazione dell’olio di palma, ma questo di per sé non basta ad assicurare la legalità del biodiesel prodotto. Il 43 per cento della terra nella regione del Ketapang è controllata da imprese che fanno parte del Rspo, ma anche queste finiscono per produrre biocarburante commettendo abusi verso l’ambiente e le popolazioni locali. (r.p.)

Con il papello i boss cercarono di dettare l'agenda al governo

da Peter Gomez e Giuseppe Lo Bianco

Nel ‘93, Cosa Nostra replicava ai decreti di proroga del 41 bis con camion carichi di esplosivo e attentati a raffica. Un auto non venne fatta esplodere a pochi giorni dalla revoca del carcere duro per i mafiosi

E ora il papello entra anche nell’inchiesta sulle stragi del ‘92: i magistrati di Caltanissetta hanno acquisito informalmente ieri mattina l’elenco di richieste avanzate dalla mafia allo Stato. E sui tavoli dei pm sono tornati anche atti trasmessi nei mesi scorsi dalla procura di Firenze utili a rimettere insieme i tasselli di un puzzle lungo 17 anni e di una trattativa che, secondo l’ipotesi investigativa, non si esaurisce nella sola stagione delle stragi del ‘92, ma prosegue anche l’anno dopo, e ben oltre. Giungendo, forse, fino ai giorni nostri.

Per l’europarlamentare Rita Borsellino, sorella del giudice ucciso, il papello è “la conferma di tutto ciò che fino ad ora è stata considerata solo un’ipotesi. Cioè che la trattativa è esistita. Una conferma importante su cose che si basavano solo sulle dichiarazioni dei pentiti”. E lo aveva ben capito il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, morto d’infarto nel 2003, che sei anni fa aveva scoperto che la cronologia delle bombe del 1993 non era stata casuale. Secondo Chelazzi dietro a quella lunga scia di sangue c’era una strategia precisa, tesa a calibrare l’esplosione del tritolo sulle decisioni in materia di carcere duro (41 bis) adottate dal ministero di Grazia e Giustizia. Qualcuno infatti (secondo quella ipotesi), teneva costantemente informati i boss di quanto accadeva in via Arenula, e Cosa Nostra avrebbe utilizzato quelle notizie per proseguire la trattativa con lo Stato.

È la seconda fase, dopo quella del papello del giugno ‘92, fatta di messaggi trasversali, minacce e tritolo che avrebbe cominciato a dare i suoi frutti tra il 4 e il 6 novembre di sedici anni fa, quando all’improvviso a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone fu revocato il 41 bis. Il pm era partito dalla storia di un’autobomba che non è mai esplosa: quella piazzata a Roma a poche centinaia di metri dallo stadio Olimpico domenica 31 ottobre 1993. Quel giorno, un commando di sole quattro persone posteggia in via dei Gladiatori una Lancia Thema rubata carica di chiodi e di tritolo che avrebbe dovuto saltare in aria al termine di Lazio-Udinese al passaggio di due autobus dei carabinieri. L’obiettivo dichiarato era quello di fare più vittime possibile tra i militari. Ma la bomba radiocomandata non esplode e la Thema rimane lì, posteggiata a lungo prima di essere rimossa.

Gli investigatori per anni si sono chiesti perché l’attentato non fu portato a termine la domenica successiva, il 7 novembre, quando si giocava Roma-Foggia. Poi, quando Chelazzi ha scoperto la revoca del 41 bis ai mafiosi dell’Ucciardone decisa il 4 novembre, hanno ipotizzato l’esistenza di un canale, mentre esplodevano le bombe, attraverso il quale mafia e Stato dialogavano. Un canale che arrivava fino alle stanze del ministero di Grazia e Giustizia. Per questo gli ultimi atti d’indagine di Chelazzi sono stati dedicati al fronte delle carceri. Il pm, prima di morire, aveva tra gli altri ascoltato come testimoni l’ex Guardasigilli Claudio Martelli; l’ex direttore del Dap (direzione amministrativa penitenziaria) Nicolò Amato (sostituito il 4 giugno ‘93); i familiari e i collaboratori di Francesco Di Maggio, lo scomparso pm milanese, che dall’estate ‘93 era vicedirettore del Dap; Livia Pomodoro, allora dirigente del ministero della Giustizia; l’attuale direttore del Sisde, il generale Mario Mori e il suo autista, i cappellani delle carceri di Pianosa e Porto Azzurro e il loro ispettore generale, monsignor Giorgio Caniato.

Alla base di tutti gli interrogatori, un’ipotesi da verificare: le stragi del ‘93 furono decise principalmente per tentare di costringere lo Stato a revocare il 41 bis, firmato da Martelli il 20 luglio del 1992, subito dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Infatti, lo stato maggiore di Cosa Nostra contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché quasi nelle stesse ore in cui erano in corso le notifiche delle proroghe del carcere duro, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e Milano. Per poter eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni in cui gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe.

Papello: le richieste ''accolte'' negli anni

di Anna Petrozzi e Pietro Orsatti

Ecce “papello”. Si ipotizza che molte delle pretese della Cupola siano state progressivamente accolte. Punto per punto, le richieste e i “cedimenti”. Intoccata la sentenza del Maxi, ma sotto processo era la vecchia commissione. Sono dodici i punti del “papello”, contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato per interrompere la stagione delle stragi.


Da tempo si ipotizza anche che alcuni dei punti siano stati perfino accolti, che un livello di incontro sia stato trovato, non tanto con Riina, quanto con Provenzano, più ragionevole e soprattutto meno propenso a proseguire con una stagione di sangue. Il documento, di cui finora non è stato consegnato l’originale per eventuali perizie, è ora nelle mani dei pm di Palermo. L’originale, a quanto si ipotizza, sarebbe all’interno di una cassetta di sicurezza in un istituto di credito estero.
E allora andiamo a vederli questi punti, uno a uno.

Punto uno: la revisione del maxi processo. Richiesta figlia dei tempi. Infatti al maxi processo erano stati condannati soprattutto gli esponenti della “vecchia” mafia. Forse oggi i mafiosi dovrebbero chiedere la revisione del processo Gotha.

Punto due: abolizione del 41 bis, il regime speciale per i mafiosi. Da tempo si sta valutando una riforma dell’istituto, ma intanto la messa in opera della norma fa acqua da tutte le parti. Innumerevoli i casi di boss che sottoposti al regime di carcere duro comunicano tra loro e con l’esterno. Alla fine del 2008 i Madonia, stragisti condannati all’ergastolo, gestivano il mandamento di Resuttana impartendo ordini attraverso i familiari liberi, mentre all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo il mammasantissima della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli sfruttava l’ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie comuni con capimafia della portata di Antonino Cinà.

Punto tre: abolizione della Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni. La norma è tuttora in vigore, ma non è stata aggiornata e la questione della confisca, e della verifica successiva che non ritornino sotto il controllo dei boss, rimane molto spinosa. Basti pensare che il 36% dei beni confiscati alla criminalità organizzata è sotto l’ipoteca delle banche e il 30% è occupato dagli stessi mafiosi.

Punto quattro: riforma della legge sui pentiti. Attraverso vari provvedimenti e sentenze lo status di collaboratore è profondamente mutato, ma è mutata soprattutto la tutela dell’altra figura testimoniale, quella dei testimoni di giustizia, che nel tempo è stata svuotata creando di fatto una serie di casi singoli e di contenziosi con il ministero dell’Interno sulla questione della protezione

Punto cinque: legge sulla dissociazione mafiosa. Simile a quella prevista per il terrorismo, la richiesta era l’attenuazione della pena davanti a una “dichiarazione” di dissociazione. Con l’introduzione della figura del “dichiarante” di fatto si è cercato un punto anche su questo argomento.

Punto sei: scarcerazione per i detenuti 70enni. Anche per i detenuti sottoposti al 41 bis sono numerosi i casi di allentamento. Tredici padrini appartenenti a cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono stati liberati dal carcere duro tra il 2008 e 2009, che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati al regime di carcere normale nell’anno precedente. Tra questi Gioacchino Calabrò, Salvatore Benigno o Giuseppe Barranca, tutti stragisti, tutti protagonisti della terribile stagione di sangue degli anni ’92 e ’93. Mentre non è da sottovalutare il caso, seppur diverso, di Bruno Contrada.

Punto sette: chiusura delle supercarceri. Che nel caso di Pianosa e dell’Asinara è avvenuto.

Punto otto: trasferimento dei boss nelle carceri vicine a casa. Come nel caso del 41 bis è competenza dei giudici di sorveglianza. Vi sono stati casi di avvicinamento, ma soprattutto allentamenti nella stretta delle visite dei parenti. In alcuni casi, tipo quello delle visite della figlia del boss Leonardo Vitale in carcere, i colloqui venivano utilizzati per la gestione degli “affari” del clan.

Punto nove: abolizione della censura carceraria della posta. Quando oggi boss mafiosi al 41 bis inviano e pubblicano lettere sui giornali la richiesta fa sorridere.

Punto dieci: allentamento controlli rapporti con i familiari. Come per il punto otto, la questione si è rivelata un colabrodo.

Punto undici: arresto per mafia solo in flagranza. Ovviamente non è stata formalmente accolta, ma solo andando a guardare le operazioni degli ultimi mesi, ad esempio la Perseo del dicembre 2008, si nota come in gran parte siano scattate attenuanti e scarcerazioni velocissime per i mafiosi indagati.

Punto dodici: defiscalizzazione della benzina in Sicilia. Sembra una presa in giro, in realtà era un’idea di Riina per riacquisire il “consenso” perso dopo la strage di Capaci

La crisi è alle nostre spalle. O qualcuno volta le spalle alla crisi?

di Maurizio Franzini

Se in pochi - ma più di quanti si dica - hanno previsto la crisi, sono in tanti – forse troppi – a prevedere che la ripresa è alle porte. Leggiamo, su molti giornali, che la crisi è oramai alle spalle e che i segnali di una prossima fase di espansione si fanno sempre più chiari. Spesso queste notizie prendono spunto da documenti redatti da prestigiose organizzazioni internazionali. Forse sarebbe meglio dire: da qualche affermazione presente in tali documenti. E’ questo, ad esempio, il caso del recente World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale che si apre richiamando alcuni recenti segnali positivi a livello mondiale – riguardanti, ad esempio, l’andamento delle borse e la liquidità delle banche - e su questa base fa affermazioni orientate all’ottimismo. Naturalmente la considerazione di altri dati potrebbe mettere in dubbio questi ottimistici orientamenti; in particolare, quelli sulla disoccupazione che segnalano, a livello di paesi OCSE, un forte peggioramento nel corso dell’anno conclusosi a agosto scorso e illustrano tendenze spesso non incoraggianti nei mesi più vicini. Ma più che a questi dati, per meglio apprezzare le basi dell’ottimismo, è utile fare riferimento al senso generale del documento stesso. Una lettura più attenta del World Economic Outlook chiarisce che, se alcuni problemi sono alle nostre spalle (in particolare il timore di un collasso del sistema finanziario e creditizio), molti sono ancora – drammaticamente irrisolti – davanti a noi. Dunque, si può affermare che la crisi è alle nostre spalle solo se la si intende in un senso molto restrittivo.
Un altro esempio è un documento dell’OCSE che rende noto il valore assunto da un indice composito diretto a cogliere, sotto diversi profili, l’andamento dell’economia. Questo indice segnala un miglioramento rispetto ai mesi scorsi e colloca la Francia e l’Italia nelle posizioni migliori. La notizia ha avuto ampio risalto su larga parte dei nostri giornali, che hanno sostanzialmente equiparato il miglioramento dell’indice all’annuncio di un’imminente ripresa. In realtà basta leggere qualche riga del documento dell’OCSE per comprendere che l’indice – quando funziona – segnala soltanto l’avvicinarsi della fine della fase di caduta, ma nulla è in grado di dire su quello che accadrà dopo, se l’economia decollerà, se si fermerà per un po’ per poi precipitare di nuovo verso il basso o chissà cos’altro.
Qualche volta i giudizi improntati all’ottimismo sembrano scaturire dal sollievo per avere evitato una crisi rapida e violenta come quello degli anni ’30. Questo pericolo, che era stato evocato con eccessiva facilità, è stato scongiurato, in larghissima misura, grazie al poderoso intervento pubblico, le cui potenzialità nel fronteggiare crisi anche virulente sono note oggi come non erano ottanta anni fa.
La politica fiscale e quella monetaria, al di là delle polemiche spesso strumentali innescate da alcuni “acerrimi amici” del mercato, sono state utilizzate – nella gran parte dei paesi – come doveva essere fatto, per scongiurare un disastro come quello degli anni ’30. E hanno, nel complesso, ottenuto, il loro scopo. Ma proprio da qui occorre partire per esprimersi con più precisione sulla questione se la crisi sia davvero alle nostre spalle.
Leggendo il World Economic Outlook, è facile cogliere il punto essenziale, peraltro ben illustrato anche da un buon numero di attenti commentatori. L’intervento fiscale e monetario ha frenato la crisi, ma questa è cosa ben diversa dall’affermare che se questo intervento, soprattutto quello fiscale, venisse ridimensionato le cose tornerebbero alla normalità e i pericoli che abbiamo corso non si ripresenterebbero, forse in forma più acuta. Insomma, in gran parte dei paesi avanzati, se l’intervento pubblico venisse ricondotto alla “normalità” precedente la crisi, i sistemi economici sarebbero incapaci di sostenere elevati livelli di attività economica. Dunque, si potrebbe dire che la cura ha frenato il decorso della malattia senza, però, ricostituire la normale fisiologia del malato. Ma questo non risolve il problema, perché si tratta di definire la “normalità” e di individuare il sentiero che consente di raggiungerla.
E’ evidente che per molti la “normalità” consiste – eventualmente con marginali aggiustamenti - in quelle stesse regole del gioco che erano in vigore prima di questo “incidente di percorso”. Ed è probabilmente questa la ragione per la quale non si hanno tracce di un’ansia riformatrice adeguata alla serietà delle questioni.
Nell’idea di “normalità” non rientrano, naturalmente, deficit e debiti pubblici dell’entità attuale. Come è ovvio, per effetto del rallentamento dell’economia e dell’espansione della spesa pubblica, l’eccesso di uscite sulle entrate pubbliche, in rapporto al Pil, è cresciuto a dismisura, trascinando con sé anche il debito. Non occorre essere appassionati difensori della tesi che il bilancio pubblico debba essere in pareggio, per ritenere “non normale” la situazione attuale. Ma, naturalmente, questa è cosa diversa dal convincimento che siano immodificabili le regole o le concezioni dominanti prima della crisi. Si spera che questo non sia il convincimento della Commissione Europea e che le procedure di infrazione da essa aperte nei confronti di numerosi paesi, per eccesso di deficit, non abbiano lo scopo di riaffermare rigidamente le regole del Patto di Crescita e Stabilità. Si spera questo perché ripristinare quella “normalità” equivarrebbe a privare il malato di quelle cure essenziali da cui ancora dipende in modo decisivo.
Nel citato documento del FMI, la consapevolezza di questo problema è vivissima e la prosa non nasconde questo decisivo dilemma: che fare se la “normalità” impone di ridimensionare la cura ma il malato non si regge ancora sulle sue gambe?
I suggerimenti, ancorché molto ragionevoli, appaiono privi di forza e oscillano tra la raccomandazione di verificare che la cura (anormale) non crei altre patologie (perché il sistema non sopporterebbe deficit pubblici prolungati), e il timore che, senza cure, la malattia peggiori. Al di sopra di tutto aleggia la speranza che il malato si riprenda da solo, magari rinvigorito dallo scampato pericolo (non è il ’29!). Insomma un bel pasticcio, aggravato dal fatto che se si riducono le dosi di cura fiscale non si può fare ricorso in modo compensativo alla cura monetaria, perché anche questa è stata somministrata in dosi eccezionali.
La costruzione di una nuova “normalità” con un meno esteso intervento pubblico dipende da molte condizioni. Una delle più importanti, a livello internazionale, richiede che i paesi in precedenza orientati alle esportazioni e molto risparmiatori (come la Cina) consumino di più e quelli con caratteristiche opposte (come gli Usa) consumino meno. Il primo effetto dovrebbe eccedere il secondo in modo da ampliare la domanda globale mondiale, senza necessità di altre compensazioni, come potrebbero essere quelle derivanti da un peso stabilmente maggiore degli investimenti produttivi. Assicurare questo cambiamento non è per nulla agevole e richiede, a sua volta, la soddisfazione di un complesso insieme di condizioni.
Tra queste, assume importanza anche la distribuzione del reddito all’interno dei vari paesi per gli effetti positivi che una riduzione delle disuguaglianze, generalmente molto elevate ovunque, potrebbe avere sulla domanda di consumo e su altri comportamenti favorevoli allo stabilirsi di una nuova “normalità”. Per raggiungere questo obiettivo non occorre basarsi soltanto o prevalentemente sul sistema fiscale e sulla spesa sociale. Possono essere, ad esempio, molto utili interventi incisivi sul mercato del lavoro che rovescino la tendenza alla stagnazione dei salari manifestatasi per lunghi anni in molti paesi, tra i quali il nostro.
Anche altri interventi sui sistemi di Welfare potrebbero aiutare. Ad esempio, la realizzazione in Cina di un buon sistema previdenziale pubblico potrebbe avere l’effetto di ridurre i risparmi precauzionali effettuati allo scopo di limitare i rischi di povertà in vecchiaia e, quindi, di contribuire all’espansione dei consumi. Naturalmente, la complessiva desiderabilità di questi cambiamenti dipende anche da altre considerazioni, come quelle relative all’impatto dei maggiori consumi sulla sostenibilità ambientale. Ma questo è un problema troppo complesso per essere affrontato qui.
Dunque, la costruzione di una nuova “normalità” che non abbia i difetti della vecchia e che consenta di limitare le dosi della cura fiscale e monetaria (che rischia di procurare essa stessa ulteriori danni) richiede interventi ben più incisivi e, sotto molti aspetti, più radicali rispetto a quelli finora realizzati e a quelli di cui si discute nel mondo occidentale, senza dire del nostro paese. Tali interventi dovrebbero porsi prioritariamente l’obiettivo di fare in modo che il mercato produca “spontaneamente” (e non solo per effetto di un’azione redistributiva del Welfare difficile da realizzare su ampia scala) una minore disuguaglianza e, anche per questo, conduca a una maggiore capacità di assorbimento della produzione.
Quando si afferma che la crisi è alle spalle e non si tiene conto di questi problemi viene di pensare che nulla è cambiato tranne la direzione in cui molti voltano le proprie spalle.

Il Ponte sullo Stretto? Una follia. Rischioso e utile solo per chi lo costruisce

di Stefano Corradino

"Una follia senza senso resa ancora più vergognosa dalla morte di 30 persone nel fango di Messina proprio lì dove andrebbero i piloni del ponte". Così il geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del Cnr, commenta a caldo la notizia del Ponte sullo Stretto i cui lavori, stando a quanto ha detto il ministro Matteoli, inizieranno nel prossimo mese di dicembre. "Rischioso dal punto di vista sismico e idrogeologico. E quando non è dannoso è inutile. E poi tutti quei soldi dovrebbero essere impiegati per risanare quelle zone, non per coprirle di cemento. .."

Tozzi, se domani lei andasse in onda con una tua nuova trasmissione di approfondimento dedicata al Ponte sullo Stretto da dove partirebbe?
Comincerei ricordando che per andare da Villa San Giovanni a Messina in condizioni normali non si fa nessuna fila e si impiegano i 25 minuti canonici di piacevole traversata.

D'estate qualche coda in più ci sarà...
Certo, in particolare nei weekend ma con il Ponte ci sarebbero comunque delle code per il pedaggio.

lei è un affermato geologo. Dal suo punto di vista di studioso della terra quali rischi vede nel Ponte?
Geologicamente è un azzardo, ci sono frane a rotta di collo sul versante messinese e peggiori ancora sul fronte calabrese; le famose frane "a scivolamento profondo", quelle che potrebbero addrittura interessare il pilone di sostegno di Cannitello (una frazione nel Comune di San Giovanni, ndr).

C'è un rischio sismico?
C'è ed è elevatissimo; e non sanato, dal momento che nessuno di quei paesi non ha più del 25% di costruzioni antisismiche.

Ci saranno altri ponti nel mondo nelle stesse condizioni...
L'unico così lungo e sospeso è l'Akashi, in Giappone. Lungo la metà di quello che dovrebbe sorgere in Italia. Nel '95, in occasione del terremoto di Kobe fu spostato dal luogo in cui doveva essere costruito e la ferrovia che ci doveva passare non ci passa più... Se è stato un problema per i giapponesi non voglio dire cosa potrebbe succedere per noi...

Una delle giustificazioni a sostegno del Ponte riguarda i benefici economici
Niente di più falso. Si prevede che questa impresa potrebbe essere remunerativa con 100mila passaggi auto al giorno. Si dimentica forse che oggi, quando va bene, passano 12mila auto, con un calo del 30% delle vetture, del 10% dei mezzi pesanti pesanti e del 20% dei passeggeri. Questo il dato degli ultimi 8 anni. Il numero di centomila auto non sarà mai raggiunto.

Oltre al Giappone di ponti nel mondo ce ne sono numerosi anche in altri Paesi. Non sono "remunerativi"?
No, le grandi strutture di questo tipo sono tutte in perdita. Il Golden Gate Bridge perde 31 miloni di dollari l'anno nonostante il pedaggio. Il Canale sotto la Manica è in perdita perchè la gente preferisce risparmiare negli spostamenti e quindi utilizza i mezzi di superficie. Il ponte tra Svezia e Danimarca ha avuto già un intervento pari a un terzo del suo impegno finanziario da parte dello stato, perchè nessun privato riesce a reggere quella concorrenza.

Allora a chi conviene fare un ponte con queste caratteristiche?
Solo a chi lo costruisce. Il resto è una spesa per la comunità che se la dovrà gravare attraverso un pedaggio altissimo o l'aumento delle tasse.

Torniamo per chiudere al punto di partenza. Le preoccupazioni idrogeologiche. Quando si realizza un'opera faraonica come questa, in un'area così delicata, non si fa per prima cosa uno studio preliminare?
Nella relazione di progetto c'è scritto che quella è una delle zone a maggior rischio idrogeologico d'Italia ma che non è previsto alcuno studio. Incredibile. Un'opera rischiosa, rischiosissima. E inutile. Quei soldi dovrebbero essere impiegati per risanare quelle zone, non per coprirle di cemento.

venerdì 16 ottobre 2009

Il governo era stato informato il 28 luglio 2009: mafia All’Aquila

si Roberta Lemma

6 aprile 2009 ore 3.32, l’Aquila barcolla e trema sotto un sisma pari ad una potenza di magnitudo 6.3
Devastazione e morte nel giro di pochi tremolanti attimi. Interi paesi si sbriciolano mentre la popolazione dormiva. 308 morti, migliaia di feriti, innumerosi gli sfollati. Hanno perduto tutto: case, beni personali, serenità, parenti, amici, figli, genitori, serenità.
La macchina si mette in moto, la Protezione Civile allestisce tendopoli, organizza i funerali, si tenta di alleviare le sofferenze dei sopravvissuti, arriva il G8 e le ricostruzioni.
Il sangue è caldo ma già si parla di infiltrazioni camorristiche e mafiose nella ricostruzione, il sangue non si è ancora coagulato che già si scoprono gli edifici costruiti con cemento depotenziato. Tra paura e rabbia e dolore il post terremoto è un inferno di incertezze e lacrime e sconforto.
Senato della Repubblica 246ª seduta pubblica (pomeridiana) martedı` 28 luglio 2009 Interrogazioni LUMIA. – Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell’interno. Premesso che: la priorità della ricostruzione dell’Abruzzo è un impegno costante che va perseguito coralmente da parte di tutte le forze politiche e le istituzioni democratiche; la ricostruzione deve rispondere al criterio guida dello sviluppo e della legalità: dello sviluppo in ragione degli interessi del territorio e della possibilità di far ritornare le zone colpite ad essere ricche di diritti e opportunità, della legalità, per fare in modo che la ricostruzione proceda nel pieno rispetto delle norme e siano evitate in tutti i modi possibili infiltrazioni mafiose; già da tempo si sono registrate in Abruzzo presenze mafiose per cui è necessario non sottovalutare rischi e tentativi da parte della criminalità organizzata di inserirsi nel circuito della ricostruzione, soprattutto nel campo dei subappalti e della filiera del cemento;
Senato della Repubblica – 182 – XVI LEGISLATURA 246ª Seduta (pomerid.) Assemblea – Allegato B 28 luglio 2009 risulta che un’impresa di Gela, priva dei requisiti antimafia rilasciati dalla Prefettura di Caltanissetta, stia invece lavorando alacremente in alcuni subappalti in Abruzzo. L’impresa è l’Impresa generali costruzioni (IGC), di cui il titolare è Emanuele Mondello, si chiede di sapere: se il Governo abbia preso provvedimenti per mettere in piedi un sistema di controlli in grado di impedire infiltrazioni da parte della criminalità organizzata nella ricostruzione post-terremoto in Abruzzo; se corrisponda al vero che la richiamata società IGC si sia aggiudicata dei subappalti in Abruzzo e per quale ragione ciò non sia stato impedito; se il Governo intenda adottare provvedimenti per impedire che imprese sprovviste dei necessari requisiti di legalità possano insinuarsi nei lavori di ricostruzione.
Oggi 16 ottobre 2009 ( Case costruite, appalti autorizzati, soldi elargiti. )
4 i centri della Dia che avevano segnalato «collegamenti tra la società e personaggi riconducibili alla famiglia mafiosa capeggiata dai fratelli Rinzivillo ». Ma questo non ha impedito alla Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, di ottenere lavori per la ricostruzione del dopo terremoto in Abruzzo, nel cantiere di Bazzano. Eppure il governo nella data del 28 luglio 2009 era stato avvertito da Lumia. C’era tutto il tempo affinchè si potesse, preventivamente una volta ogni tanto, agire. Adesso un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia consegnato alla procura dell’Aquila denuncia l’infiltrazione delle cosche, sollecitando nuovi accertamenti per scoprire in che modo la ditta sia riuscita ad aggirare le norme e ottenere gli incarichi. Verifiche che sono state estese anche alle altre commesse ottenute dall’impresa siciliana: la nuova metropolitana «M5» di Milano, la Tav tratta Parma-Reggio Emilia e due gallerie dell’autostrada Catania-Siracusa.
È il Cipe Comitato interministeriale per la programmazione economica, le figure si alternano al cambio di ogni governo; al Presidente del Consiglio l’ultima decisione su tutto quel che passa e si decide al Cipe. Questa struttura nasce con decreto legge il 27 febbraio 1967, durante la prima Repubblica e durante l’insediamento di tutti quegli apparati segreti che fecero dell’Italia una nazione orchestrale. Qui i commensali son sempre gli stessi e siedono senza invito a tutti i banchetti.
La Igc però, nell’affare Aquila entra con un subappalto poiché i suoi amministratori e rappresentati hanno precedenti penali specifici alla mafia. La Edimal si aggiudica i lavori per 54.817 milioni di euro e affida alle ditte minori opere per 21.754. Il 14 agosto l’azienda chiede l’autorizzazione per delegare alla Igc «l’esecuzione di lavori specializzati di realizzazione di muri di sostegno» per un totale di 159 mila e 300 euro. Il via libera dal Dipartimento della Protezione civile arriva l’11 settembre, ma nel frattempo la ditta ha già avviato l’attività, come è stato accertato dalla Dia. La protezione Civile dal simbolo piramidale, è ad oggi una vera e propria azienda e nel suo massimo rappresentate Bertolaso, braccio destro del premier, strumento di governo. Solo una coincidenza che dovesse essere la Protezione Civile l’organo preposto agli accertamenti delle ditte appaltatrici?
19 settembre 2009, nei decreti firmati dal prefetto de L’Aquila si legge il rapporto trasmesso ai magistrati: ” Il personale procedeva all’’accesso’ presso il cantiere de L’Aquila in località Bazzano. Si riscontrava che la ditta Igc, non presente al momento nel cantiere, aveva eseguito lavori in subappalto nel predetto sito. Il controllo sulle maestranze della ditta faceva emergere che tra gli operai impegnati nei lavori sul cantiere, tredici avevano precedenti di polizia ”.
Nell’elenco consegnato alla procura spiccano due nomi: Gianluca Ferrigno e Emanuele Lombardo. Il primo, 29 anni, originario di Gela, nipote di Angelo Bernascono, uomo di fiducia della famiglia Rinzivillo, arrestato nell’ambito dell’operazione «Cobra » del 2002 e attualmente collaboratore di giustizia. È stato assunto dalla ditta Igc con contratto a tempo indeterminato e qualifica professionale di assistente edile. L’altro, 26 anni, anche lui di Gela, indagato dal tribunale dei minori di Caltanissetta per l’ipotesi di reato 416 bis, assunto con contratto a tempo indeterminato e qualifica di muratore. Ad insospettire la Dia e a determinare l’inchiesta quindi sono stati i curriculum degli amministratori della ditta, ma Lumia durante l’assemblea di martedi 28 luglio 2009 lo aveva fatto presente, perche non si è intervenuti tempestivamente?
Gli amministratori della ditta sono 3 e tutti di Gela, Emanuele Mondello, 50 anni, suo figlio Rocco e suo genero Nunzio Adesini. Il più anziano ha numerosi precedenti penali e nel 2003 veniva controllato insieme a Giuseppe Tranchina e Emanuele Emanuello, ambedue pregiudicati e arrestati nell’operazione ‘Cobra’ per aver curato nel settore degli appalti pubblici gli interessi del clan Rinzivillo. Rocco Mondello fino al 2004 è stato socio della società immobiliare Orchidea, con sede a Varese. L’azienda è stata sottoposta nel 2006 a sequestro preventivo per ordine del tribunale di Caltanissetta per aver messo in atto azioni tese a reperire, anche tramite minacce, lavoro con il quale coprire i reali interessi come false fatturazioni ad imprenditori consenzienti o meno, garantendo agli stessi e all’organizzazione mafiosa ingenti guadagni che servivano a finanziare i detenuti e i loro familiari
Adesso i magistrati dovranno stabilire come sia stao reso possibile alla Igc entrare nella ricostruzione dell’Aquila e ottenere la certificazione di idoneità.
Ieri la commissione Antimafia ha avviato le audizioni dei rappresentanti istituzionali.
Invece il Cipe in questi giorni ha sbloccato i fondi per le aree sotto-utilizzate (Fas) in favore della Sicilia, 4,313 miliardi di euro di cui il 43% rappresentano progetti per infrastrutture. Per la città di Palermo, sono stati stanziati 150 milioni di euro. Ai posteri l’ardua sentenza.

Palermo, 16 luglio 1992: Borsellino non incontrò i carabinieri del Ros in Procura

Scritto da Marco Bertelli

In seguito alla puntata della trasmissione televisiva Annozero intitolata “Verità nascoste”1 (8 ottobre 2009), diversi organi di stampa si sono occupati di un progetto di attentato che nel luglio 1992 sarebbe stato messo a punto per colpire l’allora Pubblico Ministero di Milano Antonio Di Pietro ed il Procuratore Aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. In particolare, l'incombente minaccia di morte riguardante i due magistrati fu segnalata in un'informativa datata 16 luglio 1992 e stilata dal Reparto operativo speciale (Ros) dei Carabinieri di Milano sulla base delle rivelazioni di una fonte confidenziale che fu ritenuta estremamente attendibile. Il confidente rivelò l’esistenza di un pericolo imminente di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino e fece riferimento agli interessi nel nord d’Italia di alcune famiglie mafiose di Cosa Nostra, tra le quali quelle facenti capo ai boss Salvatore Riina e Gaetano Fidanzati. Il Ros di Milano elaborò un rapporto basato sulle dichiarazioni dell’informatore e lo inviò alle Procure della Repubblica di Milano e Palermo.

L’esistenza dell’informativa del Ros fu resa nota pubblicamente il 23 luglio 1992 in un articolo apparso su il quotidiano IL SECOLO XIX.2 Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino furono messi a conoscenza del contenuto di questa informativa?

Antonio Di Pietro ha confermato durante la puntata di Annozero dell’otto ottobre 2009 di aver letto personalmente l’informativa giovedì 16 luglio 1992: “Io, il 16 luglio del 1992, ho avuto modo di leggere con attenzione l’informativa dei carabinieri del Ros che erano venuti a trovarmi nel mio ufficio della procura. I militari, sviluppando le indagini informative nel periodo successivo alla morte del giudice Giovanni Falcone nella strage di Capaci, erano venuti a sapere che Borsellino ed il sottoscritto erano le due nuove vittime predestinate della mafia”.3 Di Pietro ha poi specificato che in seguito a questa grave ed attendibile minaccia le misure di sicurezza nei suoi confronti vennero pesantemente rafforzate: gli venne raddoppiata la scorta, gli fu fornita un auto blindata4 ed il PM milanese per alcune notti non dormì neppure a casa.5 Il 4 agosto 1992 il magistrato fu avvertito dal capo della Polizia Parisi di mettersi in contatto con il questore di Bergamo per ritirare un passaporto di copertura. Successivamente Di Pietro, che fu nuovamente informato di un attentato imminente contro di lui, partì sotto copertura insieme a sua moglie alla volta della repubblica centromericana di Costa Rica.4

Paolo Borsellino fu informato del contenuto dell’informativa? Il giornalista Manlio Di Salvo, dalle colonne del quotidiano IL SECOLO XIX, afferma che anche Borsellino venne messo a conoscenza del documento. Sull’edizione del 23 luglio 1992 del quotidiano ligure leggiamo: “I carabinieri del “Ros” (Raggruppamento operativo speciale) erano riusciti ad entrare in possesso di precise informazioni sugli attentati e, lo scorso 16 luglio, avevano informato i due giudici del pericolo che stavano correndo… I carabinieri avevano avvertito gli interessati del rischio di probabili attentati con tre giorni di anticipo sulla strage di Palermo (di Via D’Amelio, ndr). I due magistrati hanno, però, continuato a lavorare senza dare eccessivo peso alla segnalazione. Poi, domenica scorsa, la bomba che ha provocato la morte del giudice Borsellino e dei suoi cinque uomini della scorta”.2

Di Salvo torna sull’argomento con due articoli nel mese di ottobre 2009, subito dopo che Di Pietro ha confermato dagli schermi di Annozero di aver letto personalmente l’informativa redatta dal Ros di Milano. Il giornalista scrive che la notizia di un imminente pericolo di attentato ai danni di Di Pietro e Borsellino gli fu rivelata la mattina di domenica 19 luglio 1992 da un ufficiale del Ros di Milano in un bar di via Moscova nel capoluogo lombardo6 ed aggiunge che anche Paolo Borsellino fu informato il 16 luglio 1992 del contenuto dell'informativa del Ros: “Il senatore Antonio Di Pietro non sapeva. Nessuno lo aveva informato che anche Paolo Borsellino, come l’ex pm di Mani Pulite, era stato avvertito il 16 luglio di 17 anni fa dai carabinieri del Ros del rischio che stava correndo. Della possibilità di essere una delle due vittime predestinate della mafia. A Palermo, tra gli atti custoditi negli uffici dei carabinieri del Ros, ci sono ancora tutte le copie di quei documenti relativi alle segnalazioni fatte al giudice Paolo Borsellino. Quella mattina del 16 luglio 1992, Borsellino aveva letto l’informativa degli investigatori dell’Arma. E all’invito pressante a spostarsi più che velocemente da un territorio che scottava, avrebbe detto: «Questa è la sede dove svolgo regolarmente il mio lavoro. Io da questo ufficio non ho nessuna intenzione di muovermi». Una decisione che ha pagato con la vita… Il mattino del 16 luglio di 17 anni fa, Paolo Borsellino viene scortato, come sempre, nel suo ufficio. Poco dopo lo raggiungono i carabinieri del Ros. Le facce sono più cupe del solito. D’altronde, la notizia l’allarme è più grave e serio del solito. Borsellino inforca gli occhiali e legge. Con attenzione. Forse intuisce che stavolta il rischio è pesantissimo. L’informativa del Ros sfrutta i canali delle indagini sul narcotraffico. Gli infiltrati nella banda vengono a sapere che alcune famiglie emergenti di Cosa Nostra vogliono uccidere i giudici Borsellino a Palermo e Di Pietro a Milano. Gli investigatori del Raggruppamento operazioni speciali tentano di convincere Borsellino che stavolta la situazione è davvero grave, più del solito. La minaccia arriva da nomi di spicco della malavita organizzata. Ma Borsellino non recede. Scuotendo il capo, dice che lui da lì non si muove, tantomeno ha intenzione di cambiare ufficio o di sottostare a ulteriori misuredi sicurezza: quelle che ha, già gli bastano. Nelle stesse ore, sempre uomini del Ros, riescono invece a convincere l’altro bersaglio della mafia: Di Pietro. Che con un passaporto falso finisce in Costarica con la moglie. La “normalità” finisce nella tarda mattinata di domenica 19 luglio 1992, quando il giudice Paolo Borsellino va a casa della madre per pranzare con lei. Come ogni domenica. E come non accadrà più”.7

In seguito alla pubblicazione su IL SECOLO XIX dei recenti articoli firmati da Di Salvo (10 e 11 ottobre 2009), la notizia che Paolo Borsellino avesse deciso di rimanere a Palermo - nonostante fosse venuto a conoscenza il 16 luglio 1992 attraverso l’informativa del Ros dell'imminente pericolo di attentato - è stata ripresa da numerose agenzie di stampa8 e da altri quotidiani.9

Borsellino fu dunque informato la mattina di giovedì 16 luglio 1992 nel suo ufficio in Procura dai carabinieri del Ros dell’informativa redatta dai colleghi del Ros di Milano?

Un documento fondamentale per ricostruire gli spostamenti di Paolo Borsellino nel mese di luglio 1992 è rappresentato dall’agenda grigia del Magistrato, dove Borsellino era solito segnare alcuni appuntamenti della giornata trascorsa ed i luoghi dove si era recato. Alla pagina di giovedì 16 luglio il Magistrato ha scritto:

Ore 06.00: C (lettera simbolica per “Casa”, ndr)
Ore 06.30: Punta Raisi
Ore 08.00: Fiumicino
Ore 09.00: Roma (D.I.A.)
Ore 13.30: (De Gennaro)
Ore 14.30: (Visconti)
Ore 16.00: (D.I.A.)
Ore 20.00: (Visconti)
Dopo le ore 20.30 (ndr): (Vizzini), (Visconti)

Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino risulta che il Magistrato di prima mattina si avviò da casa (ore 06.00) direttamente all’aeroporto di Punta Raisi (ore 06.30) dal quale raggiunse l’aeroporto di Roma Fiumicino (ore 08.00). Borsellino trascorse il resto della giornata a Roma dove, presso la sede della Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.), interrogò il collaboratore Gaspare Mutolo: Borsellino interroga Gaspare Mutolo. É l´ultimo interrogatorio, dura parecchie ore. Il pentito accetta di verbalizzare le accuse su Contrada e Signorino. Ma oggi non si fa in tempo, se ne riparlerá lunedí prossimo. É tardi. Borsellino chiude il verbale senza neppure una parola, sempre piú incupito. Saluta Mutolo, ed é l´ultima volta che lo vede.5 In serata Paolo Borsellino incontrò l’on. Carlo Vizzini, all’epoca segretario del partito socialdemocratico italiano (PSDI), come riportato sull’agenda e ricordato dallo stesso Vizzini in un’intervista del 10 ottobre 2009: “«Andò così - ricorda Vizzini -. Mi chiamarono lui, Lo Forte e Natoli. Erano a Roma e nel tardo pomeriggio avevano finito di lavorare, perché quel giorno avevano sentito il pentito Mutolo. Volevano vedermi, diedi loro appuntamento a un ristorante di piazza di Spagna. Il Moccoletto, si chiamava. Al tavolo eravamo solo noi quattro».10

Venerdì 17 luglio 1992 Borsellino si trattenne a Roma fino alle ore 12.30 quando si recò all’aeroporto di Fiumicino per imbarcarsi alla volta di Palermo con destinazione l’aeroporto di Punta Raisi dove atterrò alle ore 15.00.11

Dall’esame della pagina di giovedì 16 luglio 1992 dell’agenda grigia di Paolo Borsellino concludiamo dunque che quel giorno il Magistrato non si recò in Procura a Palermo. Borsellino lasciò di prima mattina la sua abitazione di via Cilea per raggiungere direttamente l’aeroporto di Punta Raisi, dal quale s’imbarcò alla volta di Roma Fiumicino.

Riteniamo pertanto che la notizia secondo la quale il Magistrato sarebbe stato informato del contenuto dell’informativa dei Ros nel suo ufficio in Procura la mattina di giovedì 16 luglio 1992 sia priva di qualsiasi fondamento in quanto nettamente in contrasto con il resoconto degli spostamenti della giornata redatto dallo stesso Borsellino sulla sua agenda grigia.

Le uniche informazioni a nostra disposizione5 relative alla trasmissione della nota informativa alla Procura di Palermo sono le seguenti:
· Una copia dell’informativa fu inviata il 16 luglio 1992 dal Ros di Milano alla Procura di Palermo per posta ordinaria e fu recapitata dopo la strage di Via D’Amelio.
· Il maresciallo Cava del Ros di Milano tentò di contattare direttamente la Procura palermitana ma senza risultato.

Ad oggi (14 ottobre 2009) non risultano ai curatori di questo sito elementi e/o riscontri oggettivi che possano dimostrare che Paolo Borsellino fu messo al corrente dello specifico contenuto della nota confidenziale del Ros di Milano datata 16 luglio 1992 ed attinente ad una minaccia di attentato ai danni dello stesso Borsellino e di Antonio Di Pietro.

giovedì 15 ottobre 2009

Chávez, l’inviato dell’Asse del male

di Maurizio Stefanini

Nei suoi recenti viaggi il presidente venezuelano ha toccato paesi e argomenti lontani tra loro: dall'alleanza con Ahmadinejad al nuovo asse comprendente Venezuela, Russia, Siria, Bielorussia, Iran ma anche Spagna e Italia, dimostrandosi così il grande punto di congiunzione tra questi argomenti apparentemente inconciliabili.

Oltre a Libia, Algeria, Siria, Iran, Bielorussia, Russia e Spagna Chávez ha trovato il tempo per recarsi anche al Festival Cinematografico di Venezia, nel corso del suo ultimo tour. Ha presenziato alla presentazione del documentario su di lui girato dal regista americano Oliver Stone, e nell’occasione è stato plebiscitato dal pubblico del Lido.

Qualche giorno dopo nello stesso Festival sono stati presentati film iraniani, che invece erano critici verso quel regime di Ahmadinejad che con Chávez ha siglato un’alleanza strategica “tra due rivoluzioni”, prima ancora che tra due Stati: quasi come al tempo dell’Asse Roma-Berlino. E sono stati applauditi anche loro: in pratica, dallo stesso pubblico che aveva acclamato Chávez.

Subito dopo Chávez si è recato a Mosca, dove ha detto di “portare i saluti dell’Asse del Male”. Scherzando, ma non troppo. Lì ha pure acquistato armi in quantità, tra cui missili. Ha riconosciuto le repubbliche secessioniste dalla Georgia e filo-russe di Ossezia del Sud e Abkhazia. Ed ha propugnato la costruzione di “un nuovo mondo multipolare” attorno a un asse Venezuela-Siria-Iran-Bileorussia-Italia-Russia. Sì: anche l’Italia!

Ma la stessa Russia che gli ha fornito le armi, nonché i crediti per comprarle, ha poi manifestato preoccupazione per l’evoluzione del governo di Teheran in materia di negoziato nucleare. Di nuovo, in apparente contraddizione con l’asse di ferro tra Venezuela e Iran.

Nell’ultima tappa Chávez ha toccato la Spagna, dove sono apparentemente stati superati i residui strascichi dello scontro con re Juan Carlos: il famoso “¿porqué no te callas?”. E la Repsol, società petrolifera spagnola, ha annunciato la scoperta di nuovi immensi giacimenti dalla propria joint-venture in Venezuela.

Dulcis in fundo, in una sconcertante contemporanea da Andorra è stato annunciato il sequestro di 62 conti correnti segreti appartenenti a personaggi dello stretto entourage chavista: anche parenti del presidente. Partito da una precisa richiesta del Dipartimento al Tesoro di Washington, il provvedimento si basava su un duplice ordine di accuse: riciclaggio di denaro sporco; possibile finanziamento di gruppi come Hezbollah, Hamas, Farc o Eta.

Tante cose assieme, e anche contraddittorie. Riassumendo.

1. L’Asse del Male, che sarebbe poi al di là dell’etichetta spregiativa un assieme di regimi (Iran, Libia, Siria, Venezuela, Corea del Nord, Cuba, Birmania, Sudan, Bielorussia) o movimenti con controllo territoriale (Hezbollah, Hamas) con ideologie estremamente diverse: marxista-leninista, “socialista del XXI secolo”, islamista sciita, islamista sunnita, post-sovietica, baathista, gheddafiana, autoritaria. Ma tutti in polemica col modello di Nuovo Ordine Mondiale imperniato sugli Stati Uniti; con modelli istituzionali, politici e economici gravemente devianti rispetto all’ortodossia liberaldemocratica; e di dimensioni geopolitiche e geoeconomiche tali da poter essere marginalizzati rispetto ai grandi club della politica internazionale (G8, G20, Consiglio di Sicurezza, eccetera).

2. Il Bric (Brasile-Russia-India-Cina), che sarebbe un gruppo di Paesi a volte (Cina e Russia) devianti rispetto alla già citata ortodossia liberal-democratica; a volte (Brasile, India) no. Ma comunque variamente in polemica con il Nuovo Ordine Mondiale a guida Usa: India e Brasile vogliono essere infatti ammessi come membri permanenti al Consiglio di Sicurezza; Cina e Russia non accettano l’”egemonismo” Usa e meno ancora l’esportazione della democrazia; e un po’ tutti hanno con gli Usa contenziosi di natura commerciale. I quattro Paesi Bric a differenza di quelli dell’Asse del Male non sono però outsider, proprio per le loro dimensioni. Così Cina e Russia stanno nel Consiglio di Sicurezza come membri permanenti, la Russia anche nel G8, e tutti e quattro nel G20.

3. I governi di sinistra latino-americani. Con l’ultimo voto a Panama, i rivolgimenti in Honduras e i recenti turni amministrativi è iniziato un riflusso a destra che potrebbe presto coinvolgere Cile, Uruguay, Argentina e forse anche il Brasile, ma intanto il precedente risultato in El Salvador aveva portato al punto di espansione massimo quella che è stata definita “l’ondata a sinistra latino-americana”, e che comprende al momento i governi di Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Venezuela, Brasile, Uruguay, Paraguay, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile e Argentina, oltre al regime non elettivo di Cuba, anche se nel gruppo si possono poi distinguere vari sottoinsiemi. C’è infatti un asse “chavista” che comprende il Venezuela, col regime di Chávez che sta fortemente riducendo i limiti di pluralismo, e i governi di Bolivia, Ecuador e Nicaragua: anch’essi impegnati su un cammino di progressiva radicalizzazione, anche se lì i margini della democrazia liberale sono ancora sostanzialmente rispettati. C’è poi un asse “lulista”, che è variamente alleato con Chávez in campo internazionale, ma senza velleità di radicalismo all’interno: Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Guatemala, El Salvador (anche se qualche velleità autoritaria fa capolino in Argentina e Guatemala). E ci sono governi di sinistra o centro-sinistra, ma variamente critici e addirittura confrontati con Chávez, come quelli di Cile, Perù, Costa Rica o Repubblica Dominicana.

4. L’opinione pubblica definita “no global” in Occidente, di cui sono appunto un punto di riferimento intellettuali come Oliver Stone, Noam Chomsky, Michael Moore o Naomi Klein.

5. Movimenti armati come le Farc o l’Eta: almeno con questi due e almeno a livello politico, i contatti del regime bolivariano sono stati pubblicamente dichiarati.

6. Le multinazionali interessate a fare affari con il Venezuela.

7. Paesi come Italia o Spagna che hanno in Venezuela forti comunità di cittadini da tutelare, consistenti interessi economici da coltivare e anche velleità di manovra per migliorare uno status non eccelso: l’Italia sta nel G8 e nel G20, ma è stata esclusa da ogni ipotesi di allargamento del Consiglio di Sicurezza ed è rimasta pure fuori dal G5+1 per la questione nucleare iraniana, pur essendo il primo partner economico europeo di Teheran; la Spagna non sta né nel G8 e né nel G20.

A parte la tenuta del suo modello di crescita economica nel lungo e anche medio periodo, su cui in molti hanno dubbi ai quali si potrebbe però obiettare un pregiudizio ideologico, il principale handicap di Chávez è certamente uno stile molto personale. Un esempio su tutti, quando col famoso discorso della Presidenza Onu che “odorava di zolfo” compromise la possibilità del Venezuela di essere eletto al Consiglio di Sicurezza. Questo stesso stile personale, però, ha una componente di vorticoso virtuosismo che gli permette di tenere assieme le già citate cose in teoria inconciliabili. In pratica, è lui il grande punto di congiunzione che permette a questi svariati elementi di contrapposizione al Nuovo Ordine Mondiale a guida Usa di fare in qualche modo sistema. È per questo che Hugo Rafael Chávez Frías è uno dei grandi protagonisti della politica internazionale.

La Grande Ritirata

Ostacolato da Gordon Brown, il G20 ha deciso che le banche non avranno una regolamentazione adeguata.
Dunque non ci sarà nessuna resa dei conti. Non ci saranno vincoli, sanzioni, misure sufficienti a prevenire una ripetizione del crack. I soli a non essere danneggiati dalla crisi delle banche sono i banchieri che l'hanno causata.

Al G20 di sabato (Sabato 5 Settembre 2009 n.d.b.) a Londra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali hanno messo insieme le loro grosse teste e hanno deciso di non fare praticamente niente. Le loro proposte di porre restrizioni agli eccessi del settore bancario sono state miti, gracili, pavide. A meno di qualche ribaltone al prossimo summit di questo mese a Pittsburgh, non ci sarà alcun tetto agli stipendi e a i bonus, alcun taglio a quelle banche ritenute troppo grandi per lasciarle fallire, nessuna separazione tra le attività di vendita e quelle di investimento, nessuna misura per limitare la velocità o l'estensione dei mercati finanziari. La loro diga è fatta di carta e sta già cominciando a perdere.

E' un caso di vigliaccheria collettiva, ma l'impedimento principale all'imposizione di limiti efficaci si può riassumere così: Gordon Brown. Prima del meeting Brown aveva dichiarato al Financial Times che la questione degli stipendi e dei bonus non si può risolvere all'interno dei singoli paesi, ma "è un dibattito che si può legittimamente tenere al G20 e a livello della comunità internazionale". Poi si è apprestato a soffocare quel dibattito. Nicholas Sarkozy e Angela Merkel avevano proposto un tetto assoluto ai bonus e delle rigide sanzioni per le società che lo superassero. Brown si è opposto. Ha tenuto duro per tre giorni, finché Sarkozy e Merkel hanno lasciato cadere la proposta a vantaggio di un impegno a "studiare dei modi" di limitare i bonus. Certo i banchieri stanno tremando di paura dentro le loro scarpe Gucci.

Sicure che non verrà imposto loro nessun vincolo, le banche hanno già deciso di ripristinare i bonus. Quest'anno la City di Londra si ricompenserà per aver distrutto la vita di tanta gente con retribuzioni per circa 4 miliardi di sterline. Non hanno imparato niente, perché i governi non sono pronti a dare loro una lezione. La sola ferma risposta data finora alla crisi è stata quella di dare i nostri soldi alla gente che l'ha causata.

I banchieri obiettano che i nuovi bonus sono solo un premio per essere tornati al profitto, ma le banche sono di nuovo in forte crescita in parte perché alcuni concorrenti sono stati eliminati, in parte perché stanno raccogliendo grasse provvigioni dalla vendita di crescenti quote di debito pubblico, contratte a loro volta, naturalmente, a causa della sconsideratezza delle banche stesse.

Ma la nozione di profitto legittimo nel mondo bancario è alquanto scivolosa. Nel 2005 Patrick Hosking scrisse sul New Statesman: "E' possibile che i profitti delle grandi banche non non siano affatto dei profitti reali. Se la bolla del credito scoppia, le banche potrebbero accorgersi di non avere sufficiente copertura per i prestiti cattivi e gli investimenti sballati ... Le banche sanno se hanno avuto un profitto su un prestito, una transazione o un investimento solo quando recuperano il capitale, e ci possono volere trent'anni". Continuava avvertendo che " forse le banche stanno valutando con troppo ottimismo il valore dei loro derivati", e questo potrebbe portare ad un"grosso shock finanziario". Naturalmente questo profeta misconosciuto aveva ragione sotto ogni punto di vista; ma di nuovo le banche stanno vantando dei profitti che sono ben lontani dall'essersi dimostrati tali, e remunerando i loro agenti di conseguenza.

Non è che manchino le idee per dare loro una lezione. Mervyn King, governatore della Banca d'Inghilterra, dice:"Se si pensa che qualche banca sia troppo grande per fallire vuol dire che ... è troppo grande". Secondo lui dare garanzie dello stato a banche le cui attività non siano state ben separate è una follia. Lord Turner, presidente della Financial Services Authority propone che il governo "elimini l'eccesso di attività e di profitti", magari mediante una Tobin tax o accordi finanziari. Altri hanno proposto una commissione sui salari più alti, altri una pesante tassa sui bonus e una soppressione dei bonus per tutte le banche garantite dai soldi dei contribuenti.

Ma nessuna di queste idee ha un seguito. E' difficile concepire una situazione in cui i bonus siano socialmente utili. Se vengono dati per operazioni innovative, ad alto rischio, allora mettono l'intera economia in pericolo; se vengono dati per operazioni di routine, a basso rischio, allora i banchieri guadagnano tanto per poco, e i clienti che pagano questa prodigalità (inclusi tutti i pensionati), vengono derubati. I banchieri sono gangster o impiegati; in entrambi i casi non meritano i soldi che prendono.

Eppure per quanto timide, tutte le proposte avanzate finora sono state liquidate da un governo terrorizzato dall'illegittimo potere della City.

[...] Nessuno da questa parte dell'Atlantico (probabilmente nessuno al mondo tranne Alan Greenspan) porta tanta responsabilità per la crisi come Gordon Brown. Nel 2004 davanti ad un pubblico di banchieri disse: " Nei prossimi bilanci dobbiamo fare sempre di più per incoraggiare quelli che assumono dei rischi". Nel 2007 si vantò che i successi della City erano il risultato dell'azione del governo che "ha intensificato un approccio normativo basato sul rischio, come abbiamo fatto resistendo alle pressioni perché facessimo un Sarbannes-Oxley Act (1) inglese dopo i casi Enron e WorldCom". Anche se gli analisti mettevano in guardia sul prossimo arrivo di un crack, lui continuò a premiare la City con la deregulation e i suoi indegni dirigenti con consulenze governative e incarichi in organismi pubblici.

Adesso nessuno è responsabile come Gordon Brown del fatto che la crisi si possa ripetere. Molte sono le domande su quest'epoca che gli storici del Regno Unito si porranno. Una è la seguente: perché si è consentito a quest'uomo di restare al potere?

(1) Legge americana del 2002 che, dopo gli scandali di Enron ed altre grandi società, ha inasprito la regolamentazione sulle amministrazioni delle società pubbliche (ndt).

mercoledì 14 ottobre 2009

Se la Binetti è democratica allora la destra lavora per la sicurezza

Passi per alcuni ambienti della maggioranza, notoriamente razzisti, xenofobi, omofobi, maschilisti, machisti e classisti, ma avere nelle fila di una sinistra già sin troppo timida degli infiltrati del Vaticano che votano a favore di leggi omofobe e a sfavore di leggi civili è troppo.
Tute le opinioni hanno chiaramente il diritto di esistere, persino quella malsana e figlia di pregiudizi medioevali di derivazione religiosa, secondo i quali gli omosessuali sono diversi, malati, indegni di rispetto o di considerazione e, al limite, passibili di tolleranza e indifferenza se restano invisibili alla società senza creare alcun scandalo (tipo tenersi per mano) ai benpensanti.
Ma chi la pensa in questa maniera non può essere considerato né democratico, né liberale, bensì razzista e integralista religioso. Non può la Binetti continuare a stare nel PD se continua a votare come Ruini comanda.
Il parlamento italiano non può permettersi di fare le leggi basandosi sulle credenze bibliche o simili. Se la Binetti pensa che il suo dovere di deputata sia quello di approvare le leggi secondo la morale biblica allora è meglio che si trasferisca da Buttiglione, da Lupi o da Formigoni, smettendo di fare l’ipocrita stando nel PD.
Le persone oscurantiste, antidemocratiche e ottuse come lei non possono trovare spazio in un partito che si definisce democratico e che appartiene alla sinistra. A destra non so, forse ci sono delle remore anche li ad accogliere persone simili, ma a sinistra non può stare di certo. I suoi valori e le sue idee sono troppo diverse da chi lotta per i diritti di tutti.
E si badi, la mia posizione non è mancanza di democrazia, bensì una richiesta di chiarezza da parte del PD. Non possiamo avere un partito che, nel bene o nel male, è ancora centrale nell’area di sinistra, che accoglie persone con quel tipo di idee. La democrazia all’interno di un partito va bene, ma all’interno di un certo numero di valori, altrimenti non diventa più un partito, ma un coacervo di opinioni del tutto incoerenti tra loro.
Nessuno, per carità, vieta ai credenti di essere di sinistra e di fare politica a sinistra, o di dire le cose come le pensano, ma un credente democratico e liberale dovrebbe anche professare la pubblica laicità, non la religione di stato o il dogma di stato o la credenza di stato. Un credente di sinistra dovrebbe votare per garantire i diritti di tutti e non per fare dei dogmi vaticani una legge dello stato. Se lo vuol fare, lo faccia pure, ma nei partiti che dichiarano apertamente questa intenzione, come ad esempio l’UDC, o, in questo caso, i razzisti ed esibizionisti della religione della Lega Nord.
A proposito di Lega Nord, non si può non dire due parole su questo partito, ormai sempre più ridicolo di fronte alla logica e alla ragione.
Queste volpi nordiche dicono di aver affossato la legge contro l’omofobia perché bisognava darle dei ritocchi e completarla. Può anche essere vero che necessitasse di ulteriori modifiche, non dico di no, sentirlo affermare da persone che hanno proposto e votato leggi assurde, fatte coi piedi, inapplicabili e nemiche del diritto oltre che dannose per il sistema paese come il reato di clandestinità, la possibilità dei medici di denunciare un clandestino, la galera per i presunti colpevoli di stupro è un po’ bizzarro.
Spero almeno che, d’ora in poi, la smettano di spacciare leggi razziste e vendicative come essenziali per la sicurezza degli italiani. Questa era infatti una legge di civilità, già migliore rispetto a quelle votate e volute dalla Lega, ma l’hanno bocciata solo per questioni ideologico-razziste.
Forse, in questo paese, i gay e le lesbiche hanno diritto alla sicurezza, se italiani, ma meno rispetto agli etero italiano che subiscono furti, stupri o addirittura costretti alla visione di un clandestino?

Aquila, il gelo sulle tendopoli con seimila irriducibili

Meno uno. Poco dopo il telegiornale della sera, il termometro appeso al pilone in cima al quale sventola la bandiera italiana dice così. Siamo sottozero. Per la prima volta da quando tutto questo è cominciato. Il piazzale è deserto, le luci dei riflettori sono spente.

Le tende blu ondeggiano, scosse dal vento gelido. Un cane abbaia nel buio. Gli umani si riparano nella casetta di plastica bianca. Stasera niente doccia, l'acqua potrebbe ghiacciare nei tubi. E comunque fa troppo freddo. Il campo di accoglienza di Poggio di Roio chiude domani. Era la cima Everest delle tendopoli aquilane, il più alto di tutti, 1.030 metri sul livello del mare. Le tre famiglie che ancora ci vivono sono destinate a Lucoli, in un albergo attaccato alle piste sciistiche di Campo Felice. «Non possiamo più stare» dice Raffaella Curci, che prima del 6 aprile viveva in un condominio di Roio, quattrocento metri più in basso. «Bello caldo, stavamo in casa con la maglietta. Un sogno». Qui non è possibile rimanere.

Più delle parole della madre, lo testimonia la gemma sbocciata sulla guancia destra del figlio Massimo, un bambinone di nove anni. «È un eczema da freddo, me lo ha detto il dottore» spiega lui, orgoglioso. L'altra guancia, ci ha pensato lui a proteggerla. «Mi sono appicciato a mamma mentre dormiva». Chiudono i campi, quasi ovunque. La desolazione ispirata dalla vista delle tende arrotolate a terra, delle «salette di socializzazione» desolatamente vuote, è la feritoia dalla quale passa la rabbia di chi invece resta, ancora senza fissa o temporanea dimora. Sono seimila, sparsi in 60 punti di accoglienza, sotto duemila tende. Ci sono quelli che hanno una casa assegnata e aspettano «il rispetto degli impegni presi». Alcuni sono stati respinti dall'algoritmo che regola l'attribuzione degli appartamenti in costruzione e hanno rifatto domanda. Altri sperano di tornare dov'erano, titolari di abitazioni «di classe B», lesionate ma in attesa del decreto di agibilità. Tutti, o quasi, non vogliono rassegnarsi ad aspettare altrove. Sono gli «irriducibili» dei quali ha parlato Guido Bertolaso, ammettendo al tempo stesso che la promessa chiusura delle tendopoli a fine settembre è slittata per via delle ultime scosse di terremoto. «Ma siamo in condizioni di chiuderle tutte. Contemporaneamente si è però messo in moto un passa parola di irriducibili che stanno facendo circolare un messaggio: non bisogna cedere ai programmi del governo. Una bella strumentalizzazione».

Nelle parole del dirigente Fabrizio Curcio si percepisce un'urgenza nuova. «Capiamo che è difficile — dice —. Ma in tenda non si può più stare. Gli sfollati devono stringere i denti per qualche mese, e accettare una sistemazione provvisoria nella provincia dell'Aquila». Non è certo un caso che il Capo della Protezione civile abbia alzato i toni proprio ieri. È arrivato l'inverno, perché lo diceva anche un proverbio che L'Aquila non conosce l'autunno. Constatazione banale, che assume però aspetti tragici per chi ancora vive nella precarietà più assoluta. Alle 12.30 di lunedì c'erano 18,3 gradi. Dodici ore dopo erano diventati 2.9, una escursione termica da record. Vento che tirava a ottanta all'ora, nel pomeriggio un temporale da quasi venti millimetri di pioggia. Al mattino, il Gran Sasso completamente imbiancato, i primi fiocchi caduti anche a valle. E d'improvviso la vita nei campi è diventata ancora più insopportabile. «Jì l'ero ittu a maggio», lo avevo detto a maggio. Corradino Tarquini trema di freddo e di rabbia. È un anziano di 73 anni, occhi chiari, barba sfatta, un cappuccio di lana in testa. Mostra il pavimento di tela della sua tenda completamente zuppo di acqua e fango. Il vento l'ha quasi sradicata, dalle fessure alla base entravano rivoli di pioggia. «Se ci avessero ascoltato, avrebbero messo subito i prefabbricati, e poi avrebbero requisito le case sfitte. E adesso saremmo tutti qui, non sparsi chissà dove, negli alberghi e al mare. E io non sarei solo come un cane, come mi sento in questo momento».

Si guarda intorno, e vede un gran movimento che riguarda tutti tranne lui. Camion che portano via le toilette chimiche, addetti della Protezione civile che ripiegano fasciatoi per bimbi e mettono in uno scatolone i giocattoli d'uso comune. Stretta tra i binari della ferrovia e la strada provinciale, la tendopoli di Bazzano era arrivata a ospitare 320 persone. Oggi ne restano 26, compresi Tarquini e sua moglie, invalida, influenzata e stesa sotto una pila di coperte. Nella tenda accanto, il muratore macedone Bejtulahai Vahit accarezza i capelli della sua Leila. La chiama «citola», piccolina, in perfetto dialetto abruzzese. «Impossibile restare qui. Mia figlia non ha più compagni per giocare, è rimasta sola. E la scorsa notte, quando è uscita per fare la pipì, a momenti restava sotto a un albero caduto dalla strada». Indica il cantiere in fondo alla via, una delle 19 aree del progetto Case varato dal governo. Sulla strada che dal Gran Sasso porta a L'Aquila ce ne sono sette, alcune quasi ultimate. «Stanno lavorando», dice Bejtulahai. «Ma a sentire gli annunci di questi giorni sembra che ormai la ricostruzione sia terminata. Non è così, e la gente nelle tende lo capisce bene». La reception del campo di Paganica, il più grande con le sue 52 tende, sembra quella di un hotel svizzero. Controlli e badge elettronici, un addetto per ogni evenienza. Si fa avanti Franco Angeletti, tenda numero 28, due figli e moglie a carico. «Posso avere un radiatore e una stufetta in più?» Nella stanza si diffonde un certo imbarazzo. «Gliela cerchiamo, ma deve aspettare». Angeletti sembra un cane bastonato. «Scusi se insisto. Ma io ho freddo ora».

L’Africa e le vie della droga

di Carlo Ruta

Sequestri di cocaina: narcotraffico e affari illeciti delle organizzazioni criminali nel panorama economico internazionale. Muove da questo filone d'inchiesta la terza parte di "Recessione e mafie", approfondimento giornalistico a firma di Carlo Ruta. In questa puntata lo storico - giornalista osserva attraverso una lente d'ingrandimento il continente africano, la condizione attuale della produzione e del commercio di droghe in Africa e i cambiamenti in atto in funzione della recessione economica globale.

Più di qualsiasi altra parte del globo, l’Africa evoca calamità e regressioni militari, nondimeno costituisce, oggi più che in passato, un mondo eterogeneo, anzitutto sotto il profilo economico. Se l’immensa regione centrale, di cui è emblema Korogocho, la “favela” più popolosa del mondo, rimane infatti irriducibilmente povera, l’intera fascia settentrionale va progredendo, agganciandosi addirittura al trend di paesi come India e Cina, che in questo momento, come detto, fanno argine alla recessione.

Tutte le regioni continentali sono comunque accomunate da un fenomeno in crescendo, la domanda di narcotici: dalla cannabis che, secondo l’Unodc, copre il 63 per cento dei consumi continentali di droghe, alla cocaina, che copre in Africa il 20 per cento della domanda globale. Tenuto conto delle enormi sacche di povertà del continente, tutto questo può apparire paradossale. Testimonia comunque quanto il narcotraffico possa discostarsi dalle logiche della normalità economica, in taluni casi fino a sovvertirle, traendo vantaggio da emergenze di ogni tipo.

Nel contesto di una economia globale che ha aperto a inedite e impetuose colonizzazioni, su questo continente il narcotraffico ha puntato in modo strategico. I cartelli sudamericani hanno avocato a sé territori importanti, fino a farne appunto un mercato in crescita. Ma hanno fatto di più, aprendo in Africa un corridoio relativamente sicuro per l’introduzione della coca in Europa. Dalle coste del Brasile, la polvere bianca, proveniente dalla Colombia, dal Perù e dalla Bolivia, attraversa l’Atlantico per approdare lungo le coste dalla Guinea Bissau e della Sierra Leone.

Dopodiché, fatte salve le partite riservate al consumo continentale, risale lungo varie piste, che possono interessare la Mauritania, la Costa d’Avorio, la Nigeria, il Niger, il Ciad, per raggiungere le coste mediterranee del Nord Africa, dal Marocco alla Tunisia, dove viene imbarcata su navi di piccolo cabotaggio e pescherecci diretti in Spagna, in Italia, in Grecia, nelle coste balcaniche. I numeri che vengono proposti dall’Unodc, ricavati dalla curva dei sequestri nell’ultimo decennio, appaiono già considerevoli. Si ritiene infatti che circa la quarta parte dei carichi di narcotici introdotti in Europa dal Sud America segua la rotta africana. Tale stima, che si fonda appunto su certificazioni territoriali, potrebbe essere tuttavia poco indicativa, per difetto, almeno per due ragioni. La prima è politica. Allo stato delle cose è verosimile che determinati paesi vadano rendendosi permeabili al commercio di droghe. La seconda è di terreno. Le aree desertiche del nord, in cui transitano quantitativi importanti di narcotici, sono troppo estese per poter essere sottoposte, laddove pure si volesse, a controlli significativi.

I narcos non sono stati beninteso i soli a puntare sul continente. Seppure con circospezione, si sono mobilitati pure ambienti dell’oppio del sud-ovest asiatico, ravvisando un terreno idoneo nella regione orientale, ma soprattutto nel Corno d’Africa, con la garanzia di una guerra civile endemica che dal 1993 ha reso l’area fuori controllo. È andata delineandosi così un’attività composita, divisa fra interessi interni ed esterni, che vede in causa boss afgani, reti fondamentaliste, clan militari somali, perfino le piraterie del Golfo di Aden. E tale stato di cose, pure per le saldature che rischia di avere con altre situazioni continentali, lascia prevedere risvolti non da poco.

Va considerato peraltro che quasi l’intera Africa brulica di traffici, di affari eterogenei, mentre in diversi paesi si rendono più sostenuti i disegni di far da sé, di realizzare cioè in via del tutto autonoma l’intero ciclo delle droghe, dalla produzione al rifornimento dei mercati, locali e non solo. Si tratta di focalizzare allora tale processo, che reca peraltro una tradizione importante nel Marocco: ancora oggi fra i primi produttori al mondo di cannabis.

Il Rif, regione montuosa del Marocco settentrionale, sin dagli anni settanta costituisce una immensa distesa di canapa indiana, sostenuta soprattutto dalla richiesta europea. Come il Sud America e il Triangolo d’Oro, ha coniugato e insiste a coniugare quindi povertà e ricchezza fino al paradosso. Al livello più basso stanno intere popolazioni contadine, che traggono dalle coltivazioni solo il minimo per sopravvivere. In alto risultano i boss, marocchini, turchi, tunisini, spagnoli, italiani, che muovono l’affare, proiettando l’hashish lungo i continenti che chiudono il Mediterraneo. Negli ultimi tre anni la situazione è mutata.

Le leggi del governo di Mohammed VI, indotte dall’Onu, sono divenute più severe. Numerose piantagioni dell’area sono state distrutte. I rilievi ufficiali dell’Unodc stimano addirittura nel 50 per cento la riduzione delle superfici coltivate. Ma tutto questo significa poco. La cannabis viene riconosciuta ancora oggi come la droga più coltivata al mondo, ma soprattutto la più richiesta. In Africa, dove è preponderante l’offerta del Rif, è, come si diceva, allo zenit, coprendo il 63 per cento dei consumi continentali di narcotici. Il dato più rappresentativo continua a venire comunque dalla sponda nord del Mediterraneo. I sequestri effettuati negli ultimi anni in Spagna, Italia, Francia, Grecia, in altri paesi europei, testimoniano infatti che la marijuana prodotta in Marocco, a dispetto degli interventi delle autorità pubbliche, rimane in tali aree la più diffusa.

Il presente dell’Africa non è tuttavia la sola tradizione del Rif: che in termini di commercio clandestino risale almeno al secondo dopoguerra. È anche altro. È soprattutto la Nigeria, dove il narcotraffico è gestito da una mafia locale, fortemente connotata in senso etnico, divenuta di fatto la più coesa su scala continentale: in grado di tenere testa quindi a quella turca sulle rotte che si diramano dal Mediterraneo.

Particolarmente attivi dagli anni ottanta, quando il paese fu scosso dalla crisi del petrolio, i nigeriani hanno potuto godere nell’ultimo decennio di una rendita strategica. Con l’aprirsi delle rotte africane, il territorio da cui muovono è divenuto infatti un crocevia del narcotraffico globale. Incombe sulla Guinea Bissau, chiudendo il golfo in cui sbarca la coca dei narcos.

Occupa lo stesso parallelo del Corno d’Africa, dove transitano gli oppiacei da Oriente. Se nei primi periodi i boss centro-africani si sono limitati allora a chiedere l’obolo o reclamare forme minime di partnership, con il tempo si sono meglio organizzati, elaborando un metodo. Per conto dei sudamericani, controllano oggi il traffico di coca continentale e una parte non indifferente di quello europeo. Hanno dato avvio a coltivazioni di papavero, seppure in una misura discreta, mentre continuano a garantire, ai loro facoltosi contraenti, i percorsi dell’oppio afgano. Infine, là dove è possibile, fanno gioco a sé, incentivando soprattutto la coltivazione e la lavorazione della canapa, tanto da rendere il paese africano, un po’ sulle orme del Marocco, uno fra i maggiori esportatori di marijuana e hashish.

Recessione e narcotraffico: come interagisce allora la recessione di oggi con tale stato di cose, nel continente? È il caso di esaminare alcuni aspetti generali. La crisi in Africa, come danno conto gli allarmi lanciati da numerose organizzazioni, sta avendo ripercussioni sociali pesantissime. Il 2009 si chiuderà, secondo Jean Ping, presidente dell’Unione Africana, con 27 milioni di nuovi disoccupati. In aggiunta, i prezzi dei beni primari stanno aumentando in modo esorbitante, con l’effetto di una carestia che le popolazioni, già provate da piaghe ataviche, non sono in grado di fronteggiare, tanto più nei paesi sub-sahariani. Vanno accendendosi quindi tensioni che rischiano di alimentare l’instabilità politica, già notevole, e gli scontri fra etnie. Si è entrati insomma nel tunnel di una emergenza che, come denuncia Amnesty International in un rapporto del maggio 2009, rende l’intero continente una polveriera pronta ad esplodere. In questo clima un peso crescente sta assumendo comunque la questione delle droghe. Nessun risultato statistico, beninteso, può attestare che negli ultimi mesi il traffico e il consumo di tali sostanze nel continente siano alimentati dalla crisi. Esistono nondimeno situazioni di cui va preso atto, a partire dalle aree cruciali del narcotraffico, dove proprio in questi frangenti si registrano evoluzioni drammatiche.

In Guinea Bissau è in atto una strategia di delitti che ha assunto il significato di un golpe. Il 2 marzo 2009 è stato ucciso, per mano militare, il presidente Joao Bernardo Vieira, che aveva guidato il paese per 23 anni. A giugno, poco prima delle elezioni, sono stati assassinati: Baciro Dabo, maggiore candidato alla successione; Helder Proença, già ministro della Difesa e stretto collaboratore di Vieira; Faustino Fudut Imbali, primo ministro dello stato africano dal marzo al dicembre 2001. Un altro candidato alla presidenza è stato indotto invece a ritirarsi, per salvare la vita. Le movenze sono quelle di una guerra intestina sul terreno dei narcotici, su cui, oltre le apparenze, hanno puntato con abbondanza tanto i dignitari di Vieira quanto i militari che adesso tengono il gioco. Tutto richiama quindi i cartelli sudamericani, determinati, con i loro contraenti del Golfo, a bruciare i tempi della conquista continentale. Tale situazione appare altresì coerente con quella della confinante Guinea Conakry, dove il 23 dicembre 2008, dopo l’annuncio della morte del presidente Lansana Conté, che aveva mantenuto il potere per 25 anni, si è insediata una giunta militare golpista, guidata dal capitano Moussa Dadis Camara. Il canovaccio è uguale. Il regime di Conté, come si evince da numerosi rapporti, a partire da quelli della Lega guineense per i diritti umani, era sceso a patti con il narcotraffico. La giunta di Camara fa altrettanto, ma con più metodo, malgrado ostenti di aver dichiarato guerra alle droghe.

Gli effetti della connessione afro-sudamericana si fanno in sostanza sempre più preoccupanti. Se ne trova riscontro quindi nelle prese di posizione che vanno sommandosi a tutti i livelli. Di ritorno dal Golfo, Mary Carlin Yates, direttrice della DEA, l’agenzia antidroga dell’FBI statunitense, ha dichiarato che il traffico di narcotici, già gigantesco, sta crescendo ancora, con il rischio di destabilizzare ulteriormente gli stati della regione. Jean Ping, che esprime per certi versi l’opinione generale del continente, ha aggiunto che il narcotraffico di stanza in Guinea e in Sierra Leone sta mettendo a rischio la pace non solo dell’area, ma dell’Africa intera. E del medesimo avviso, sulla scorta di dati tratti dagli uffici di polizia, è il ministro dell’Interno colombiano Fabio Valencia Cassio, trovando la colonizzazione africana dei narcos in netta progressione. Un dettaglio della situazione sul terreno, dall’epicentro della Guinea Conakry, viene offerto comunque dal capitano Moussa Tiégboro, ministro della giunta militare che dovrebbe combattere i narcos: in tutto il paese, a dispetto dei livelli di povertà, fra i più alti su scala continentale, anche le tossicodipendenze sono in aumento.

In modo ugualmente severo sta evolvendo la situazione del Corno d’Africa. Il consumo di Khat, la cui coltivazione costituisce per gran parte delle famiglie contadine l’unica risorsa per sopravvivere, come del resto in Kenia, in Etiopia e altrove, continua a diffondersi con ritmi ascendenti. Prova ne è che nella sola Somalia tale droga muove un giro d’affari di circa 70 milioni di dollari l’anno, più di quanto ne registrano in bilancio gli stati più poveri della regione. Insieme con l’eroina dell’Afganistan, che viene irradiata appunto in tutto il continente e oltre il Mediterraneo, continua ad alimentare quindi i conflitti territoriali. Le ripercussioni sul terreno sono sempre più devastanti, con saldature tattiche fra clan militari, narcotrafficanti dell’oppio, reti terroristiche islamiche, mentre lo stato di indigenza e i disagi della guerra sempre più vanno traducendosi in progressi dell’Aids e in violenza. Un effetto clamoroso di tale impasto fra guerra, povertà e droghe è la pirateria del Golfo di Aden che, dopo decenni di relativa sordina, si trova in piena recrudescenza. L’esercito dei nuovi bucanieri, impinguatosi di anno in anno, con picchi recenti del 200 per cento, conta oggi su circa 2 mila unità. Ha rinnovato strategie e metodi operativi, traendo quanto gli occorre dai sequestri, ma pure dall’eroina e dal Khat. È andato dotandosi altresì di armi sofisticate, tecnologie, mezzi logistici, mettendo a frutto gli accordi che è riuscito a cucire, lungo gli anni, con i mujahedin e i signori della guerra di Mogadiscio. Si tratta uno scorcio beninteso, sullo sfondo dei conflitti dimenticati e del narcotraffico. Quanto accade nel Golfo esemplifica tuttavia i caratteri di una emergenza che si è resa debordante, a dispetto della decisione dell’Africom, a guida statunitense, di intervenire nell’area.

La denuncia che viene da numerose sedi, ufficiali e non solo, è del resto unanime: la faglia del Corno d’Africa rischia oggi di far saltare gli equilibri residui dell’intero continente, al pari di quella delle Guinee ma forse più ancora, perché acutizzata appunto da guerre senza fine.

martedì 13 ottobre 2009

Omofobia: tutta casa e Chiesa

di Ilaria Donatio

Quando il prete azzurro Giovanni Baget Bozzo, nel lontano duemila, rivelò di aver provato “sentimenti omosessuali”, la Chiesa reagì con fermezza chiarendo, con le parole dell’allora segretario di Stato vaticano, cardinale Angelo Sodano, di “rispettare tutti, di amare tutti”, ma che “non le si poteva chiedere di chiamare bene il male”. Don Baget Bozzo ridimensionò immediatamente la portata del proprio “male”, semplicemente smentendolo.
La gerarchia vaticana ha tanto timore dell’omosessualità da non riuscire neppure a distinguerla dall’omofobia, dunque, dalle forme di razzismo, violenza e avversione nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (glbt).
Alla manifestazione contro tutti i razzismi dello scorso 24 settembre, indetta in seguito ai ripetuti episodi di omofobia degli ultimi mesi, il Vicariato romano era rappresentato dal nuovo direttore della Caritas diocesana di Roma, monsignor Enrico Feroci, ma quando MicroMega ha contattato il monsignore per conoscere le ragioni di quella adesione e sollecitare una riflessione sull’omofobia, il portavoce del Vicariato ha spiegato che la presenza alla manifestazione era giustificata dal suo carattere di “genericità” (il no al razzismo) e che sull’omofobia non poteva dire nulla in quanto la Chiesa non ha “una posizione ufficiale” a riguardo. Vale a dire: va bene il no al razzismo solo se è di principio, dunque inoffensivo, quanto ai gay possono continuare a essere discriminati (ma in silenzio!).

L’omofobia và a messa
“È imbarazzante che il Vaticano dichiari di non avere una posizione ufficiale sull'omofobia: sarebbe naturale che operasse almeno un distinguo tra omofobia e omosessualità”. Parla Andrea Rubera, consigliere di Nuova Proposta, associazione laica che opera nella capitale da quindici anni e che riunisce uomini e donne omosessuali cristiani: “Ci sono moltissimi omosessuali credenti che si nascondono, non rivelano la propria identità sessuale e continuano a frequentare i normali ambiti parrocchiali o i movimenti cristiani”.
“Alcuni giorni fa”, racconta, “abbiamo inaugurato il nostro anno sociale con un primo incontro. È venuta una coppia di ragazze lesbiche: una molto interessata, l’altra che, visibilmente, mostrava enorme disagio a stare con un gruppo di persone che si definivano cristiane. Alla fine, sono andate via perché la seconda non tollerava di essere in un posto di persone che, definendosi cristiane e con il dono della fede, secondo lei, appoggiavano la ‘Gerarchia Vaticana’ anche nelle esternazioni omofobe”.
La contraddizione esiste, in effetti, almeno da uno sguardo esterno. Ma si riesce a cogliere anche il dolore di chi deve gestirla: “Ci fa soffrire il non poter essere visibili all’interno della comunità di credenti: pensiamo che la spiritualità sia una questione con cui ogni essere umano debba fare i conti ed essere ridotti a fantasmi da quella stessa Chiesa cui sentiamo di appartenere, è mortificante. Ciò nonostante il messaggio di Cristo per noi non è rinunciabile, perché l’omosessualità è dono di Dio”.
Ma l’omofobia, precisa Andrea, “non è solo violenza”: il ragazzo accoltellato vicino al gay village romano o le bombe carta scagliate sulla folla della gay street, sono certamente il sintomo di un “clima peggiorato” ma, chiede, è questo il problema? “Noi crediamo di no”, si risponde subito, “e non per sottovalutare gli ultimi fatti omofobi: purtroppo, ora se ne parla di più perché hanno fatto più notizia e forse anche perché qualcuno ha esagerato, ha calcato troppo la mano”. “La violenza è la causa, non il sintomo” e “se il sindaco di Roma, da una parte solidarizza con la comunità gay e dall’altra afferma che ‘non tutti gli amori devono essere riconosciuti’, beh, lui è omofobo”.
Il “tema”, dunque, è un altro: è pretendere “uguali diritti, riaffermare il no ai ghetti, poter andare in ogni posto”, e non “accontentarsi di ottenere maggiore sicurezza nella gay street”.
Il punto è “essere visibili” per Andrea che, in fondo, chiede solo di poter fare “vita di parrocchia” e ne avrebbe il diritto, visto che è credente. Ma il prezzo è sempre lo stesso: l’invisibilità, esserlo ma non dirlo. Nel frattempo, i gay cristiani della capitale si danno appuntamento in una Chiesa valdese.

Un numero verde aiuta
Gay Help Line è il contact center antiomofobia del Comune di Roma sostenuto anche dalla Provincia e dalla Regione Lazio.
Secondo i dati raccolti, nei primi sei mesi del 2009, si è assistito a un costante aumento, rispetto all’anno precedente, dei contatti ricevuti da Gay Help Line: una media di oltre 2 mila contatti mensili, con picchi sino a circa 4 mila, nei mesi di aprile e maggio.
“Le segnalazioni di discriminazioni e violenze omofobe”, spiega il presidente Fabrizio Marrazzo, “sono raddoppiate (da mille a duemila al mese), intanto, perché finalmente c’è uno strumento a cui rivolgersi e ottenere consulenza (psicologica, legale, medica) gratuita”. Ma quello che è cambiato, secondo Marrazzo, è il tipo di reati commessi ai danni di gay e lesbiche: “C’è una maggiore aggressività negli ultimi tempi, forse perché, chi li commette, si sente indirettamente legittimato dalla destra che continua a seminare insicurezza nei confronti del diverso, chiunque sia”.
Ma è un altro il dato importante che emerge dall’analisi dei casi denunciati al numero verde: come per le violenze sulle donne, anche la gran parte delle aggressioni ai danni di ragazzi omosessuali, tutti giovanissimi, si consuma in famiglia. Ben il 32 per cento di chi contatta il numero verde anti-omofobia ha meno di 18 anni (il 46% è di sesso maschile, il 42% di sesso femminile, il 4% è transessuale). Questo dato spiega il perché le violenze consumate in famiglia, spesso, non emergano: “Raramente il figlio arriva a denunciare il genitore, proprio per via del rapporto di amore-odio che continua a legarlo a lui, nonostante le violenze”, spiega Marrazzo.
Quanto alla provenienza geografia, si nota la marcata predominanza delle regioni centrali, con il 38 per cento di telefonate. Altro elemento di un certo interesse è la “categoria di chiamate”, vale a dire, la ragione che spinge a contattare il contact center. Aumentano i contatti per richiedere consulenza legale (l’11 per cento del totale): lesbiche e gay sono tra i primi, infatti, ad aver subito licenziamenti, a causa della crisi economica (vi è stato, ad esempio, un incremento di casi di mobbing del 20 per cento e del 3 per cento di discriminazioni sul lavoro). Quanto a chi chiama per “ragioni sociali”, circa il 40 per cento, sempre più giovani denunciano problemi a scuola o in famiglia e i ragazzi che lamentano problemi psicologici (circa il 34 per cento delle chiamate) sono aumentati, rispetto al 2008, del 3 per cento.

Familismo amorale
Potremmo andare avanti molto a lungo, fornendo dati e cifre molto accurati, tutti di non difficile interpretazione: il vero nemico da riconoscere e combattere nella lotta all’omofobia, è l’ignoranza. Famiglie apparentemente “per bene”, dice Marrazzo, che prima di conoscere la reale problematica dei propri ragazzi, a parole, si dichiarano molto tolleranti e politicamente corrette nei confronti del mondo omosessuale, per poi arrivare a “punire” il figlio o la figlia che fa outing: nel migliore dei casi, rimuovendo il “problema” e facendo finta di nulla. Nel peggiore, con le botte, con i calci, i pugni e le armi.
Colpisce la violenza, certo, ma soprattutto l’ignoranza di questi padri e queste madri che, magari, santificano la domenica e si scambiano pure il segno della pace. La stessa ignoranza che ha portato il padre di Massimo, giovane docente di storia e filosofia, a intimargli di utilizzare asciugami diversi dal proprio. Lui ora è in terapia da anni, per questa e altre violenze. Mai denunciate.
E “Ignora(n)ti” è il nome dell’iniziativa di cui si è fatto promotore il circolo di cultura omosessuale Mario Mieli: quella di leggere, davanti alla Camera dei deputati, alcune pagine di libri che nei secoli hanno raccontato “l’amore omosessuale, saggi che raccontano la normalità del nostro amore e delle nostre famiglie, che parlino di noi, delle nostre vite, dei nostri desideri e delle nostre istanze”. “Il vero nemico delle persone glbt non è la violenza ma l’ignoranza e per combatterla servono impegno e cultura”, spiegano.

Girotondi gay
“We have a dream”: prende in prestito le parole pronunciate da Martin Luther King in occasione della storica marcia per il lavoro e la libertà dei neri americani, il nuovo fenomeno dei “micropride” spontanei. “Persone che spontaneamente si aggregano per proclamare il loro sogno di libertà: libertà dalla violenza, dal razzismo, dell’omofobia e della transfobia”, racconta Federico Boni, responsabile della redazione romana del sito d’informazione gay più accreditato e famoso d’Italia nonché blogger d’eccezione. Un movimentismo diverso, spontaneo, alimentato dal desiderio di normalità, di essere e farsi presenti. Ma anche di slegarsi da targhe e sigle. Federico è molto severo con la comunità gay: “Le diverse sigle che dovrebbero rappresentarla”, dice, “in realtà, non rappresentano più nessuno, impegnate come sono a farsi la guerra tra loro”. E ritorna sulla questione della visibilità: “Non vogliamo zone a traffico limitato per poi arrenderci a essere fantasmi, relegati in un cono d’ombra, magari, pure protetto da due petardi lanciati da qualche cretino, ma pur sempre una riserva indiana”. “Perché devo andare all’estero per vedere riconosciuti i diritti che qui mi negano e per fare una vita normale, senza aver nulla da temere?”. Già, perché?

Gay di destra
“Chi aggredisce una coppia omo-affettiva o un transessuale, è cretino oppure ignorante”. Non c’è un “problema politico”, dunque, per Daniele Priori, vicepresidente dell’associazione Gaylib, i gay “liberali di centro-destra”. Daniele parla infatti di veri e propri “episodi di delinquenza”.
Si stima che il 40 per cento dei gay votino per il centro-destra: se il 5 per cento della popolazione è gay (pari a 2 / 3 milioni di abitanti) e se si sottrae da questa cifra chi non vota, possiamo stimare che circa un milione di gay italiani vota per questa parte politica.
Ma che rapporto hanno, loro, con questa maggioranza di governo? E come fanno a votarla, quando se va bene, questo centro-destra neppure li riconosce in quanto “soggetti di diritto” e, quando va male (vale a dire molto spesso), li insulta: “Un rapporto certamente dialettico: le persone comuni, di idee liberali, sono molto più intelligenti e concrete dei nostri ‘nominati’, questo è certo!”.
“Un centro-destra rivoluzionario che finalmente si pone di pari passo alle formazioni simili del resto d’Europa?”. Non ci crede troppo Oliari, presidente di Gaylib, secondo cui una legge antiomofobia pare essere “la battaglia più importante (e forse la sola rimasta) del movimento omosessuale italiano”: l’unica che fino ad oggi abbia “trovato disponibilità presso la maggioranza di centro-destra”. In realtà, per Oliari, si tratterebbe della “conquista meno costosa in termini politici”.
“Davvero crediamo”, chiede, “che una legge contro l’omofobia sortirebbe l’effetto di fermare la mano dell’omofobo violento”? E conclude: “Solo nelle società in cui i gay sono percepiti come persone normali si ha un reale decremento del tasso di omofobia e questo avviene dove gli omosessuali hanno i diritti e i doveri di tutti, dove non è lo Stato per primo a ritenerli cittadini di serie B o, peggio, peccatori immorali”.

Una leggina. Per iniziare
Paola Concia, la deputata del Pd che per prima, un anno fa, ha presentato una proposta di legge per combattere l’omofobia, concorda: “È vero, prima ancora di una legge che combatta le discriminazioni ai danni di persone omosessuali, sarebbe necessario che lo Stato riconosca loro uguali diritti”. Ma nel frattempo, “che si fa? Si sta ad aspettare che qualcosa avvenga o si lavora per ottenerlo?”, chiede.
Intanto, qualcosa si muove.
Lo scorso 2 ottobre la commissione Giustizia della Camera ha concordato il testo base della legge anti-omofobia, di cui è relatrice la Concia. Un iter interminabile a quanto pare: “Si è cominciato a parlare, in Parlamento, di omofobia nel 2002 e da oltre due anni le associazioni gay denunciano casi di discriminazioni, aggressioni e violenze quotidiane”, sottolinea la Concia.
Il testo ha raccolto i voti di Pd, Pdl e Lega, mentre si sono espressi contro Idv (che aveva presentato una proposta di legge autonoma) e Udc.
L’ipotesi originaria di estendere la legge Mancino del ’93 - “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa” - ai reati commessi in ragione dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, è naufragata. Ha detto no il Popolo delle libertà, temendo che si potesse configurare un reato di opinione e che la semplice manifestazione di pensiero potesse dare luogo al reato d’opinione (con la Lega perseguita, una frase sì e una no, per istigazione all’odio!). La soluzione adottata, dunque, è stata quella, alla francese, dell’aggravante sessuale: un articolo che aggiunge la discriminazione sessuale tra le aggravanti di reato previste nel codice penale.
Per l’Italia dei Valori il “compromesso” raggiunto da Pd e Pdl non darebbe “una risposta adeguata ad un fenomeno di gravità enorme”. Ma è la cattolicissima Unione di Centro che si distingue per le ragioni del no: “Chi subisce violenza a causa del suo orientamento sessuale”, spiega durante il dibattito in Commissione l’onorevole Roberto Rao, “riceverebbe una protezione privilegiata rispetto alla vittima di violenza tout court, con conseguente violazione del principio di uguaglianza”.
Nel frattempo, è saltata anche l’indicazione dell’identità di genere che serviva a tutelare i transessuali, i più colpiti dalle discriminazioni e violenze.
“Anch’io avrei voluto un altro testo”, spiega la Concia, “ma questo è il massimo che si poteva ottenere con questa maggioranza (non abbiamo né la Merkel né Sarkozy in Italia!): quanto alla lotta alla transfobia, troveremo certamente una soluzione con gli emendamenti”.
Paola Concia è andata fino a Casa Pound, famoso centro sociale neofascista, a discutere di diritti civili: per questo è stata molto criticata dai compagni di partito. “Non si capisce dalle mie parti il perché abbia accettato l’invito di Casa Pound: forse perché loro sono destra fascista, estremista, sono degli impresentabili, non da salotto buono? Perché non avrei dovuto accettare un invito da un’associazione di destra che si vuole porre il problema della sua cultura politica verso i diritti civili? Forse l’unica ragione per cui non sarei dovuta andare a Casa Pound è che ho tanto lavoro ancora da fare in casa mia, dove devo convincere la Binetti che non sono malata e tanti altri dirigenti che le coppie di fatto non fanno male al matrimonio e, infine, che l’omosessualità non è una scelta”.

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