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lunedì 19 ottobre 2009

L'inganno è nel midollo spinale

In chi crede di assumere un farmaco, la trasmissione del dolore viene inibita a livello del corno dorsale. Lo studio su Science.

Chi studia l'effetto placebo sa bene che la mente è in grado di ingannare il corpo. In che modo? Bloccando le vie di trasmissione del dolore a livello di una regione del midollo spinale chiamata corno dorsale. È quanto affermano sulle pagine di Science Falk Eippert e la sua equipe della University Medical Center Hamburg-Eppendorf, in Germania.

Attraverso tecniche di risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI), i ricercatori hanno osservato l’attività del midollo spinale di alcuni volontari (convinti di partecipare a un test per una crema anestetica) mentre le loro braccia erano esposte a una intensa fonte di calore. A tutti era stata data la stessa lozione farmacologicamente inattiva, ma nel gruppo che credeva di provare la crema alla lidocaina (un anestetico locale), l’attività del corno dorsale diminuiva e il dolore si alleviava.

L’esperimento condotto dai ricercatori offre la prima prova diretta del modo in cui agisce un placebo. Come riportano gli studiosi, quindi, i fattori psicologici influenzano i meccanismi di percezione ed elaborazione del dolore nei primi “compartimenti funzionali” del sistema nervoso. Le terapie che sfruttano l'effetto placebo infatti, stimolando la circolazione degli oppioidi prodotti dall’organismo, sono in grado di bloccare le vie di trasmissione del dolore che dal cervello discendono sino alla midollo spinale.

I ricercatori ammettono di non conoscere ancora l’esatto meccanismo attraverso il quale si realizza l’inibizione spinale (ovvero se avviene a livello dei neuroni pre-sinaptici, post-sinaptici o degli interneuroni), e non hanno dimostrato se lo stesso effetto si verifica anche in risposta a stimoli neutri, non dolorosi. Tuttavia, il loro studio ha il merito di aver individuato una regione del sistema nervoso che può diventare un target privilegiato per i trattamenti contro il dolore. (m.s.)

mercoledì 7 ottobre 2009

Mgf, una battaglia su più fronti


di Roberta Pizzolante
 Più di 1000. E’ il numero delle bambine e delle adolescenti immigrate da paesi africani che potrebbero subire mutilazioni genitali in Italia. Mentre circa 35 mila donne immigrate sono state già vittime di questa pratica prima di venire nel nostro paese o una volta giunte qui. La denuncia arriva da uno studio del Ministero delle Pari Opportunità presentato nel corso della tavola rotonda organizzata dall’associazione radicale Non c’è pace senza giustizia, coordinata dal vice presidente del Senato Emma Bonino, che ha chiesto all'Onu una risoluzione entro l’anno sulla messa al bando dell’infibulazione.

In Italia la maggior parte delle mutilazioni avviene in quattro regioni: in Lombardia con quasi 40 mila bambine mutilate (35 per cento), Veneto (14 per cento), Emilia Romagna con il 13 per cento (più di 14 mila bambine mutilate) e Lazio con il 10 per cento (oltre 11 mila). A seguire, si registrano l'8 per cento del Piemonte e il 5 della Toscana. La pratica delle mutilazioni, infatti, che fino pochi decenni fa aveva per l’Occidente un interesse esclusivamente “antropologico”, con l’immigrazione è arrivata a coinvolgere direttamente le strutture sanitarie e l’ordinamento giuridico dei paesi europei (
Dalla parte di Eva).

Il problema, quindi, va affrontato a vari livelli. Bisogna innanzitutto avviare un nuovo processo culturale, una 'educazione al cambiamento', come l’ha definita Elisabetta Belloni direttore generale Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri, che ha dichiarato: “C'è un problema sanitario immediato, ma anche le conseguenze sono drammatiche. E’ un dovere morale far sì che quelle donne che hanno subito le violazioni possano riconquistare uno standard di vita più accettabile”. Una delle strade consiste per esempio nella deinfibulazione, cioè nella riapertura della ferita e la ricostruzione dei tessuti mutilati, intervento da condurre ovviamente nelle strutture sanitarie in grado di praticarlo. “Sono moltissimi gli interventi di deinfibulazione, che spesso hanno successo, a cui si sottopongono ragazze e donne”, commenta infatti Lucrezia Catania, ginecologa all'Ospedale Careggi di Firenze.

Di passi avanti se ne stanno facendo. Lo scorso 25 settembre, per esempio, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha organizzato una riunione ministeriale alla quale hanno preso parte anche 15 paesi africani, per avviare il lavoro sulla messa al bando. Obiettivo: far sì che il 2010 sia l’anno di snodo della situazione internazionale.

Ma la politica è solo uno dei tasselli necessari per avviare un cambiamento. La lotta all’infibulazione, infatti, deve partire nei paesi dove la pratica è più frequente, con il coinvolgimento e la sensibilizzazione di istituzioni, leader governativi e sociali (
Questione di cultura). Secondo i dati dell'Oms, nel mondo tra 100 e i 140 milioni di bambine, ragazze e donne hanno subito mutilazioni genitali. Il triste primato spetta all’Africa con 91,5 milioni di vittime a cui, ogni anno, se ne aggiungono altri tre (La storia di WarisI confini dell’illecitoBarbarie senza confini).

Nel corso degli anni diverse associazioni ed enti istituzionali si sono impegnati in progetti per favorire l’eradicazione della pratica (
Fermiamo la mutilazione genitale) o per evitare e arginare gli effetti irreversibili di una tradizione così invasiva (Non esiste una soluzione soft). La stessa associazione “Non c'è pace senza giustizia” ha lanciato una campagna nel 2001 (Stop alle mutilazioni genitaliContinua la lotta all’infibulazione), e ora nel corso della tavola rotonda ha presentato un progetto che mira a favorire l’adozione e l'attuazione, nei paesi dell'Africa occidentale, di leggi efficaci per la messa al bando delle Mgf, che devono essere trattate esplicitamente come una violazione dei diritti umani e che come tale devono essere affrontate.

Pandemia, inutile corsa agli antivirali

di Caterina Visco
Il Ministero della Salute prevede il ricorso ad alcuni farmaci per prevenire e curare l'infezione. Ma la loro efficacia contro H1N1 è poco nota, ed è scarsa contro l'influenza stagionale. La denuncia su “Dialogo sui farmaci”


In attesa della prima ondata di vaccini contro l’influenza A (dei quali però ancora non si conoscono gli effetti reali, né tutte le controindicazioni), prevista dalle autorità sanitarie nazionali per il 15 ottobre, le raccomandazioni del Ministero della Salute, del Lavoro delle Politiche Sociali indicano due antivirali sia per prevenire l'infezione sia per curarla: zanamivir e oseltamivir. Le linee guida italiane, redatte sulla falsariga di quelle emanate dai Centers for disease control and prevention (Cdpc) statunitensi, però sono messe in dubbio da un articolo di review apparso sulla rivista “Dialogo sui farmaci”: non solo l'efficacia degli antivirali contro l'influenza da H1N1 non è comprovata da dati sufficienti, ma anche contro quella stagionale queste armi appaiono piuttosto spuntate, scrivono gli esperti.
Dall'analisi dei dati pubblicati in letteratura, infatti, si evince che “in un paziente adulto sano questi farmaci possono al massimo far passare la febbre in tre giorni anziché quattro”, spiega Massimo Valsecchi, direttore del Dipartimento di Prevenzione della Ulss 20 di Verona. Potrebbero invece beneficiare di questo trattamento – sempre contro l'influenza stagionale -  i soggetti a rischio: le persone anziane, asmatiche, obese,  immunodepresse (sieropositivi e malati di Aids, per esempio), o coloro che soffrono di altre patologie (polmonari, cardiovascolari, renali, epatiche, ematologiche, metaboliche). Secondo gli studi condotti finora, nei pazienti ad alto rischio che soffrono di problemi respiratori l’uso di farmaci antivirali riduce l’incidenza di complicazioni che richiedono il ricorso ad antibiotici al 13 per cento, rispetto al 24 per cento ottenuto con la somministrazione di placebo.
“Per quanto riguarda l’efficacia degli antivirali contro l’influenza A”, commenta Maria Font, vicedirettore di “Dialogo sui Farmaci”, “i dati finora a disposizione sono stati estrapolati dagli studi sull’influenza stagionale; viaggiamo quindi nella totale incertezza. Considerato però che ci si aspetta che l’influenza cosiddetta suina sia più forte di quella di stagione, le agenzie hanno approvato l’uso di questi farmaci anche per quelle categorie per le quali prima non era raccomandato: bambini sotto i dodici mesi e donne in stato interessante”. Tuttavia nell'analisi pubblicata sono documentati diversi casi di malformazione del feto a seguito dell'assunzione di antivirali da parte delle madri. Ragione per cui, infatti, contro l'influenza stagionale questi farmaci non sono indicati per le donne in stato interessante.  
Non bisogna poi sottovalutare gli eventi avversi. Per quanto riguarda l’uso di zanamivir i principali sono nausea diarrea, sinusite, bronchite, tosse, infezioni al tratto respiratorio, cefalea e vertigini. Nel caso di oseltamivir, invece, a preoccupare maggiormente sono gli effetti avversi psichiatrici rilevati soprattutto in bambini e adolescenti. Secondo i primi dati di sicurezza correlati all’uso profilattico di oseltamivir contro il virus H1N1, in bambini e adolescenti di tre scuole del Regno Unito circa il 50 per cento degli studenti ha presentato reazioni quali mal di pancia, stanchezza, vomito. Inoltre, uno su cinque degli studenti di uno dei tre istituti ha riportato eventi neuropsichiatrici quali incubi, disturbi del sonno, scarsa concentrazione e confusione mentale.
“Questi farmaci sono considerati utili perché sono gli unici antivirali a disposizione, ma tenuto conto della modesta efficacia sui pazienti sani, degli effetti avversi e i fenomeni di resistenza, vanno usati poco e  solo quando servono veramente”, ricorda Valsecchi. “Gli antivirali devono essere a disposizione in caso di vero bisogno: occorre quindi evitare la corsa alle scorte e lasciare che ci siano dosi per chi ne ha veramente bisogno, appunto i soggetti a rischio”.
Il livello di allarme tra gli addetti ai lavori è sicuramente meno alto che tra il pubblico: “In realtà la situazione è per ora meno grave di quanto immaginato, anche se è vero che può sempre esserci un’evoluzione”, conclude la Font. D'altronde gli operatori sono abituati ogni anno a far fronte all'emergenza influenza che, sebbene non ottenga la stessa copertura mediatica, miete migliaia di vittime. Secondo i dati ufficiali ministeriali in Italia sono circa 7-8mila persone ogni anno a morire di influenza e di complicazioni come la polmonite; secondo i Cdpc  nei soli Usa ci sono 35000 morti per influenza stagionale ogni anno.

giovedì 1 ottobre 2009

Il Guardian: Lasciate stare campane, profumi e bei dipinti. La visita del Papa in Gran Bretagna non è cosa da festeggiare

di Tanya Gold, The Guardian, 29 settembre, traduzione di Laura Franza

Salvaci, o Signore, salvaci tutti. Salvaci dal papa. Joseph Ratzinger viene in Gran Bretagna.
Gordon Brown è 'deliziato'. David Cameron è 'deliziato". Io sono 'disgustata'.
Venga pure, viva la libertà di parola. Ma niente tappeti rossi, per favore. Niente tè e biscotti. Niente Regina.

Nei casi di violenze sui minori e l'Aids, i comportamenti di Joseph Ratzinger lo coinvolgono nella protezione dei pedofili e nella morte di milioni di africani. Come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (forte braccio operativo di papa Giovanni Paolo II), il compito di Ratzinger era indagare sugli scandali per pedofilia che affliggono la Chiesa cattolica da decenni. E come lo ha svolto? Nel maggio 2001 ha scritto una lettera riservata ai vescovi cattolici, ordinando loro di non avvisare la polizia - o chiunque altro - circa le accuse, pena la scomunica. Facendo riferimento ad un precedente (riservato) documento del Vaticano in cui si ordinava che le indagini fossero gestite "nel modo più segreto... protette da un silenzio perpetuo". La scomunica è uno scherzo per me, e forse anche per voi, ma per un cattolico significa l'esclusione e forse il fuoco eterno - per tentare di proteggere un bambino. Beh, Dio è amore.

E sempre lui ha fatto piazza pulita dei richiami alla disciplina per Marcial Maciel Degollado, il messicano fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo. Le accuse di abusi sui minori hanno perseguitato Maciel fin dagli anni Settanta. Le sue vittime rivolsero una petizione a Ratzinger, solo per sentirsi comunicare dal suo segretario che la questione era chiusa. "Non si può mettere sotto processo un amico intimo del Papa, come Marcial Maciel," disse Ratzinger. Due vittime di abusi lo hanno citato in giudizio personalmente per ostruzione alla giustizia, ma lui ha rivendicato l'immunità diplomatica. Alla fine, quando le accuse non potevano più essere negate, Ratzinger si è scusato e ha relegato Maciel "a una vita di preghiera e di penitenza". Perché non in prigione? Non l'ha spiegato. "E' una grande sofferenza per la Chiesa... e per me personalmente," fu il commento di Ratzinger sul peggior scandalo per abusi sui minori. Grande sofferenza? Credevo che essere violentato da bambino fosse una grande sofferenza. Essere manifestamente complici di un insabbiamento è di certo semplicemente... imbarazzante?

Ratzinger aggiunse di credere che la Chiesa cattolica fosse vittima di una "pianificata" campagna mediatica. Pianificata da chi? Dai gay? Dagli ebrei? Dagli Jedi? Ha quindi insegnato che si può pregare in perpetuo per le vittime - grazie, mi sento meglio ora! - e contemporaneamente impegnarsi al fine di garantire che gli uomini "con profonde tendenze omosessuali" non entrino nel sacerdozio, trasformando così ogni responsabilità per lo scandalo in una storia di cattivi gay!

Ratzinger ha avuto un ruolo attivo anche nella soppressione della Teologia della Liberazione, un movimento latino-americano che pone son insistenza la giustizia sociale come obiettivo centrale del cristianesimo, e sostiene che i buoni cattolici dovrebbero essere anche degli attivisti politici che lottano per i diritti dei poveri delle baraccopoli. Ratzinger ne è stato disgustato, e ha respinto l'idea come "una minaccia fondamentale per la fede della Chiesa".
E così per l'olocausto proprio della Chiesa - in Africa.

I preservativi possono proteggere gli Africani dall' Aids. Ma chi può proteggerli da Ratzinger? La Chiesa cattolica ha a lungo perseguito una politica contro l'uso dei preservativi. In El Salvador la Chiesa ha ottenuto l'approvazione di una legge, per cui i preservativi possono essere venduti soltanto con l'avvertenza che essi non proteggono dall'Aids. In Kenya, il cardinale Maurice Otunga ha organizzato roghi pubblici di preservativi. L'ex arcivescovo di Nairobi, Raphael Ndingi Mwana a'Nzeki ha detto al suo gregge che i preservativi, lungi dal proteggerli, contribuiscono alla diffusione della malattia. Beh, Dio è amore.
Alcuni sacerdoti locali in Africa consigliano la contraccezione, perché si prendono cura dei loro parrocchiani. Ma il Vaticano, dalla sua nuvola romana, non è d'accordo. L'Aids, ha detto Ratzinger, "non può essere sconfitto con la distribuzione di preservativi, che anzi aggravano il problema". Questa è una bugia. Non è una fantasia, come la nascita da una vergine o tutti gli altri magici e mistici controsensi, ma una pericolosa bugia. Ci sono, Vostra Santità, più di 12 milioni di orfani dell'AIDS in Africa. Ventidue milioni di africani hanno l'Aids e secondo stime delle Nazioni Unite, 90 milioni di persone sono a rischio di morte.

Ratzinger presiede una Chiesa che definisce l'omosessualità "una deviazione, una irregolarità, una ferita". I cattolici riformisti hanno cercato di modificare in senso liberale questo punto di vista, ma Ratzinger li ha messi a tacere. In una lettera del 1986 si lamentava che "anche all'interno della Chiesa, si stanno verificando enormi pressioni per portare... ad accettare la condizione omosessuale come se non fosse un disordine". Egli ha aggiunto che l'omosessualità è "intrinsecamente un male morale".

Le interessa conoscere le statistiche di suicidio per i gay adolescenti, Vostra Santità? Hanno quattro volte più probabilità di tentare il suicidio rispetto ai loro compagni eterosessuali. Nel 1998, un trentanovenne omosessuale di nome Alfredo Ormando si è dato fuoco in Piazza San Pietro, per protestare contro le vostre politiche. Morì.

Ratzinger non è migliore con le donne: si oppone al sacerdozio femminile, naturalmente, e chiede sia criminalizzato l'aborto anche per quelle che sono state violentate o sono molto malate; meglio il ferro da calza? Un suo amico, il teologo Wolfhart Pannenberg, ha detto che Ratzinger vede la richiesta di sacerdozio per le donne come qualcosa guidato da "portavoce di femministe radicali, soprattutto lesbiche".

Quindi questo è l'uomo che viene da noi a darci lezioni di morale. Benvenuto, Benedetto XVI, Episcopus Romae, Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio. Non calpestare i cadaveri.

martedì 29 settembre 2009

Dottori cercasi

di Tiziana Moriconi

Tra dieci anni in Italia mancheranno i medici, soprattutto chirurghi, urologi, ortopedici e quelli generali. Ecco i dati del centro studi Fnomceo, commentati dal segretario nazionale della federazione, Gabriele Peperoni

Nel 2017 undici milioni di pazienti potrebbero rimanere senza medico di famiglia. In più, tra dieci anni rischiamo di ritrovarci con 30.000 ospedalieri in meno, soprattutto cardiochirurghi e ortopedici, e dovremo importarli dall’estero come sta già accadendo in Gran Bretagna. Perché? E' colpa dell’attuale sistema del numero chiuso per l’accesso alla facoltà, la mancanza di una programmazione e l’alta mortalità studentesca, che ha raggiunto una media di oltre il 28 per cento. A disegnare il futuro demografico dei medici in Italia è stata la Federazione nazionale ordini medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) durante il workshop di studio “Formazione pre laurea e specialistica”, svoltosi a Bari lo scorso 17 settembre. Galileo ne ha parlato con Gabriele Peperoni, segretario nazionale della federazione.

Dottor Peperoni, davvero corriamo il rischio di restare senza medici?
“Sono 15 anni che esiste il numero chiuso nelle facoltà di medicina. Quest’anno abbiamo avuto circa 8.000 iscritti, lo scorso appena 6.000 (qui i dati): se si confrontano i numeri con la popolazione dei medici che oggi hanno oltre sessant’anni e stanno per andare in pensione salta agli occhi che, a meno di un’inversione di tendenza, i nostri giovani non basteranno, soprattutto perché la popolazione continuerà a invecchiare. Oggi c’è una sottoccupazione, non proprio una disoccupazione, ma si prevede una carenza di 35.000 medici tra dieci anni, e di 63.000 tra venti. In realtà, a meno di non prendere provvedimenti, si pensa che questo quadro sia persino ottimistico”.

Perché?
“Non tiene conto dell’altissima mortalità studentesca delle nostre università, tra le maggiori in Europa. In media, ogni anno il 28,6 per cento degli studenti, anche del quarto anno, abbandona la facoltà. Anche qui, pensiamo che il problema sia nella modalità di accesso. L’attuale sistema dei test è superato e si è dimostrato non valido. Per di più non riesce in alcun modo a valutare la propensione all'ascolto e al servizio che un medico dovrebbe avere”.

Quindi proponete di liberalizzare accessi a medicina?
“No, non è possibile neanche questo, perché quasi nessuna università è in grado di garantire una adeguata preparazione a un alto numero di studenti, soprattutto nella fase di specializzazione. Bisognerebbe aumentare il numero degli iscritti selezionando gli studenti in base ai curricula e dar loro modo, dove possibile, di frequentare qualche corso preparatorio durante gli ultimi due anni delle scuole superiori, in modo che possano rendersi conto se la professione medica fa per loro o meno. Comunque, anche raddoppiando il numero degli attuali iscritti, sembra che tra venti anni saremo costretti a importare 40.000 medici. Non è un male di per sè, ma mi chiedo perché, visto che sono molti gli studenti italiani che vorrebbero accedere alla professione medica. Contemporaneamente si dovrebbero costruire nuove strutture da affiancare alle università dove svolgere la parte pratica. Inoltre ci dovrebbe essere una maggiore attenzione a mantenere l’equilibrio tra le varie specialità mediche”.

Cioè?
“L’enorme calo previsto si ripercuoterà in alcuni settori molto più che in altri. Mancheranno soprattutto medici generali, come già sta accadendo in alcune regioni, chirurgi generali, urologi, ortopedici. Questo anche perché i nuovi iscritti sono soprattutto donne: stiamo assistendo a una femminilizzazione della medicina (qui i dati)”.

E dov’è il problema?
“Ovviamente non è un problema di equità di genere, ma di ‘propensioni di genere’: si è visto che le donne tendono a non specializzarsi in alcune materie, come appunto l’urologia e la cardiochirurgia. La pediatria, invece, rischia di essere sovraffollata. Per questo c’è bisogno anche di una programmazione a livello regionale. La facoltà di medicina richiede ora una riforma più ampia, che includa la Medicina Generale come un insegnamento a se stante, che valuti seriamente il sistema degli esami parcellizzati e che preveda più pratica di quanta i giovani medici non facciano adesso.

venerdì 25 settembre 2009

Staminali embrionali e fecondazione assistita: aumentano i sì

Presentata in anteprima la nuova indagine di Observa sulla percezione pubblica delle questioni bioetiche.

Rispetto al 2006, oggi gli italiani sono decisamente più aperti alla fecondazione assistita, alla ricerca sulle cellule staminali di embrioni e anche agli esami del Dna per sapere se si è predisposti a particolari malattie. Lo suggerisce l’ultima indagine svolta dall’Osservatorio sul rapporto tra scienza e società di Observa sulla percezione pubblica di alcune questioni bioetiche, presentata oggi a Venezia in anteprima, in occasione della Quinta conferenza mondiale sul futuro della scienza, “The DNA Revolution ”.

L’indagine è stata svolta su un campione di 1.020 persone, stratificato per genere, età e ripartizione geografica, rappresentativo della popolazione italiana dai 15 anni in su, e mostra come stanno cambiando gli atteggiamenti del pubblico sui temi di bioetica.

Secondo i dati, gli italiani contrari alla fecondazione assistita sono scesi dal 22 per cento del 2006 al 12 per cento di oggi, e quelli contrari all’utilizzo di cellule staminali embrionali umane per scopi di ricerca dal 34 al 17 per cento. Per il 67 per cento - cioè due persone su tre -, inoltre, è giusto sfruttare tutte le possibilità a disposizione per avere un figlio. Ancora maggiore è la percentuale di chi crede opportuna un’analisi del Dna per sapere se si è predisposti ad alcune malattie (77%). Non è ben vista, invece, la possibilità di ‘scegliere’ alcune caratteristiche biologiche dei figli, per esempio il sesso.

Per Massimiano Bucchi , docente di Scienza e Società all’Università di Trento e tra i curatori dell’Osservatorio, le relazioni tra gli orientamenti e il rapporto dei cittadini con la scienza sono tuttt’altro che lineari e scontate. “Un luogo comune da sfatare è che atteggiamenti più restrittivi sulle questione bioetiche siano frutto di disinformazione o ignoranza”, ha commentato Bucchi. Sembra, infatti, che sia i più aperti alle possibilità offerte dalla scienza sia i più critici abbiano lo stesso livello di alfabetismo scientifico e di esposizione alla scienza attraverso i media. (t.m.)

Fonte: Observa

Il PD e la pillola indigesta: stavolta siamo con Dorina Bianchi

di Simone Luciani

E’ impressionante, la capacità del PD di riuscire a rendersi ridicolo sulle questioni etiche. L’ultimo capolavoro (peraltro riportato da quasi tutti i quotidiani nazionali) riguarda l’indagine conoscitiva della Commissione Igiene e Sanità del Senato sulla RU486.
Per chi non segua quotidianamente questo genere di dibattito, ricapitoliamo la questione. Subito dopo l’ok dell’Agenzia Italiana del Farmaco all’immissione in commercio della pillola abortiva RU486 (che, lo ricordiamo, non è la pillola del giorno dopo, e la sua funzione sarà quella di costituire un’alternativa all’interruzione chirurgica della gravidanza), l’indagine da parte del Senato venne proposta da Maurizio Gasparri a luglio. La reazione del Partito Democratico fu, e giustamente, di scherno. In un’intervista rilasciata al sottoscritto, Livia Turco (che, ricordiamo, è una deputata e non una senatrice) parlò di ‘colpo di sole’. Di colpo di sole si trattava se fosse stata una candida proposta: in realtà di candido c’è poco. C’è invece il tentativo del centrodestra di sollevare un polverone sulla legge 194 (su spinta delle gerarchie ecclesiastiche) prendendo a pretesto l’introduzione della pillola abortiva. Che, d’altronde, è usata in un’infinità di paesi e tutti gli organismi scientifici che hanno dovuto valutarla lo hanno fatto positivamente, stando che ogni farmaco ha degli effetti collaterali anche gravi, e dunque anche la pillola abortiva. In ogni caso, ciò che accadrà sarà che i senatori della maggioranza, che vogliono sentirsi dire una sola cosa, e cioè che la pillola è insicura, fingeranno di audire una serie di personaggi mettendo in evidenza solo la minoranza che dice che la pillola va bandita e fingeranno di leggere documenti scientifici arcinoti per i quali non hanno alcuna competenza e metteranno in luce solo gli aspetti negativi. E poi, si vedrà. Dunque, non un colpo di sole ma una truffa e uno spreco di denaro pubblico. Una truffa alla quale, a sorpresa, il PD due giorni fa ha detto sì. I capigruppo della Commissione Sanità del Senato, infatti, hanno votato all’unanimità il via libera all’inchiesta. Anche il PD, con Dorina Bianchi, che, come noto, è una cattolica ex UDC subentrata nell’inverno scorso, fra le polemiche, a Ignazio Marino (l’Italia dei Valori ha vissuto una vicenda simile con Giuseppe Astore). Non solo. Bianchi farà anche la relatrice di minoranza. Apriti cielo. Gran parte delle elette democratiche si scagliano contro la collega, accusata di tradimento. Marino arriva a definirla un problema. Anna Finocchiaro la sconfessa. E fin qui non si potrebbe dar loro torto: un capogruppo deve cercare di rappresentare tutti, o almeno la maggioranza. E goffa appare la difesa della povera Dorina: ‘ho votato secondo mandato’.
Una difesa che, il giorno dopo, si rivela essere almeno in parte rispondente alla verità. A darle ragione, forse involontariamente, Anna Finocchiaro, che rivela l’esistenza di un accordo sotterraneo con Antonio Tomassini, PDL, presidente della Commissione Sanità: il PD voterà sì all’indagine, a patto che si faccia dopo il congresso del nostro partito. Dunque, secondo Finocchiaro, Bianchi non avrebbe sbagliato a votare a favore di una truffa, ma avrebbe sbagliato a farlo in quel momento.
Ora. Nulla, nel merito della questione e nelle posizioni sulle questioni etiche, ci unisce a Dorina Bianchi (che, a differenza delle colleghe, fin dall’inizio e con coerenza aveva dichiarato il suo favore personale all’indagine), della quale non condivideremo mai una parola e alla quale non si può perdonare di essere stata la relatrice della legge 40 sulla fecondazione assistita (il provvedimento che ha fatto da apripista all’usanza e al convincimento che di fronte a precetti religiosi si possa scavalcare perfino la Costituzione). Tuttavia, stavolta il tiro al piccione nei suoi confronti è stato avviato per coprire due guai. Il primo è che il PD, sulle questioni etiche, non esiste. E questa non è una novità. Così come non è una novità che da quelle parti si blateri quotidianamente della libertà di coscienza da garantire o non garantire sulle questioni etiche, mentre sarebbe auspicabile che i dirigenti, che citano spesso e volentieri la Costituzione, almeno la leggessero: scoprirebbero infatti che la libertà del parlamentare è garantita dagli articoli 67 e 68, non sui temi etici ma su tutto.
Il secondo, che invece è legato all’episodio specifico, è che il PD ha tentato, non riuscendoci, di piegare indegnamente le istituzioni alle proprie esigenze di partito: una truffa è una truffa, che avvenga prima o dopo il congresso del PD. E ci interessano poco i motivi politici che possano essere dietro al rinnegamento di questa ovvietà. Per questo, pur non condividendone nulla, stavolta siamo con Dorina Bianchi.

giovedì 10 settembre 2009

La lunga strada verso un vaccino

Tra cinque anni potrebbe essere disponibile per tutti i bambini africani dalle sei settimane di vita in su il vaccino contro la malaria. Significherebbe oltre un milione di morti in meno ogni anno. Parla Joe Cohen, a capo della partnership tra GlaxkoSmithKline e Malaria Vaccine Initiative che sta conducendo i trial

di Caterina Visco
È partita lo scorso maggio l'ultima fase dello studio che porterà la GlaxkoSmithKline a registrare un vaccino contro la malaria. Questa malattia colpisce ogni anno 500 milioni di persone e provoca la morte di un milione e mezzo di persone, soprattutto bambini africani. È a loro che è diretto il vaccino RTS,S messo a punto da Joe Cohen e dalla sua équipe, oggi all'ultima fase di sperimentazione prima di poter ricevere il via libera dalle agenzie regolatrici. Galileo ne ha parlato con il ricercatore della Gsk.


Dottor Cohen, come funziona questo nuovo vaccino?

“RTS,S agisce nello stadio iniziale del ciclo vitale del plasmodio, il parassita che causa la malattia, colpendo una proteina che si trova sulla sua superficie. In questo modo si attiva la risposta immunitaria dell'individuo e aiuta il suo sistema immunitario a produrre anticorpi e le cellule T, che possono attaccare il plasmodio sia prima che colpisca il fegato - il primo bersaglio all'interno del corpo umano - sia subito dopo, distruggendo in questo caso le cellule infette. Questo meccanismo permette di prevenire l'infezione, oppure di diminuire la carica parassitaria, cioè il numero di parassiti nel corpo in grado di sviluppare un'infezione. Come conseguenza, i sintomi saranno meno severi e frequenti”.

Come avete proceduto?

“A partire dal 1992 abbiamo sviluppato oltre 25 agenti che potevano contribuire a sviluppare una risposta immunitaria intensa e duratura. Alla fine ne abbiamo selezionati soltanto tre, che sono stati testati in trial clinici. AS01 è quello che ci ha dato i risultati migliori: uno studio condotto in Kenia e Tanzania ha dimostrato che l’RTS,S/AS01 riduce gli episodi di malaria del 53 per cento e che, in bambini da 5 a 17. Questi risultati ci hanno permesso di migliorare la formulazione del vaccino con la quale, a maggio, abbiamo cominciato l'ultima fase di sperimentazione (fase tre, ndr)”.

Quando saranno disponibili i risultati?

“Questa sperimentazione è condotta in Africa, in undici siti di sette paesi e un totale di 16.000 bambini. In otto di questi abbiamo gia cominciato, per gli altri tre dovremmo partire nei prossimi mesi. I primi risultati sono attesi per il 2011. Li utilizzeremmo per sottoporre all'approvazione delle agenzie di controllo del farmaco come l'Emea (European Medicines Agency, ndr.) un vaccino destinato ai bambini africani tra i 5 e i 17 mesi. Se tutto procede senza problemi registreremo il vaccino nel 2012. I dati successivi serviranno ad ampliare l'autorizzazione del vaccino ai bambini piccolissimi, tra le 6 e le 12 settimane. Per loro il vaccino potrebbe essere disponibile a partire dal 2014”.

Quanto dura l'efficacia del vaccino?

“Speriamo che l’ultima sperimentazione confermi una protezione per i primi tre o quattro anni del bambino: dopo questo periodo, infatti, è più facile che i bimbi abbiano sviluppato le loro difese naturali. Comunque metà dei bambini riceveranno un richiamo dopo circa venti mesi dalla prima iniezione per valutare se in questo modo è possibile prolungare il periodo di copertura”.

Ogni quanto tempo dovrà essere somministrato?

“Va iniettata una dose ogni quattro settimane per tre volte. Si tratta di uno schema che si integra perfettamente nell'Epi (Expanded Programme on Immunization), un programma dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per i bambini nei Paesi in via di sviluppo. Questo semplificherà molto la fase di distribuzione del vaccino”.

Potrà essere dato anche agli adulti?

“Per ora no. Il nostro obiettivo principale sono i bambini perché sono i più esposti e vulnerabili alla malattia. Servono altri studi condotti ad hoc per poter somministrare il vaccino agli adulti”.

È possibile che nei pazienti colpiti da Hiv, che potrebbero essere numerosi considerato che le due epidemie spesso si sovrappongono nell'Africa Sub-Sahariano, il vaccino sia meno efficace?

“Avremo qualche dato in proposito alla fine della fase tre. Per certo sappiamo che non è dannoso”.

In cosa consiste l’accordo pubblico-privato tra voi e l'organizzazione Malaria Vaccine Initiative?

“Abbiamo firmato l'accordo nel 2000; è un vero contratto, un documento legale che definisce ogni aspetto, con l'obiettivo di sviluppare un vaccino contro la malaria per i bambini in Africa che sia accessibile. Collaboriamo per ogni aspetto, ma ciascuna delle due parti ha responsabilità maggiori in ambiti diversi: Mvi nel disegno dei trial, nella preparazione di siti, strutture, nell’addestramento del personale e dei ricercatori africani, Gsk nell'aspetto della produzione e regolamentazione. Anche in termini finanziari ci sono responsabilità diverse: Gsk ha investito finora 300 milioni di dollari e Mvi oltre cento; entrambe prevedono di investirne ancora più di un centinaio. Collaborare non è sempre semplice ma l’accordo funziona, tanto che ne abbiamo stipulato uno simile con la Aeros Foundation per un vaccino contro la Tubercolosi e stiamo cercando un negoziatore internazionale per lavorare su un vaccino contro l'Hiv”.

Sapete già quanto costerà una singola dose o le tre dosi previste dallo schema vaccinale?

“Non abbiamo ancora fissato un prezzo. Questo vaccino seguirà probabilmente la strada degli altri diretti ai Paesi in via di sviluppo: ci sono organizzazioni internazionali che raccolgono fondi, comprano i vaccini alle aziende e li distribuiscono gratuitamente o quasi alle Nazioni in via di sviluppo. Al momento opportuno ci sarà una negoziazione con queste organizzazioni e troveremo un compromesso. La Gsk non intende perdere denaro, ma c'è un impegno serio e ufficiale a fare in modo che il prezzo non sia in nessun caso una barriera all'accesso del vaccino”.

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