I risultati venuti fuori dalle elezioni europee mi hanno un pò sorpreso a dire il vero. Sopratutto per il fatto che il PdL non solo non ha raggiunto il 45%, non solo non ha aumentato i propri voti, ma addirittura è calato di oltre due punti. Certo, nulla di trascendentale, ma ciò significa che c'è ancora un pò di amor proprio in questo paese. Significa che il 75% dei consensi di cui vaneggiava l'imperator è pura fantasia. Significa che, anche se il paese è in larga parte dalla sua parte c'è anche una parte molto consistente che non solo non ha intenzione di votare per lui o per il nostro partito di estrema destra (la Lega Nord) ma addiruttura cerca altre sponde, altri rappresentati senza accontenarsi del PD, che ancora non s'è capito cosa sia.
Dunque alla fine il PdL è si il primo partito italiano, ha si un larghissimo margine su tutti gli altri, ma ha subito sicuramente un ridimensionamento dall'ambizione di partito unico che aveva. Ciò non signfica certo che si potrà abbassare la guardia sulle mire egemoniche dell'imperator, in quanto com'è da tradizione dei reazionari nostrani, la realtà non conta nulla, dunque faranno comunque ciò che vogliono, come avessero il 100% dei consensi.
La Lega ha aumentato un pò il proprio consenso, forte del vittimismo fatto quando gli hanno bocciato il decreto (in)sicurezza e forte del federalismo fiscale (anche se è ancora una scatola del tutto vuota). Loro sono bravi a propagandare le loro idiozie alla gente, hanno sempre i gazebo ovunque e sono più dogmatici del papa, dunque è difficile andare a discutere con loro, che hanno sempre ragione. Questo chiaramente affascina molto il cittadino medio che li vede forti, duri, puri, incorruttibili (!) e pronti a battersi per le migliori tradizioni popolane. La loro politica a mio parere vale 4 soldi e non porta a nulla, ma la gente crede in loro nonostante 20 anni di sconfitte su tutti i campi. In ogni caso, com'è da tradizione per questo partito che si finge di centro ma è di estrema destra, anche stavolta hanno subito una bella sconfitta: erano convinti di andare ben oltre il 10% (dicono sempre che i sondaggi li vedono sottovalutati) e di conquistare almeno il Veneto, invece gli ha detto male. Provaci ancora Bossi.
Il PD continua a dire che ha tenuto e in effetti rispetto al 22% di Febbraio questo 26% è un buon risultato. Però non c'è dubbio che l'ancora di salvezza sarebbe stata più robusta se avessero conquistato almeno un 27%. In ogni caso il PD dovrà per forza decidere cosa essere da grande e i prossimi mesi saranno decisivi. Penso che questa volta si sia salvato grazie al fatto che la gente di sinistra ha pensato bene di ridare fiducia a questo partito, sopratutto per contrastare Berlusconi, per limitare le perdite. Insomma, un voto non credo che sia un voto di entusiasti del PD bensì di gente che ha voluto dare una sorta di voto utile o di voto responsabile. Però ora dovranno decidere cosa diventare: vogliono diventare un partito centrista post-democristiano e filo-cattolico allenadosi con Casini e dunque andando a scontrarsi con Berlusconi nel centrodestra o vogliono liberarsi dei teodem e recuperare quei valori della sinistra che sembrano aver perso? Di certo il PD così com'è non andrà lontano e non riscuoterà mai simpatie ed entusiasmi.
Di Pietro penso sia il vero vincitore politico, ha raddoppiato i voti di un anno fa, è in procinto di dare una svolta al suo partito e può permettersi di fare da centro di gravità per la costituzione di una nuova sinistra, di cui ancora non si sa chi ne farà parte.
I radicali si sono salvati e anche bene, il 2,6% è un ottimo risultato e ciò significa che hanno ancora molto da dire e molta gente li sta ad ascoltare.
Infine S&L e comunisti. Credo che il 3% raggiunto da entrambi sia un ottimo risultato, penso che entrambi dovrebbero proseguire in questa strada. Io penso che la sinistra oggi dovrebbe liberarsi del cadavere del comunismo, per questo credo che S&L abbia fatto bene a liberarsi di quel simbolo, credo abbia fatto bene a riesumare la parola libertà. Penso però che avrebbero dovuto fare e dovranno fare molto di più. Dovranno recuperare i veri valori della sinistra, la libertà della persona, la laicità dello stato e della politica, la legalità in economia e in politica, la giustizia sociale, la solidarietà, la difesa del lavoro. Dovranno però anche fare autocritica in tante cose se vogliono proporsi come un'alternativa al PD come partito principale della sinistra. Dovranno dunque prendere sul serio la questione sicurezza, proponendo un piano serio, magari più articolato del "mandiamoli via" leghista. Dovranno smetterla di giustificare l'illegalità delle classi più deboli, dovranno capire che la vera solidarietà è premiare chi si impegna e chi ha le capacità. Dunque bisognerà fare un grande ripensamento della sinistra, riprendere valori che sembrano ormai persi. Dovranno ridare voce alla gente, dovranno difendere i lavoratori e i disoccupati, senza però scadere nella solita polita di contrasto agli imprenditori o ai ricchi. Si dovranno invece aiutare le aziende a svilupparsi e a crescere, sempre chiaramente all'interno della legalità. Mi auguro che in S&L si sia già fatto un ragionamento sul libero mercato. Un argomento spinoso questo, che infatti vede i comunisti definirsi anche anticapitalisti. Un argomento, quello del libero mercato e più in generale dell'economia, che la sinistra dovrà affrontare e fare proprio, anche per la sua attualità ed importanza. Certo non mi auguro che si arrivi al totale rifiuto del liberismo, piuttosto spero che si arrivi a una sua redifinizione, giungendo a capire che il libero mercato è un'utopia e che dunque è necessaria una guida governativa in base alle incongruenze che il mercato mostra. Inoltre penso si debba puntare forte a un'economia non dedita solamente al profitto di pochi, ma al benessere di tutta la società.
La sinistra comunista invece non penso abbia capito o che voglia capire queste cose. D'altra parte è anche auspicabile che questa lista raggiunga un'unità definitiva per riproporre un partito comunista unitario, che cerchi i voti di quei nostalgici comunisti che ancora ci sono. Di certo però una sinistra moderna dovrebbe, a mio avviso, liberarsi di quel peso ingombrante e abbracciare invece i valori tipici dei repubblicani, degli azionisti, dei liberal-socialisti.
Infine un pensiero sull'Europa. Sia prima che dopo le elezioni si è detto ben poco di quest'entità, che ormai è molto importante, per lo meno pari al parlamento nazionale. La gente non sa cosa si fa al parlamento europeo, non sa cosa si decide, si sente lontana da quest'istituzione. Però, come qualcuno diceva l'altro giorno per radio, l'UE ha portato una grande cosa: non c'è più la guerra in Europa. E di certo non grazie ai partiti xenofobi e razzisti di estrema destra o grazie ai postcomunisti che rimpiangono Stalin o grazie ai cattolici integralisti che hanno insaguinato il vecchio continente per 1000 anni. Ma grazie ai valori di libertà e democrazia che sono alla base dell'Europa moderna. Dunque, a chi tiene a tutto ciò, pubblicizzate l'Europa, dite che non è un mostro che ci impone cose assurde, bensì una sicurezza, una fonte di stabilità, un antidoto alle pulsioni dittatoriale ed integraliste che contraddistinguono il nostro paese.
lunedì 8 giugno 2009
sabato 6 giugno 2009
La sinistra e il dilemma del voto utile
http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-sinistra-e-il-dilemma-del-voto-utile/
di Giovanni Perazzoli
Le elezioni europee ripropongono un dilemma ormai classico, quello del voto utile. Su questo sito una lettrice così riproponeva a Gianni Vattimo: Che senso ha, se sono di sinistra, votare per Di Pietro? È “un poliziotto”, un uomo che ha, o avrebbe, “una cultura di destra”, etc. Se questo è un capo del dilemma, all’altro capo c’è però il fatto che Di Pietro sostiene, meglio di altri, qualcosa che ci sta a cuore. Il caso Di Pietro è interessante proprio perché rende più evidente il dilemma tra identità e voto utile che riguarda in particolare la sinistra.
Come si esce da questo dilemma? Per rispondere bisogna in primo luogo capire perché è un dilemma che riguarda soprattutto la sinistra. E la risposta credo sia molto semplice, e spiega anche perché le categorie di destra e sinistra siano, se non superate, senz’altro da ridefinire. Il punto è che la sinistra ha sostanzialmente vinto la sua battaglia epocale, mentre la destra l’ha persa. Questo indipendentemente dal fatto che i partiti di sinistra abbiano vinto o perso le elezioni.
Può forse sembrare strano. Ma in realtà, i valori della sinistra sono ampiamente maggioritari. Un’altra questione è se siano riconosciuti come tali, come valori di sinistra e se siano attuati con coerenza. Ampiamente maggioritaria è l’idea che si abbia diritto allo studio, all’assistenza medica; maggioritaria è l’idea che la legge sia uguale per tutti, che l’ambiente debba essere difeso, che tutti debbano avere pari opportunità, che le donne non debbano essere discriminate, e che, in generale, non debbano esistere discriminazioni, che il nazionalismo sia un inganno rozzo, che l’accoglienza sia un valore, che il lavoro debba essere tutelato, che la laicità dello stato sia un punto fermo, che la vita non appartenga ad altri che all’individuo, che la fede debba essere libera, che l’espressione, debba essere libera e libera debba essere l’informazione, che le tasse debbano essere pagate, che debba seguirsi una politica di redditi redistributiva, etc.
Naturalmente, esistono minoranze ostili a questi valori. Ma i grandi numeri, le grandi scelte, sono tutte orientate a favore di essi.
C’è, del resto, una prova indiretta di ciò. Se non fosse così, perché la destra mentirebbe? Perché avrebbe bisogno per esistere di possedere i mezzi di comunicazione di massa e di essere sostenuta dalla religione? La destra mente perché il suo scopo principale è quello di utilizzare i valori della sinistra – i valori vincenti – contro la sinistra e a suo favore. Per anni ha sostenuto, ad esempio, che non far pagare tasse ai ricchi avrebbe aiutato… i poveri. Che la guerra avrebbe posto fine… alla guerra. Che aiutare la scuola privata è un fatto di… democrazia. Nella convention per la “fondazione” del PDL Berlusconi ha tenuto un discorso che riproponeva le conquiste della sinistra. (già nel motto, ad esempio, “nessuno sarà lasciato indietro”), ma con il tipico artificio del populismo. Ha sposato l’economia sociale di mercato, ha sostenuto (senza ridere) di volere uno stato laico e tante altre belle cose, che incontravano l’applauso entusiasta del suo pubblico, naturalmente di destra.
Il punto è che non avrebbe potuto fare diversamente. Nonostante le sue televisioni, Berlusconi non potrebbe mai sostenere che in Italia la legge debba essere uguale per tutti, ma non per se stesso, che solo i lavoratori dipendenti debbano pagare le tasse, che la scuola privata e cattolica debba essere avvantaggiata rispetto a quella pubblica, che il lavoro nero va bene perché fa gli interessi di quelli che lo votano, che non esiste diritto di parola etc. Deve dire, invece, che i magistrati sono rossi, che Santoro è fazioso, che Biagi voleva la liquidazione, che Travaglio è stato condannato, che tutte le risorse del Paese sono state messe a disposizione delle vittime della crisi economica, che i nostri ammortizzatori sociali sono i migliori del mondo, che la nostra sanità tutti ce la invidiano, che esiste mobilità sociale etc.
Questo significa che la vera battaglia politica, di oggi ma anche di domani, è quella per la difesa (da noi) e l’approfondimento (nei paesi più fortunati del nostro) della democrazia.
Ecco perché, anche se non porta il marchio (come la Coca Cola) della “sinistra”, molti si sentono attratti dal voto al partito di Di Pietro: perché percepiscono che Di Pietro difende la democrazia italiana. Ovvero che, a modo suo, e con i suoi limiti, difende l’orizzonte dei valori che sono stati conquistati dalla sinistra (e non solo dalla sinistra come partito, ma dalla sinistra come idea politica di società). Questo è il punto.
Proprio perché viviamo dentro l’orizzonte della democrazia, la democrazia la si difende e la si approfondisce lungo una linea quantitativa, che va dal più e al meno. La regola del gioco democratico è di conquistare sempre maggiori spazi di democrazia attraverso gli strumenti che la realtà storica ci offre. La qualità in democrazia non è un’identità politica (quella di questo o di quel partito), ma questa e quella identità se esse contribuiscono effettivamente all’incremento della democrazia: la qualità reale è, infatti, la stessa democrazia. Lo specifico della democrazia è che il suo avanzamento qualitativo è un fatto quantitativo perché quantitativa è la sua regola, quella della somma dei voti.
I partiti, dunque, sono strumenti della democrazia: sono mezzi, non fini. In passato la sinistra italiana ha invece visto nel partito un fine. Il Partito comunista non era un mezzo, ma il fine stesso della politica: un valore di carattere qualitativo assoluto. Anche per questo ancora oggi è così difficile a sinistra staccarsi dall’idea del partito come realtà di identificazione e di senso complessivo della vita politica. Il partito dovrebbe essere, invece, una parte della vita politica, uno strumento laico, non sacro, tra tanti altri. Il voto in democrazia è sempre “voto utile”. È utile se allarga anche di un solo passo la democrazia.
Con questo non voglio fare un appello di voto per Di Pietro, ma cercare di rispondere a una domanda. Lo stesso dilemma può riguardare, per altri versi, Sinistra e libertà. Il voto utile è solo quello che incrementa effettivamente la democrazia. La disaffezione verso il Partito democratico nasce infatti dalla percezione – nonostante l’appello di Franceschini al voto utile – che questo voto è inutile, perché aumenta la confusione, intorpidisce delle acque, aiuta il trasformismo o l’inciucio, non aiuta, insomma, la democrazia. Oggi è il caso di raccogliere invece i voti intorno a un progetto definito e determinato: rimettere al centro la legalità e liberarci del regime.
Nessun argine alla propaganda
Sull’orlo del disastro, come ha scritto Furio Colombo, l’opposizione ignora e deride anche le dieci domande di “Repubblica”. E ripete ancora l’invito a fare insieme le riforme. Sembra che intorno non stia succedendo nulla. Berlusconi in Europa è completamente isolato. È troppo ingombrante. Il suo volto appare sui manifesti elettorali di mezza Europa per togliere voti ai Popolari. Il messaggio è: Votereste per un partito di cui fa parte quest’uomo? In Germania, ad esempio, ne fa le spese l’incolpevole Merkel che, in un manifesto, viene ritratta insieme a Berlusconi con sotto la scritta: “Se voti la Merkel, voti anche Berlusconi”. Si capisce perché i primi a non sopportare più Berlusconi siano i conservatori. Ma in Italia è addirittura l’opposizione di centro-sinistra che cerca l’abbraccio con il cinghialone braccato. Evidentemente, quest’abbraccio non può essere sciolto.
In Italia manca del tutto la percezione del problema. Anni di editoriali manipolatori e di televisione di regime hanno ubriacato un’intera nazione, che ancora non riesce a percepire fino in fondo la gravità della situazione. Prima di ogni problema concreto, c’è questo problema concretissimo: viviamo in uno stato ipnotico in cui il vero è il falso, l’alto è il basso, il nero è il bianco. Ormai si è prodotta quella doppia percezione che è tipica degli stati soggetti alla propaganda di regime: all’interno dei confini nazionali il Capo supremo, il ducetto del momento, è un idolo di masse adoranti, al di fuori è un appestato con il quale nessun politico vorrebbe avere a che fare.
Ma gli effetti allucinogeni di questa propaganda distruttiva potevano essere arginati, rintuzzati, disarmati. Pochissime persone, con pochi mezzi e molto coraggio, sono riuscite a contenere il dilagare del veleno propagandistico. Una tra tutte, Marco Travaglio. Pur disponendo di ben altri mezzi, il centro sinistra si è invece dichiarato preventivamente impotente a contrastare politicamente la situazione. Il paese è di destra. Punto. Per anni abbiamo sentito l’argomento che per battere Berlusconi non serve a nulla “alzare la voce”. Per batterlo, si dice, occorre un Grande Progetto Politico.
Il potere generalmente parla la lingua dell’ovvio e del tautologico. Ma è nella connessione tra loro delle ovvietà, nella loro sintassi, che le cose generalmente non tornano. È ovvio che per fare politica occorre un progetto politico. Effettivamente, può giovare. Quanto ad “alzare la voce” si tratta di un’espressione scelta per la sua connotazione negativa di partenza: chi “alza la voce” è infatti, nell’uso comune, un maleducato o un esponente del PDL. Mettendo insieme queste due tautologie non se ne ricava però che per fare politica bisogna tacere. E poi bisogna constatare che questo Grande Progetto Politico da portare avanti sottovoce è perseguito con tale discrezione che non si sa neanche che cosa sia, e se esista. Quasi che fronteggiare Berlusconi non fosse poi un problema politico.
Cercare di contenere la propaganda che ha degradato il paese sarebbe stata una battaglia persa? Avrebbe aiutato addirittura Berlusconi? Mi pare che l’effetto di questa posizione, portata avanti anche da persone di grande valore e di sincero spirito democratico, sia stato in realtà quello di diffondere la passività e la rassegnazione, sentimenti che non aiutano a realizzare un qualsiasi progetto riformista, ma ne sono la negazione in radice. Contro questa idea, che ha avvelenato per anni le difese democratiche del paese, vorrei allora provare a portare qualche ulteriore argomento (molti altri ne abbiamo trovati su MicroMega) con l’invito a leggere un libro di un esperto di comunicazione politica americano, Drew Westen, tradotto in italiano e disponibile in libreria, La mente politica. Per i troppo indaffarati e gli svogliati, aggiungo che non servirebbe neanche leggerlo tutto, visto che, come in genere i libri degli americani, anche questo si ripete ossessivamente per pagine e pagine, snocciolando esempi su esempi, ognuno dei quali in grado di persuadere un cavallo.
Scritto prima della grande vittoria di Obama, il libro passa in rassegna i tanti errori di comunicazione del Partito Democratico americano. La domanda di partenza è rivelativa: perché gli americani sono d’accordo con i democratici ma votano i repubblicani?
La risposta si trova nella poca convinzione che i democratici hanno dimostrato di avere verso le proprie stesse posizione politiche. Questa, a sua volta, era alimentata dai dogmi degli esperti di comunicazione dei democratici: non bisogna spaventare gli elettori, non bisogna alzare la voce, i voti vanno raggiunti dove sono, ovvero a destra etc.
Senonché, la ricerca sociologica e successivamente la vittoria di Obama hanno dimostrato con tutta evidenza il contrario.
Che cosa si è capito? Si è capita una cosa molto semplice. Non esistono nell’elettorato opinioni nette, definite e indistruttibili, che debbano essere inseguite, irretite corteggiate. Al contrario. Rispetto a molti argomenti, specialmente se controversi, le persone hanno in genere opinioni fluttuanti e contraddittorie. Pensano una cosa e contemporaneamente anche l’altra. “Se scegliete un qualsiasi tema controverso, dice Westen, scoprirete che l'elettorato manifesta posizioni che appaiono in contraddizione tra loro”.
Sorprenderà constatare ad esempio che “la grande maggioranza degli americani è a favore della regolamentazione delle armi da fuoco; ma la stessa grande maggioranza sostiene anche il diritto di possedere e portare armi. E allora, dobbiamo considerare gli americani favorevoli o contrari alle armi da fuoco?”.
Né l’una né l’altra cosa. L’errore è guardare alle opinioni in modo bidimensionale, senza prospettiva. La maggior parte delle persone vede i problemi in modo contraddittorio, “con due menti”, come si direbbe in inglese. “Un unico tema attiva simultaneamente almeno due reti che conducono a sentimenti differenti (per esempio, la preoccupazione per le armi da fuoco in mano ai criminali e, nel contempo, la convinzione che il cittadino che rispetta la legge abbia il diritto di proteggere la sua famiglia)”.
L’errore dei democratici americani è stato, dunque, quello di essersi sottratti per anni, consigliati dai loro esperti di comunicazione, al rischio di assumere posizioni nette su argomenti controversi. “Diversamente dai loro colleghi repubblicani, gli esperti di sondaggi democratici - racconta Westen - erano soliti consigliare ai candidati di minimizzare, evitare oppure ‘tenere a distanza’ tematiche rischiose, complesse, per paura di affrontare un argomento il cui gradimento è ambiguo o incerto”. Senonché, “sono proprio questi i temi che suscitano le passioni più forti e che hanno il maggiore impatto sul voto”.
Ergo, o i politici riformisti affrontano le questioni direttamente, con forza, decisione, convinzione, cioè “alzando la voce”, oppure lasciano semplicemente spazio alla tesi avversa. I temi, tanto più se controversi, vanno presi d’assalto con argomenti convincenti. Non minimizzati, trascurati, negati, come si è sempre fatto, da noi, con Berlusconi. Il riformismo deve per forza avere una dimensione culturale, politica, deve scuotere l’albero. Non si può pensare di essere i notai di idee che si sono affermate da sole.
A formare il giudizio delle persone non basta la conoscenza dei fatti, ma la percezione della loro rilevanza, e questa passa attraverso un contesto comunicativo di carattere emotivo. O forse, meglio, politico.
In Italia, però, parafrasando Carl Schmitt, sovrano è chi decide l’apertura del TG1!
La realtà politica è un terreno di opinioni in lotta tra loro in primo luogo per l’affermazione di se stesse, del loro senso e del loro valore; è un terreno dove i significati delle cose non sono già davanti a noi, disponibili come oggetti metafisici assoluti, che basta solo nominare perché essi prendano il posto che spetta loro nella rappresentazione della pubblica opinione. Al contrario, i significati delle cose sono materia di costruzione e di conquista, e anche di riconquista (e difesa) continua. Solo all’apparenza sono ovvi. Vedi il tentativo di Carlo Rossella di aggiornare il concetto di “minorenne”. Oppure quello più conservatore di difendere l’antico concetto di “porco”.
Queste considerazioni, ovviamente, non valgono solo per il “maggiore rappresentate dello schieramento avversario”, ma anche per questioni come, ad esempio, la fine della vita, le tasse, o i Pacs.
In Italia, però, non si fa altro che sostenere che da noi “non si può”. Sembra che da noi lo schema della guerra fredda, lo schema della democrazia bloccata, sia rimasto la regola, forse perché garantisce un equilibrio di sistema dietro il quale c’è un’oligarchia da quattro soldi. Perciò non si deve dire nulla. A ben vedere, non siamo schiavi di un antistato occulto, ma dell’inganno, da cui non riusciamo a liberarci, di una democrazia solo apparente. Il cosiddetto “antistato” non è altro che il rivelarsi, a tratti, della finzione democratica.
Dunque, qui bisogna riflettere. Essere fedeli a un’idea non significa esserlo verso un partito. Nel caso del Partito Democratico italiano temo proprio che l’errore di comunicazione non preceda la scelta politica, ma, al contrario, ne sia la conseguenza.
(5 maggio 2009)
di Giovanni Perazzoli
Le elezioni europee ripropongono un dilemma ormai classico, quello del voto utile. Su questo sito una lettrice così riproponeva a Gianni Vattimo: Che senso ha, se sono di sinistra, votare per Di Pietro? È “un poliziotto”, un uomo che ha, o avrebbe, “una cultura di destra”, etc. Se questo è un capo del dilemma, all’altro capo c’è però il fatto che Di Pietro sostiene, meglio di altri, qualcosa che ci sta a cuore. Il caso Di Pietro è interessante proprio perché rende più evidente il dilemma tra identità e voto utile che riguarda in particolare la sinistra.
Come si esce da questo dilemma? Per rispondere bisogna in primo luogo capire perché è un dilemma che riguarda soprattutto la sinistra. E la risposta credo sia molto semplice, e spiega anche perché le categorie di destra e sinistra siano, se non superate, senz’altro da ridefinire. Il punto è che la sinistra ha sostanzialmente vinto la sua battaglia epocale, mentre la destra l’ha persa. Questo indipendentemente dal fatto che i partiti di sinistra abbiano vinto o perso le elezioni.
Può forse sembrare strano. Ma in realtà, i valori della sinistra sono ampiamente maggioritari. Un’altra questione è se siano riconosciuti come tali, come valori di sinistra e se siano attuati con coerenza. Ampiamente maggioritaria è l’idea che si abbia diritto allo studio, all’assistenza medica; maggioritaria è l’idea che la legge sia uguale per tutti, che l’ambiente debba essere difeso, che tutti debbano avere pari opportunità, che le donne non debbano essere discriminate, e che, in generale, non debbano esistere discriminazioni, che il nazionalismo sia un inganno rozzo, che l’accoglienza sia un valore, che il lavoro debba essere tutelato, che la laicità dello stato sia un punto fermo, che la vita non appartenga ad altri che all’individuo, che la fede debba essere libera, che l’espressione, debba essere libera e libera debba essere l’informazione, che le tasse debbano essere pagate, che debba seguirsi una politica di redditi redistributiva, etc.
Naturalmente, esistono minoranze ostili a questi valori. Ma i grandi numeri, le grandi scelte, sono tutte orientate a favore di essi.
C’è, del resto, una prova indiretta di ciò. Se non fosse così, perché la destra mentirebbe? Perché avrebbe bisogno per esistere di possedere i mezzi di comunicazione di massa e di essere sostenuta dalla religione? La destra mente perché il suo scopo principale è quello di utilizzare i valori della sinistra – i valori vincenti – contro la sinistra e a suo favore. Per anni ha sostenuto, ad esempio, che non far pagare tasse ai ricchi avrebbe aiutato… i poveri. Che la guerra avrebbe posto fine… alla guerra. Che aiutare la scuola privata è un fatto di… democrazia. Nella convention per la “fondazione” del PDL Berlusconi ha tenuto un discorso che riproponeva le conquiste della sinistra. (già nel motto, ad esempio, “nessuno sarà lasciato indietro”), ma con il tipico artificio del populismo. Ha sposato l’economia sociale di mercato, ha sostenuto (senza ridere) di volere uno stato laico e tante altre belle cose, che incontravano l’applauso entusiasta del suo pubblico, naturalmente di destra.
Il punto è che non avrebbe potuto fare diversamente. Nonostante le sue televisioni, Berlusconi non potrebbe mai sostenere che in Italia la legge debba essere uguale per tutti, ma non per se stesso, che solo i lavoratori dipendenti debbano pagare le tasse, che la scuola privata e cattolica debba essere avvantaggiata rispetto a quella pubblica, che il lavoro nero va bene perché fa gli interessi di quelli che lo votano, che non esiste diritto di parola etc. Deve dire, invece, che i magistrati sono rossi, che Santoro è fazioso, che Biagi voleva la liquidazione, che Travaglio è stato condannato, che tutte le risorse del Paese sono state messe a disposizione delle vittime della crisi economica, che i nostri ammortizzatori sociali sono i migliori del mondo, che la nostra sanità tutti ce la invidiano, che esiste mobilità sociale etc.
Questo significa che la vera battaglia politica, di oggi ma anche di domani, è quella per la difesa (da noi) e l’approfondimento (nei paesi più fortunati del nostro) della democrazia.
Ecco perché, anche se non porta il marchio (come la Coca Cola) della “sinistra”, molti si sentono attratti dal voto al partito di Di Pietro: perché percepiscono che Di Pietro difende la democrazia italiana. Ovvero che, a modo suo, e con i suoi limiti, difende l’orizzonte dei valori che sono stati conquistati dalla sinistra (e non solo dalla sinistra come partito, ma dalla sinistra come idea politica di società). Questo è il punto.
Proprio perché viviamo dentro l’orizzonte della democrazia, la democrazia la si difende e la si approfondisce lungo una linea quantitativa, che va dal più e al meno. La regola del gioco democratico è di conquistare sempre maggiori spazi di democrazia attraverso gli strumenti che la realtà storica ci offre. La qualità in democrazia non è un’identità politica (quella di questo o di quel partito), ma questa e quella identità se esse contribuiscono effettivamente all’incremento della democrazia: la qualità reale è, infatti, la stessa democrazia. Lo specifico della democrazia è che il suo avanzamento qualitativo è un fatto quantitativo perché quantitativa è la sua regola, quella della somma dei voti.
I partiti, dunque, sono strumenti della democrazia: sono mezzi, non fini. In passato la sinistra italiana ha invece visto nel partito un fine. Il Partito comunista non era un mezzo, ma il fine stesso della politica: un valore di carattere qualitativo assoluto. Anche per questo ancora oggi è così difficile a sinistra staccarsi dall’idea del partito come realtà di identificazione e di senso complessivo della vita politica. Il partito dovrebbe essere, invece, una parte della vita politica, uno strumento laico, non sacro, tra tanti altri. Il voto in democrazia è sempre “voto utile”. È utile se allarga anche di un solo passo la democrazia.
Con questo non voglio fare un appello di voto per Di Pietro, ma cercare di rispondere a una domanda. Lo stesso dilemma può riguardare, per altri versi, Sinistra e libertà. Il voto utile è solo quello che incrementa effettivamente la democrazia. La disaffezione verso il Partito democratico nasce infatti dalla percezione – nonostante l’appello di Franceschini al voto utile – che questo voto è inutile, perché aumenta la confusione, intorpidisce delle acque, aiuta il trasformismo o l’inciucio, non aiuta, insomma, la democrazia. Oggi è il caso di raccogliere invece i voti intorno a un progetto definito e determinato: rimettere al centro la legalità e liberarci del regime.
Nessun argine alla propaganda
Sull’orlo del disastro, come ha scritto Furio Colombo, l’opposizione ignora e deride anche le dieci domande di “Repubblica”. E ripete ancora l’invito a fare insieme le riforme. Sembra che intorno non stia succedendo nulla. Berlusconi in Europa è completamente isolato. È troppo ingombrante. Il suo volto appare sui manifesti elettorali di mezza Europa per togliere voti ai Popolari. Il messaggio è: Votereste per un partito di cui fa parte quest’uomo? In Germania, ad esempio, ne fa le spese l’incolpevole Merkel che, in un manifesto, viene ritratta insieme a Berlusconi con sotto la scritta: “Se voti la Merkel, voti anche Berlusconi”. Si capisce perché i primi a non sopportare più Berlusconi siano i conservatori. Ma in Italia è addirittura l’opposizione di centro-sinistra che cerca l’abbraccio con il cinghialone braccato. Evidentemente, quest’abbraccio non può essere sciolto.
In Italia manca del tutto la percezione del problema. Anni di editoriali manipolatori e di televisione di regime hanno ubriacato un’intera nazione, che ancora non riesce a percepire fino in fondo la gravità della situazione. Prima di ogni problema concreto, c’è questo problema concretissimo: viviamo in uno stato ipnotico in cui il vero è il falso, l’alto è il basso, il nero è il bianco. Ormai si è prodotta quella doppia percezione che è tipica degli stati soggetti alla propaganda di regime: all’interno dei confini nazionali il Capo supremo, il ducetto del momento, è un idolo di masse adoranti, al di fuori è un appestato con il quale nessun politico vorrebbe avere a che fare.
Ma gli effetti allucinogeni di questa propaganda distruttiva potevano essere arginati, rintuzzati, disarmati. Pochissime persone, con pochi mezzi e molto coraggio, sono riuscite a contenere il dilagare del veleno propagandistico. Una tra tutte, Marco Travaglio. Pur disponendo di ben altri mezzi, il centro sinistra si è invece dichiarato preventivamente impotente a contrastare politicamente la situazione. Il paese è di destra. Punto. Per anni abbiamo sentito l’argomento che per battere Berlusconi non serve a nulla “alzare la voce”. Per batterlo, si dice, occorre un Grande Progetto Politico.
Il potere generalmente parla la lingua dell’ovvio e del tautologico. Ma è nella connessione tra loro delle ovvietà, nella loro sintassi, che le cose generalmente non tornano. È ovvio che per fare politica occorre un progetto politico. Effettivamente, può giovare. Quanto ad “alzare la voce” si tratta di un’espressione scelta per la sua connotazione negativa di partenza: chi “alza la voce” è infatti, nell’uso comune, un maleducato o un esponente del PDL. Mettendo insieme queste due tautologie non se ne ricava però che per fare politica bisogna tacere. E poi bisogna constatare che questo Grande Progetto Politico da portare avanti sottovoce è perseguito con tale discrezione che non si sa neanche che cosa sia, e se esista. Quasi che fronteggiare Berlusconi non fosse poi un problema politico.
Cercare di contenere la propaganda che ha degradato il paese sarebbe stata una battaglia persa? Avrebbe aiutato addirittura Berlusconi? Mi pare che l’effetto di questa posizione, portata avanti anche da persone di grande valore e di sincero spirito democratico, sia stato in realtà quello di diffondere la passività e la rassegnazione, sentimenti che non aiutano a realizzare un qualsiasi progetto riformista, ma ne sono la negazione in radice. Contro questa idea, che ha avvelenato per anni le difese democratiche del paese, vorrei allora provare a portare qualche ulteriore argomento (molti altri ne abbiamo trovati su MicroMega) con l’invito a leggere un libro di un esperto di comunicazione politica americano, Drew Westen, tradotto in italiano e disponibile in libreria, La mente politica. Per i troppo indaffarati e gli svogliati, aggiungo che non servirebbe neanche leggerlo tutto, visto che, come in genere i libri degli americani, anche questo si ripete ossessivamente per pagine e pagine, snocciolando esempi su esempi, ognuno dei quali in grado di persuadere un cavallo.
Scritto prima della grande vittoria di Obama, il libro passa in rassegna i tanti errori di comunicazione del Partito Democratico americano. La domanda di partenza è rivelativa: perché gli americani sono d’accordo con i democratici ma votano i repubblicani?
La risposta si trova nella poca convinzione che i democratici hanno dimostrato di avere verso le proprie stesse posizione politiche. Questa, a sua volta, era alimentata dai dogmi degli esperti di comunicazione dei democratici: non bisogna spaventare gli elettori, non bisogna alzare la voce, i voti vanno raggiunti dove sono, ovvero a destra etc.
Senonché, la ricerca sociologica e successivamente la vittoria di Obama hanno dimostrato con tutta evidenza il contrario.
Che cosa si è capito? Si è capita una cosa molto semplice. Non esistono nell’elettorato opinioni nette, definite e indistruttibili, che debbano essere inseguite, irretite corteggiate. Al contrario. Rispetto a molti argomenti, specialmente se controversi, le persone hanno in genere opinioni fluttuanti e contraddittorie. Pensano una cosa e contemporaneamente anche l’altra. “Se scegliete un qualsiasi tema controverso, dice Westen, scoprirete che l'elettorato manifesta posizioni che appaiono in contraddizione tra loro”.
Sorprenderà constatare ad esempio che “la grande maggioranza degli americani è a favore della regolamentazione delle armi da fuoco; ma la stessa grande maggioranza sostiene anche il diritto di possedere e portare armi. E allora, dobbiamo considerare gli americani favorevoli o contrari alle armi da fuoco?”.
Né l’una né l’altra cosa. L’errore è guardare alle opinioni in modo bidimensionale, senza prospettiva. La maggior parte delle persone vede i problemi in modo contraddittorio, “con due menti”, come si direbbe in inglese. “Un unico tema attiva simultaneamente almeno due reti che conducono a sentimenti differenti (per esempio, la preoccupazione per le armi da fuoco in mano ai criminali e, nel contempo, la convinzione che il cittadino che rispetta la legge abbia il diritto di proteggere la sua famiglia)”.
L’errore dei democratici americani è stato, dunque, quello di essersi sottratti per anni, consigliati dai loro esperti di comunicazione, al rischio di assumere posizioni nette su argomenti controversi. “Diversamente dai loro colleghi repubblicani, gli esperti di sondaggi democratici - racconta Westen - erano soliti consigliare ai candidati di minimizzare, evitare oppure ‘tenere a distanza’ tematiche rischiose, complesse, per paura di affrontare un argomento il cui gradimento è ambiguo o incerto”. Senonché, “sono proprio questi i temi che suscitano le passioni più forti e che hanno il maggiore impatto sul voto”.
Ergo, o i politici riformisti affrontano le questioni direttamente, con forza, decisione, convinzione, cioè “alzando la voce”, oppure lasciano semplicemente spazio alla tesi avversa. I temi, tanto più se controversi, vanno presi d’assalto con argomenti convincenti. Non minimizzati, trascurati, negati, come si è sempre fatto, da noi, con Berlusconi. Il riformismo deve per forza avere una dimensione culturale, politica, deve scuotere l’albero. Non si può pensare di essere i notai di idee che si sono affermate da sole.
A formare il giudizio delle persone non basta la conoscenza dei fatti, ma la percezione della loro rilevanza, e questa passa attraverso un contesto comunicativo di carattere emotivo. O forse, meglio, politico.
In Italia, però, parafrasando Carl Schmitt, sovrano è chi decide l’apertura del TG1!
La realtà politica è un terreno di opinioni in lotta tra loro in primo luogo per l’affermazione di se stesse, del loro senso e del loro valore; è un terreno dove i significati delle cose non sono già davanti a noi, disponibili come oggetti metafisici assoluti, che basta solo nominare perché essi prendano il posto che spetta loro nella rappresentazione della pubblica opinione. Al contrario, i significati delle cose sono materia di costruzione e di conquista, e anche di riconquista (e difesa) continua. Solo all’apparenza sono ovvi. Vedi il tentativo di Carlo Rossella di aggiornare il concetto di “minorenne”. Oppure quello più conservatore di difendere l’antico concetto di “porco”.
Queste considerazioni, ovviamente, non valgono solo per il “maggiore rappresentate dello schieramento avversario”, ma anche per questioni come, ad esempio, la fine della vita, le tasse, o i Pacs.
In Italia, però, non si fa altro che sostenere che da noi “non si può”. Sembra che da noi lo schema della guerra fredda, lo schema della democrazia bloccata, sia rimasto la regola, forse perché garantisce un equilibrio di sistema dietro il quale c’è un’oligarchia da quattro soldi. Perciò non si deve dire nulla. A ben vedere, non siamo schiavi di un antistato occulto, ma dell’inganno, da cui non riusciamo a liberarci, di una democrazia solo apparente. Il cosiddetto “antistato” non è altro che il rivelarsi, a tratti, della finzione democratica.
Dunque, qui bisogna riflettere. Essere fedeli a un’idea non significa esserlo verso un partito. Nel caso del Partito Democratico italiano temo proprio che l’errore di comunicazione non preceda la scelta politica, ma, al contrario, ne sia la conseguenza.
(5 maggio 2009)
venerdì 5 giugno 2009
La libertà secondo Berlusconi
Ieri al Senato è stato approvato il famoso emendamento D'Alia che in pratica consente di chiudere una pagina web se in essa vi si riscontra l'invito di disubbidire a una legge considerata ingiusta.
Sempre ieri, a Milano, il presidente del Consiglio, sua maestà l'imperatore, ha espresso la volontà di riprendere il discorso sulla riforma della giustizia, necessaria a suo dire per limitare il potere dei pm, i quali si azzardano (addirittura!) a indagare sui ricchi e sui potenti come lui.
Sulla riforma della giustizia in salsa berlusconista e sull'emendamento D'Alia ormai sappiamo già tutto, in internet ci sono (ancora) molte notizie al riguardo.
La cosa però è curiosa se la guardiamo dal punto di vista della libertà, il valore che Berlusconi dice di amare di più. Ma è una libertà assai relativa quella che lui ama, anzi, direi che è una libertà d'elite quella che lui persegue.
Da una parte infatti egli limita la libertà di chiunque abbia un blog o una banalissima pagina web, come ormai tutti ce l'hanno su myspace o su facebook. Limita la possibilità di postare video su youtube e chissà quante altre cose. Forse di per sè l'emendamento non è niente di che, però il messaggio che si vuole mandare è proprio quello di limitare la libertà su internet, l'unico spazio dove essa era davvero garantita. Si dice che si fa tutto ciò per contrastare i siti sulla pedofilia o su altri reati ancor più gravi, ma io non credo che sin'ora la polizia e la magistratura fossero privi di mezzi legislativi per contrastare questo tipo di apologia di reato. Il controllo che invece nascerà da questa legge sarà probabilmente solo il preludio di altre restrizioni ancor peggiori. Ieri ho parlato dell'informazione italiana e ciò non fa che confermare che l'indipendenza di internet dà fastidio a questa classe politica.
Dall'altra parte però Berlusconi vuole aumenterà la libertà, ma questa volta si tratta di una libertà negativa. Ormai tutti sappiamo che la riforma della giustizia si farà solamente per rendere più difficile la vita dei pm. Gli obiettivi del clan berlusconista sono quelli di limitare o azzerare i processi e le indagini nei confronti dei potenti che fanno riferimento a quel gruppo di potere (ma anche ad altri). Ciò provocherà un innalzamento della libertà per queste persone che probabilmente già non brillavano prima per onestà e moralità nell'azione pubblica, figuriamoci quando sapranno che gli eventuali reati da loro commessi difficilmente potranno essere giudicati e ancor più difficilmente essi potranno essere condannati. Quest'aumento della loro libertà però verrà automaticamente controbilanciato con una diminuzione della nostra libertà, dei nostri diritti, della nostra dignità. Per nostra chiaramente intendo quella dei cittadini normali.
Dunque la libertà secondo Berlusconi non è assolutamente una libertà collettiva, di tutti, di cui tutti hanno diritto. La libertà secondo Berlusconi è una libertà per pochi, da difendere a scapito di quella altrui, senza badare al sodo, senza rispettare niente e nessuno. Una libertà che dunque è l'esatto contrario della vera libertà e che diventa soppruso, tirannia.
E in tutto questo, dov'è la sinistra, dov'è l'opposizione che dovrebbe denunciare questi fatti?
Sempre ieri, a Milano, il presidente del Consiglio, sua maestà l'imperatore, ha espresso la volontà di riprendere il discorso sulla riforma della giustizia, necessaria a suo dire per limitare il potere dei pm, i quali si azzardano (addirittura!) a indagare sui ricchi e sui potenti come lui.
Sulla riforma della giustizia in salsa berlusconista e sull'emendamento D'Alia ormai sappiamo già tutto, in internet ci sono (ancora) molte notizie al riguardo.
La cosa però è curiosa se la guardiamo dal punto di vista della libertà, il valore che Berlusconi dice di amare di più. Ma è una libertà assai relativa quella che lui ama, anzi, direi che è una libertà d'elite quella che lui persegue.
Da una parte infatti egli limita la libertà di chiunque abbia un blog o una banalissima pagina web, come ormai tutti ce l'hanno su myspace o su facebook. Limita la possibilità di postare video su youtube e chissà quante altre cose. Forse di per sè l'emendamento non è niente di che, però il messaggio che si vuole mandare è proprio quello di limitare la libertà su internet, l'unico spazio dove essa era davvero garantita. Si dice che si fa tutto ciò per contrastare i siti sulla pedofilia o su altri reati ancor più gravi, ma io non credo che sin'ora la polizia e la magistratura fossero privi di mezzi legislativi per contrastare questo tipo di apologia di reato. Il controllo che invece nascerà da questa legge sarà probabilmente solo il preludio di altre restrizioni ancor peggiori. Ieri ho parlato dell'informazione italiana e ciò non fa che confermare che l'indipendenza di internet dà fastidio a questa classe politica.
Dall'altra parte però Berlusconi vuole aumenterà la libertà, ma questa volta si tratta di una libertà negativa. Ormai tutti sappiamo che la riforma della giustizia si farà solamente per rendere più difficile la vita dei pm. Gli obiettivi del clan berlusconista sono quelli di limitare o azzerare i processi e le indagini nei confronti dei potenti che fanno riferimento a quel gruppo di potere (ma anche ad altri). Ciò provocherà un innalzamento della libertà per queste persone che probabilmente già non brillavano prima per onestà e moralità nell'azione pubblica, figuriamoci quando sapranno che gli eventuali reati da loro commessi difficilmente potranno essere giudicati e ancor più difficilmente essi potranno essere condannati. Quest'aumento della loro libertà però verrà automaticamente controbilanciato con una diminuzione della nostra libertà, dei nostri diritti, della nostra dignità. Per nostra chiaramente intendo quella dei cittadini normali.
Dunque la libertà secondo Berlusconi non è assolutamente una libertà collettiva, di tutti, di cui tutti hanno diritto. La libertà secondo Berlusconi è una libertà per pochi, da difendere a scapito di quella altrui, senza badare al sodo, senza rispettare niente e nessuno. Una libertà che dunque è l'esatto contrario della vera libertà e che diventa soppruso, tirannia.
E in tutto questo, dov'è la sinistra, dov'è l'opposizione che dovrebbe denunciare questi fatti?
giovedì 4 giugno 2009
Elettocrazia
Oggi Obama ha parlato dell'importanza che la democrazia deve avere anche nel medio oriente e nei paesi islamici.
Qualcuno gli ha però posto una domanda curiosa, del tipo: "voi parlate sempre bene della democrazia, però quando grazie alla democrazia va al potere un gruppo come Hamas vi precipitate a dichiarare il vostro sdegno per come sono andate le elezioni. Ma la democrazia prevede anche l'elezione di Hamas o no?".
La risposta di Obama è stata illuminante e dovrebbe esserlo anche per noi. Obama infatti ha detto che "c'è differenza tra democrazia ed elettocrazia".
Elettocrazia, ecco il termine giusto per definire anche la situazione che viviamo oggi in Italia. La base di partenza per dire se una cosa è da fare o meno non è più se essa crea danni o vantaggi, bensì se essa è o meno appoggiata dal popolo. Ma questa non è democrazia, questa è la cosidetta "dittatura della maggioranza", quella insomma secondo cui 51 persone possono tranquillamente aprofittare delle restanti 49 in forza della loro maggioranza.
Oggi in Italia qualsiasi dibattito politico viene risolto dalla destra con la fatidica frase "noi abbiamo l'appoggio del popolo, noi puntiamo al 70%, 3 italiani su 4 sono dalla parte del premier". Purtroppo però tutto ciò non centra nulla con la democrazia, per due motivi fondamentali:
1) la democrazia non si può ridurre alla mera soddisfazione dei desideri di chi rappresenta la maggioranza politica del momento. Questa maggioranza, in democrazia, non può e non è legittimata ad agire in maniera da svantaggiare la minoranza. In tal caso si parlerebbe di dittatura, di regime. In democrazia deve certo esserci una maggioranza e una minoranza, ma prima ancora deve esserci il rispetto tra le due parti e devono esserci delle garanzie di difesa nei confronti delle minoranze e dei più deboli. A questo serve la nostra Costituzione. La base della nostra Repubblica, di cui da qualche giorno abbiamo festeggiato il compleanno, è proprio la difesa dei più deboli.
"La sovranità appartiene al popolo, CHE LA ESERCITA NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE".
Ecco cosa dice il primo articolo, la base di tutto. Dice che la sovranità appartiene al popolo, ma anche questa sovranità è soggetta a qualcosa di più grande, ovvero la Costituzione stessa, che altro non significa se non la difesa dei diritti di chi non fa parte della momentanea maggioranza. E' dunque la suprema difesa della democrazia, un limite alla libertà estrema che porta inevitabilmente alla dittatura del più forte, del più furbo, del più ricco o del più potente.
2)nonostante tutto ciò però è necessario che qualcuno prenda delle decisioni e questo qualcuno è chiaramente la maggioranza dei cittadini. Essendo impossibile far decidere 40 o 50 milioni di persone per ogni piccola cosa si è escogitato il sistema della rappresentatività parlamentare della volontà popolare. In pratica ogni parlamentare rappresenta una parte dei cittadini (anche se deve comunque votare in parlamento tenendo presente che quando ricopre quella carica egli rappresenta tutti i cittadini, non solo i suoi elettori), quelli che, teoricamente, la pensano come lui sui vari argomenti tipici di una società moderna. Perchè tutto ciò funzioni però è necessario innanzitutto che i cittadini possano realmente votare il candidato che più li rappresenta. Qui in Italia ormai non è più possibile perchè non siamo più noi cittadini a votare per un candidato, bensì sono i partiti a decidere (più o meno) chi arriverà in parlamento e chi ne starà fuori. Noi siamo chiamati solo a una ratifica delle decisioni prese dall'alto. Inoltre non siamo nemmeno sicuri che la nostra ratifica sia comunque servita a qualcosa. Infatti o la lista che votiamo supera il 4% oppure noi restiamo senza rappresentanti e i seggi cui avrebbe diritto la nostra lista e le altre minoritarie andranno spartite tra i 4-5 partiti più grossi. Ma non è finita qui. Come si sa la base per una democrazia vera e sana è un'informazione libera e indipendente. Cosa che, qui in Italia, non c'è. Capire come mai non ci sia non è così difficile, esistono decine di libri sull'argomento. Ma per un'ulteriore e attuale dimostrazione pratica leggetevi l'articolo di Peter Gomez sull'Espresso di questa settimana.
Dunque, in ultima analisi, il conflitto di interessi (berlusconiano ma non solo) che coinvolge e mortifica il nostro sistema informativo è la definitiva pietra tombale della nostra democrazia. TG e giornali ormai non badano più al loro originario ruolo, cioè dare le informazioni, riportare i fatti. Ormai il loro compito è quello di dirigere e addomesticare le opinioni. Non importa se per fare ciò si danno notizie false, tendenziose, esagerate o sottovaluate. L'informazione italiana deve creare consenso verso determinati gruppi di potere, dunque poco importa di che tipo sia la notizia, l'importante è che serva a quell'obiettivo.
Ecco dunque che anche noi, come certi paesi islamici, non stiamo più in democrazia, ma in elettocrazia.
Qualcuno gli ha però posto una domanda curiosa, del tipo: "voi parlate sempre bene della democrazia, però quando grazie alla democrazia va al potere un gruppo come Hamas vi precipitate a dichiarare il vostro sdegno per come sono andate le elezioni. Ma la democrazia prevede anche l'elezione di Hamas o no?".
La risposta di Obama è stata illuminante e dovrebbe esserlo anche per noi. Obama infatti ha detto che "c'è differenza tra democrazia ed elettocrazia".
Elettocrazia, ecco il termine giusto per definire anche la situazione che viviamo oggi in Italia. La base di partenza per dire se una cosa è da fare o meno non è più se essa crea danni o vantaggi, bensì se essa è o meno appoggiata dal popolo. Ma questa non è democrazia, questa è la cosidetta "dittatura della maggioranza", quella insomma secondo cui 51 persone possono tranquillamente aprofittare delle restanti 49 in forza della loro maggioranza.
Oggi in Italia qualsiasi dibattito politico viene risolto dalla destra con la fatidica frase "noi abbiamo l'appoggio del popolo, noi puntiamo al 70%, 3 italiani su 4 sono dalla parte del premier". Purtroppo però tutto ciò non centra nulla con la democrazia, per due motivi fondamentali:
1) la democrazia non si può ridurre alla mera soddisfazione dei desideri di chi rappresenta la maggioranza politica del momento. Questa maggioranza, in democrazia, non può e non è legittimata ad agire in maniera da svantaggiare la minoranza. In tal caso si parlerebbe di dittatura, di regime. In democrazia deve certo esserci una maggioranza e una minoranza, ma prima ancora deve esserci il rispetto tra le due parti e devono esserci delle garanzie di difesa nei confronti delle minoranze e dei più deboli. A questo serve la nostra Costituzione. La base della nostra Repubblica, di cui da qualche giorno abbiamo festeggiato il compleanno, è proprio la difesa dei più deboli.
"La sovranità appartiene al popolo, CHE LA ESERCITA NELLE FORME E NEI LIMITI DELLA COSTITUZIONE".
Ecco cosa dice il primo articolo, la base di tutto. Dice che la sovranità appartiene al popolo, ma anche questa sovranità è soggetta a qualcosa di più grande, ovvero la Costituzione stessa, che altro non significa se non la difesa dei diritti di chi non fa parte della momentanea maggioranza. E' dunque la suprema difesa della democrazia, un limite alla libertà estrema che porta inevitabilmente alla dittatura del più forte, del più furbo, del più ricco o del più potente.
2)nonostante tutto ciò però è necessario che qualcuno prenda delle decisioni e questo qualcuno è chiaramente la maggioranza dei cittadini. Essendo impossibile far decidere 40 o 50 milioni di persone per ogni piccola cosa si è escogitato il sistema della rappresentatività parlamentare della volontà popolare. In pratica ogni parlamentare rappresenta una parte dei cittadini (anche se deve comunque votare in parlamento tenendo presente che quando ricopre quella carica egli rappresenta tutti i cittadini, non solo i suoi elettori), quelli che, teoricamente, la pensano come lui sui vari argomenti tipici di una società moderna. Perchè tutto ciò funzioni però è necessario innanzitutto che i cittadini possano realmente votare il candidato che più li rappresenta. Qui in Italia ormai non è più possibile perchè non siamo più noi cittadini a votare per un candidato, bensì sono i partiti a decidere (più o meno) chi arriverà in parlamento e chi ne starà fuori. Noi siamo chiamati solo a una ratifica delle decisioni prese dall'alto. Inoltre non siamo nemmeno sicuri che la nostra ratifica sia comunque servita a qualcosa. Infatti o la lista che votiamo supera il 4% oppure noi restiamo senza rappresentanti e i seggi cui avrebbe diritto la nostra lista e le altre minoritarie andranno spartite tra i 4-5 partiti più grossi. Ma non è finita qui. Come si sa la base per una democrazia vera e sana è un'informazione libera e indipendente. Cosa che, qui in Italia, non c'è. Capire come mai non ci sia non è così difficile, esistono decine di libri sull'argomento. Ma per un'ulteriore e attuale dimostrazione pratica leggetevi l'articolo di Peter Gomez sull'Espresso di questa settimana.
Dunque, in ultima analisi, il conflitto di interessi (berlusconiano ma non solo) che coinvolge e mortifica il nostro sistema informativo è la definitiva pietra tombale della nostra democrazia. TG e giornali ormai non badano più al loro originario ruolo, cioè dare le informazioni, riportare i fatti. Ormai il loro compito è quello di dirigere e addomesticare le opinioni. Non importa se per fare ciò si danno notizie false, tendenziose, esagerate o sottovaluate. L'informazione italiana deve creare consenso verso determinati gruppi di potere, dunque poco importa di che tipo sia la notizia, l'importante è che serva a quell'obiettivo.
Ecco dunque che anche noi, come certi paesi islamici, non stiamo più in democrazia, ma in elettocrazia.
Inceneritori : 'informazioni' , medici e conflitti
di Patrizia Gentilini*
Certo molti ricorderanno le tranquillizzanti parole del Prof. Umberto Veronesi intervistato da Fazio a "Che tempo che fa" circa l'innocuità degli inceneritori, quando con assoluta sicurezza affermò: "zero rischio…" Tuttavia certamente un numero minore di cittadini ha potuto ascoltare le parole dell'illustre oncologo quando intervistato su you tube affermava: "non sono un esperto di inceneritori" e che, quanto all'assenza di danni, si rimetteva ai suoi esperti affermando : "i miei esperti mi hanno giurato".
Spiace davvero dover contraddire il Prof. Veronesi, ma proprio per la serietà in passato dimostrata e per la gratitudine che gli dobbiamo per gli indiscutibili miglioramenti nella chirurgia del carcinoma mammario, sentiamo il dovere di consigliargli di scegliere meglio i suoi esperti. Siamo infatti venuti a conoscenza di lavori che recano anche la sua firma, quali ad esempio: "Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l'impatto sanitario - Veronesi U, Giugliano M. Grasso M. e Foà V." in cui, con grande stupore, abbiamo dovuto constatare che sono stati letteralmente stravolti risultati di lavori scientifici ed epidemiologici in modo da assolvere gli impianti di incenerimento, con buona pace dell' onestà intellettuale e del rigore scientifico.
Qualche esempio chiarirà meglio la questione: nel capitolo "L' impatto sanitario" di Vito Foà, a pag 54-55 vengono presi in esame quattro studi: quello di Franchini M. e altri, pubblicato sugli Annali dell'Istituto Superiore di Sanità nel 2004; quello di P. Elliot, del 1996, quello di Hu S.W. e al. e infine lo studio denominato Enhance Health. Di tutti viene fatto un utilizzo inappropriato, in particolare:
1. lo studio di M. Franchini viene mutilato e ne sono totalmente ignorate le considerazioni sulla relazione fra inceneritori e cancro, in particolare che: "associazioni statisticamente significative sono riportate da due terzi degli studi che hanno preso in considerazione il cancro ( mortalità, incidenza o prevalenza).
2. lo studio di P. Elliott viene capovolto nel suo significato, aggiungendo una negazione alla frase in cui si afferma che il rischio per diversi tipi di cancro diminuisce via via che ci si allontana dalla fonte emissiva. Vito Foà a proposito di esso scrive infatti: "La conclusione degli Autori è che non è stata trovata alcuna evidenza di diversità d'incidenza e mortalità per cancro nei 7.5 chilometri di raggio studiati ed in particolare nessun declino con la distanza dall'inceneritore per tutti i tumori: stomaco,colon-retto e polmone oltre che per linfoma di Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli." .
Peccato che nell' originale sia scritto: "Observed-expected ratios were tested for decline in risk with distance up to 7.5 km. ... Over the two stages of the study was a statistically significant (P<0.05) decline in risk with distance from incinerators for all cancers combined, stomach, colorectal, liver and lung cancer". Ovvero: " I rapporti osservati-attesi furono verificati in base al declino del rischio con la distanza fino a 7.5 km. … Dopo i due stadi dello studio c'era un declino statisticamente significativo (p<0,05) nel rischio con la distanza dagli inceneritori per tutti i cancri riuniti, stomaco, colon retto, fegato e polmone."
3. dello studio di Hu S.W. si riporta solo una frase "rassicurante ""Alcuni anni prima, nel 2001, Hu e Shy avevano condotto una revisione degli studi epidemiologici pubblicati fino ad allora. Questi Autori avevano considerato tutti i possibili effetti che potevano essere o che sono collegati alla presenza di un inceneritore di rifiuti sia municipali che industriali, arrivando alla conclusione che gli studi epidemiologici esaminati erano stati concordi nel descrivere più elevati livelli corporei di metalli pesanti, ma nessun aumento di sintomi respiratori o di declino della funzione polmonare. Le analisi effettuate avevano fornito risultati inconsistenti per rischio di cancro e di effetti sulla riproduzione" e si omette viceversa l'affermazione che attesta l'esistenza di rischio: "Several studies showed significant associations between waste incineration and lower male-to-female ratio, twinning, lung cancer, laryngeal cancer, ischemic heart disease, urinary mutagens and promutagens, or blood levels of certain organic compounds and heavy metals" ovvero: "Diversi studi hanno evidenziato associazioni significative tra inceneritori ed alterato rapporto maschi / femmine alla nascita, cancro al polmone, cancro alla laringe, malattie ischemiche cardiache, mutageni e pro-mutageni nelle urine, o livelli elevati nel sangue di alcuni composti organici e metalli pesanti"
4. dello studio di Coriano, Foà scrive:" "Gli estensori e gli esecutori del progetto avevano ovviamente condotto una ampia analisi della letteratura già allora esistente e sono arrivati anche loro alla conclusione: non esistono prove concrete di un legame fra l'esposizione alle emissioni di inceneritori ed un aumento di tumori. Dove sono stati osservati effetti apparentemente rilevanti questi effetti erano spesso legati ad inceneritori siti vicino ad altre fonti di emissione potenzialmente pericolose". Peccato che ciò che viene riportanto come "conclusione" è viceversa una frase tratta dall'introduzione allo studio e, nel riportare i risultati, Foà omette di evidenziare i gravi danni per la salute femminile ed il rischio di sarcomi in entrambi i sessi, messo ampiamente in risalto dagli estensori nella "discussione" dello studio.
Desta sgomento scoprire che questi lavori "scientifici" sono quelli su cui varie Amministrazioni Pubbliche (Provincia di Grosseto e Firenze, Regione Sicilia, ad es.) fondano le proprie scelte irriducibilmente "inceneritoriste", senza alcuna attenzione verso le tante alternative immediatamente percorribili per la gestione dei rifiuti e con una drammatica sottostima per le ricadute sulla salute pubblica.
Ma ancora più sgomento desta constatare che anche coloro che sono vincolati dal giuramento di Ippocrate e dall'art. 30 del Codice Deontologico possono, ci auguriamo solo per distrazione, incorrere in gravi omissioni, che non fanno onore né a loro né alla categoria dei Medici cui tutti noi apparteniamo.
Ad evitare futuri "scivoloni" ricordo a cosa ci vincola l'art. 30, relativo al conflitto di interesse: "Il medico deve evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l' interesse primario, quale è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario. Il conflitto di interesse riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell'aggiornamento professionale, [….]e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione."
Ci sono altri conflitti, non citati nel Codice Deontologico, che riguardano quelli con la propria coscienza: fortunatamente questi, al pari dei precedenti, non ci appartengono ed almeno questa consolazione nessuno potrà togliercela: di certo nessuno potrà mai dirci: "se i medici sapevano, perché hanno taciuto?"
Dott.ssa Patrizia Gentilini
* medico onclologo, Coordinamento Nazionale dei Comitati dei Medici per l'Ambiente e la Salute
BIBLIOGRAFIA
Veronesi U., Giugliano M., Grosso M e Foà V. (2007) " Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l' impatto sanitario" Quaderni di Ingegneria Ambientale, Vol. 45 CIPA Editore Milano
Franchini M. , Rial M, Buratti E., Bianchi F., "Health effect of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies" Ann. Ist. Sup. Sanità 2004; 40 , 105- 115
Elliot P., Shaddick G, Kleinschmidt I., "Cancer incidence near municipal solid waste incinerators in Great Britain" British J of Cancer 1996; 73, 702-710
Hu S.W. , Shy C.M., " Health effects of waste incineration: a review of epidemiological studies" J. Air and Waste Manag. Assoc. 2001; 51 1100-1109
Enhance Heath Report finale - febbraio 2004-marzo 2007. sistema di sorveglianza ambientale e sanitaria in aree urbane in prossimità di impianti di incenerimento e complessi industriali; n 2 E 0041 programma INTERREG IIIC zona Est Comune di Forlì
Certo molti ricorderanno le tranquillizzanti parole del Prof. Umberto Veronesi intervistato da Fazio a "Che tempo che fa" circa l'innocuità degli inceneritori, quando con assoluta sicurezza affermò: "zero rischio…" Tuttavia certamente un numero minore di cittadini ha potuto ascoltare le parole dell'illustre oncologo quando intervistato su you tube affermava: "non sono un esperto di inceneritori" e che, quanto all'assenza di danni, si rimetteva ai suoi esperti affermando : "i miei esperti mi hanno giurato".
Spiace davvero dover contraddire il Prof. Veronesi, ma proprio per la serietà in passato dimostrata e per la gratitudine che gli dobbiamo per gli indiscutibili miglioramenti nella chirurgia del carcinoma mammario, sentiamo il dovere di consigliargli di scegliere meglio i suoi esperti. Siamo infatti venuti a conoscenza di lavori che recano anche la sua firma, quali ad esempio: "Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l'impatto sanitario - Veronesi U, Giugliano M. Grasso M. e Foà V." in cui, con grande stupore, abbiamo dovuto constatare che sono stati letteralmente stravolti risultati di lavori scientifici ed epidemiologici in modo da assolvere gli impianti di incenerimento, con buona pace dell' onestà intellettuale e del rigore scientifico.
Qualche esempio chiarirà meglio la questione: nel capitolo "L' impatto sanitario" di Vito Foà, a pag 54-55 vengono presi in esame quattro studi: quello di Franchini M. e altri, pubblicato sugli Annali dell'Istituto Superiore di Sanità nel 2004; quello di P. Elliot, del 1996, quello di Hu S.W. e al. e infine lo studio denominato Enhance Health. Di tutti viene fatto un utilizzo inappropriato, in particolare:
1. lo studio di M. Franchini viene mutilato e ne sono totalmente ignorate le considerazioni sulla relazione fra inceneritori e cancro, in particolare che: "associazioni statisticamente significative sono riportate da due terzi degli studi che hanno preso in considerazione il cancro ( mortalità, incidenza o prevalenza).
2. lo studio di P. Elliott viene capovolto nel suo significato, aggiungendo una negazione alla frase in cui si afferma che il rischio per diversi tipi di cancro diminuisce via via che ci si allontana dalla fonte emissiva. Vito Foà a proposito di esso scrive infatti: "La conclusione degli Autori è che non è stata trovata alcuna evidenza di diversità d'incidenza e mortalità per cancro nei 7.5 chilometri di raggio studiati ed in particolare nessun declino con la distanza dall'inceneritore per tutti i tumori: stomaco,colon-retto e polmone oltre che per linfoma di Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli." .
Peccato che nell' originale sia scritto: "Observed-expected ratios were tested for decline in risk with distance up to 7.5 km. ... Over the two stages of the study was a statistically significant (P<0.05) decline in risk with distance from incinerators for all cancers combined, stomach, colorectal, liver and lung cancer". Ovvero: " I rapporti osservati-attesi furono verificati in base al declino del rischio con la distanza fino a 7.5 km. … Dopo i due stadi dello studio c'era un declino statisticamente significativo (p<0,05) nel rischio con la distanza dagli inceneritori per tutti i cancri riuniti, stomaco, colon retto, fegato e polmone."
3. dello studio di Hu S.W. si riporta solo una frase "rassicurante ""Alcuni anni prima, nel 2001, Hu e Shy avevano condotto una revisione degli studi epidemiologici pubblicati fino ad allora. Questi Autori avevano considerato tutti i possibili effetti che potevano essere o che sono collegati alla presenza di un inceneritore di rifiuti sia municipali che industriali, arrivando alla conclusione che gli studi epidemiologici esaminati erano stati concordi nel descrivere più elevati livelli corporei di metalli pesanti, ma nessun aumento di sintomi respiratori o di declino della funzione polmonare. Le analisi effettuate avevano fornito risultati inconsistenti per rischio di cancro e di effetti sulla riproduzione" e si omette viceversa l'affermazione che attesta l'esistenza di rischio: "Several studies showed significant associations between waste incineration and lower male-to-female ratio, twinning, lung cancer, laryngeal cancer, ischemic heart disease, urinary mutagens and promutagens, or blood levels of certain organic compounds and heavy metals" ovvero: "Diversi studi hanno evidenziato associazioni significative tra inceneritori ed alterato rapporto maschi / femmine alla nascita, cancro al polmone, cancro alla laringe, malattie ischemiche cardiache, mutageni e pro-mutageni nelle urine, o livelli elevati nel sangue di alcuni composti organici e metalli pesanti"
4. dello studio di Coriano, Foà scrive:" "Gli estensori e gli esecutori del progetto avevano ovviamente condotto una ampia analisi della letteratura già allora esistente e sono arrivati anche loro alla conclusione: non esistono prove concrete di un legame fra l'esposizione alle emissioni di inceneritori ed un aumento di tumori. Dove sono stati osservati effetti apparentemente rilevanti questi effetti erano spesso legati ad inceneritori siti vicino ad altre fonti di emissione potenzialmente pericolose". Peccato che ciò che viene riportanto come "conclusione" è viceversa una frase tratta dall'introduzione allo studio e, nel riportare i risultati, Foà omette di evidenziare i gravi danni per la salute femminile ed il rischio di sarcomi in entrambi i sessi, messo ampiamente in risalto dagli estensori nella "discussione" dello studio.
Desta sgomento scoprire che questi lavori "scientifici" sono quelli su cui varie Amministrazioni Pubbliche (Provincia di Grosseto e Firenze, Regione Sicilia, ad es.) fondano le proprie scelte irriducibilmente "inceneritoriste", senza alcuna attenzione verso le tante alternative immediatamente percorribili per la gestione dei rifiuti e con una drammatica sottostima per le ricadute sulla salute pubblica.
Ma ancora più sgomento desta constatare che anche coloro che sono vincolati dal giuramento di Ippocrate e dall'art. 30 del Codice Deontologico possono, ci auguriamo solo per distrazione, incorrere in gravi omissioni, che non fanno onore né a loro né alla categoria dei Medici cui tutti noi apparteniamo.
Ad evitare futuri "scivoloni" ricordo a cosa ci vincola l'art. 30, relativo al conflitto di interesse: "Il medico deve evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l' interesse primario, quale è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario. Il conflitto di interesse riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell'aggiornamento professionale, [….]e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione."
Ci sono altri conflitti, non citati nel Codice Deontologico, che riguardano quelli con la propria coscienza: fortunatamente questi, al pari dei precedenti, non ci appartengono ed almeno questa consolazione nessuno potrà togliercela: di certo nessuno potrà mai dirci: "se i medici sapevano, perché hanno taciuto?"
Dott.ssa Patrizia Gentilini
* medico onclologo, Coordinamento Nazionale dei Comitati dei Medici per l'Ambiente e la Salute
BIBLIOGRAFIA
Veronesi U., Giugliano M., Grosso M e Foà V. (2007) " Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l' impatto sanitario" Quaderni di Ingegneria Ambientale, Vol. 45 CIPA Editore Milano
Franchini M. , Rial M, Buratti E., Bianchi F., "Health effect of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies" Ann. Ist. Sup. Sanità 2004; 40 , 105- 115
Elliot P., Shaddick G, Kleinschmidt I., "Cancer incidence near municipal solid waste incinerators in Great Britain" British J of Cancer 1996; 73, 702-710
Hu S.W. , Shy C.M., " Health effects of waste incineration: a review of epidemiological studies" J. Air and Waste Manag. Assoc. 2001; 51 1100-1109
Enhance Heath Report finale - febbraio 2004-marzo 2007. sistema di sorveglianza ambientale e sanitaria in aree urbane in prossimità di impianti di incenerimento e complessi industriali; n 2 E 0041 programma INTERREG IIIC zona Est Comune di Forlì
Berlusconi ha esaurito il suo compito?
di Filippo de Lubac - 2 giugno 2009
L'ombelico del mondo, secondo una cultura misteriosa e pittoresca, si troverebbe nell'oceano pacifico e più precisamente nell'Isola di Pasqua. Ma per noi lucani è sempre più evidente che non può essere molto lontano dalle nostri calanchi.
Lo suggeriscono i giacimenti petroliferi più ricchi dell'Europa continentale, una ricchezza di acque minerali e per uso irrigazione senza pari nell'intero Mezzogiorno d'Italia, una concentrazione di Logge Massoniche di cui si avverte la presenza e (a volte) anche l'incombenza. Ma, più di tutto, la constatazione che tutti i fatti politici e giudiziari clamorosamente venuti in luce negli ultimi due anni passano per la Basilicata. Sarà un caso? Forse, ma bisogna anche cercare di rintracciare e inanellare tante coincidenze e qualche nome ricorrente; poi la probabilità che si tratti di eventi casuali si riduce quasi a zero: quasi! Alcuni giornali (pochi per la verità) avevano classificato i procedimenti avviati dal PM Luigi De Magistris in quel di Catanzaro come il più grande scandalo della storia repubblicana, se non proprio della storia d'Italia. Se si analizza quanto è accaduto ai procedimenti Why Not, Poseidone e Toghe Lucane e maggiormente se si considera quanto accaduto al “dottore” (così chiamavano De Magistris i suoi coadiutori più stretti) ed ai suoi consulenti e collaboratori (Genchi, Sagona, Zacheo) è tutto molto chiaro. Allora, viene da chiedersi, se non si tratti dello stesso scandalo di cui vaticinava il Presidente Berlusconi, quando prometteva rivelazioni sconvolgenti entro breve tempo. Ovviamente, tutti hanno dimenticato queste promesse e nessuno più interroga il buon Silvio nazionale. Per altro verso, invece, molti lo stanno mettendo alla gogna per le sue presunte frequentazioni private, cioè fuori protocollo (o quasi). Povero Silvio, lui sbraita contro i magistrati che vorrebbero attuare un golpe, spodestarlo dal piedistallo su cui l'hanno posto milioni di italiani. E come sarebbe possibile una simile azione, visto che una Legge dello Stato lo sottrae ad ogni Tribunale, Legge o Regolamento? Forse non è proprio così lineare, forse non sono gli oppositori a volerlo mettere da parte (non potrebbero). Qualcosa sembra intravedersi nell'intervista resa al Corriere della Sera da Marcello Dell'Utri. Dice il potente politico siciliano che nei “festoni a Villa Certosa, ci sono subito due o tre situazioni che, ogni volta, tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta”. E subito spiega: “c'è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. E sa qual è il gusto più buono? Il gelato del Presidente”. Ora, che gli ospiti del Cavaliere si debbano meravigliare (al punto da restare senza fiato) di poter sorbire del gelato e per giunta senza pagarlo, francamente, è assurdo. Nemmeno gli ospiti del più taccagno genovese, si meraviglierebbero di tanta generosità. Allora cosa intende Dell'Utri quando dice “gelato”? E quale sarebbe il “gelato del Presidente”? L'impressione è che Berlusconi abbia portato a termine il suo compito e adesso, totalmente prigioniero di consigli a cui non può dire di no, al massimo possa servire da parafulmine. Inutile persino attaccarlo, servirebbe a distrarre gli sguardi da quella ristretta cerchia di signori che hanno realizzato il progetto di Licio Gelli, senza mai apparire riconoscibili. Intanto, nell'ottobre 2008, il Governo Berlusconi ha dato il visto finale al piano di emergenza esterna per gli incidenti nucleari all'Itrec di Rotondella dove si custodiscono da quarant'anni le barre di combustibile nucleare provenienti da Elk River e diversi quintali di Uranio, Torio ed altri elementi radioattivi. Chi avrà modo di leggerlo (prossimamente su queste pagine), capirà perché l'elemento radioattivo più pericoloso è lo Stronzio e la Basilicata se non è l'ombelico del mondo ci sta molto vicino.
Dal quotidiano "Il Resto" del 2 giugno 2009
L'ombelico del mondo, secondo una cultura misteriosa e pittoresca, si troverebbe nell'oceano pacifico e più precisamente nell'Isola di Pasqua. Ma per noi lucani è sempre più evidente che non può essere molto lontano dalle nostri calanchi.
Lo suggeriscono i giacimenti petroliferi più ricchi dell'Europa continentale, una ricchezza di acque minerali e per uso irrigazione senza pari nell'intero Mezzogiorno d'Italia, una concentrazione di Logge Massoniche di cui si avverte la presenza e (a volte) anche l'incombenza. Ma, più di tutto, la constatazione che tutti i fatti politici e giudiziari clamorosamente venuti in luce negli ultimi due anni passano per la Basilicata. Sarà un caso? Forse, ma bisogna anche cercare di rintracciare e inanellare tante coincidenze e qualche nome ricorrente; poi la probabilità che si tratti di eventi casuali si riduce quasi a zero: quasi! Alcuni giornali (pochi per la verità) avevano classificato i procedimenti avviati dal PM Luigi De Magistris in quel di Catanzaro come il più grande scandalo della storia repubblicana, se non proprio della storia d'Italia. Se si analizza quanto è accaduto ai procedimenti Why Not, Poseidone e Toghe Lucane e maggiormente se si considera quanto accaduto al “dottore” (così chiamavano De Magistris i suoi coadiutori più stretti) ed ai suoi consulenti e collaboratori (Genchi, Sagona, Zacheo) è tutto molto chiaro. Allora, viene da chiedersi, se non si tratti dello stesso scandalo di cui vaticinava il Presidente Berlusconi, quando prometteva rivelazioni sconvolgenti entro breve tempo. Ovviamente, tutti hanno dimenticato queste promesse e nessuno più interroga il buon Silvio nazionale. Per altro verso, invece, molti lo stanno mettendo alla gogna per le sue presunte frequentazioni private, cioè fuori protocollo (o quasi). Povero Silvio, lui sbraita contro i magistrati che vorrebbero attuare un golpe, spodestarlo dal piedistallo su cui l'hanno posto milioni di italiani. E come sarebbe possibile una simile azione, visto che una Legge dello Stato lo sottrae ad ogni Tribunale, Legge o Regolamento? Forse non è proprio così lineare, forse non sono gli oppositori a volerlo mettere da parte (non potrebbero). Qualcosa sembra intravedersi nell'intervista resa al Corriere della Sera da Marcello Dell'Utri. Dice il potente politico siciliano che nei “festoni a Villa Certosa, ci sono subito due o tre situazioni che, ogni volta, tolgono il fiato a chi partecipa per la prima volta”. E subito spiega: “c'è la gelateria. Tu vai lì e ti servono tutto il gelato che vuoi. Gratis. E sa qual è il gusto più buono? Il gelato del Presidente”. Ora, che gli ospiti del Cavaliere si debbano meravigliare (al punto da restare senza fiato) di poter sorbire del gelato e per giunta senza pagarlo, francamente, è assurdo. Nemmeno gli ospiti del più taccagno genovese, si meraviglierebbero di tanta generosità. Allora cosa intende Dell'Utri quando dice “gelato”? E quale sarebbe il “gelato del Presidente”? L'impressione è che Berlusconi abbia portato a termine il suo compito e adesso, totalmente prigioniero di consigli a cui non può dire di no, al massimo possa servire da parafulmine. Inutile persino attaccarlo, servirebbe a distrarre gli sguardi da quella ristretta cerchia di signori che hanno realizzato il progetto di Licio Gelli, senza mai apparire riconoscibili. Intanto, nell'ottobre 2008, il Governo Berlusconi ha dato il visto finale al piano di emergenza esterna per gli incidenti nucleari all'Itrec di Rotondella dove si custodiscono da quarant'anni le barre di combustibile nucleare provenienti da Elk River e diversi quintali di Uranio, Torio ed altri elementi radioattivi. Chi avrà modo di leggerlo (prossimamente su queste pagine), capirà perché l'elemento radioattivo più pericoloso è lo Stronzio e la Basilicata se non è l'ombelico del mondo ci sta molto vicino.
Dal quotidiano "Il Resto" del 2 giugno 2009
mercoledì 3 giugno 2009
La sinistra
L'Italia è davvero un paese strano e contraddittorio se ce n'è uno.
Ieri il capo dello Stato ha detto che bisogna misurare i toni in campagna elettorale. Da un certo punto di vista sono d'accordo con lui, nel senso che mi sembra davvero inutile e dannoso per la sinistra continuare a insistere sulla questione Noemi. Se agli italiani non è fregato nulla nemmeno quando si sibilava che Berlusconi si appoggiasse alla mafia e corrompesse giudici e politici, cosa volete che gliene freghi agli italiani se lui va con le ragazzine?
Mi ha sinceramente sorpreso il fatto che la sinistra si sia buttata a capofitto in questa storia che, a ben vedere, non ha o quasi conseguenze sulla vita politica e sulla società italiana. Sicuramente, anche se ne avesse, sarebbero minori di altri vizietti berlusconiani, come la corruzione, la mafia, la protezione di certe lobbies. Se la sinistra avesse urlato così come fa ora su quei problemi forse sarebbe stato meglio, se avesse spiegato agli italiani quanto perde il sistema Italia a causa della corruzione, della mafia, del potere di alcuni piccoli gruppi di imprenditori o di classi sociali forse sarebbe stato diverso. Pagheremmo meno tasse, avremmo aziende più competitive, avremmo una produzione di beni e servizi maggiore e di miglior qualità, avremmo meno criminalità. Insomma, risolveremmo molti problemi, che invece non vengono risolti perchè il PdL e Berlusconi in primis protegge queste situazioni perchè è dall'appoggio di coloro che traggono vantaggio da queste situazioni che egli è in grado di conservare il proprio potere. Ma la sinistra non ha mai picchiato duro su questi argomenti, non ha mai spiegato tutto questo agli italiani. Per questo la sinistra perde. Perchè combatte la persona di Berlusconi e non i valori da lui proposti agli italiani, le soluzioni spot che egli ci propina tutti i giorni.
Probabilmente alle prossime elezioni, tra qualche giorno, la sinistra subirà una sconfitta simile a quella dello scorso anno. La mia speranza è che da questa sconfitta possa morire questa sinistra vecchia, inadatta, inadeguata, lontana dalla gente e che possa nascere una sinistra vera, dei cittadini, del popolo, delle associazioni e di coloro che ci tengono a questo paese. Una sinistra dunque organizzata dal basso, che nasca per durare a lungo e non una sinistra voluta dall'alto nata per superare il 4%.
Ieri il capo dello Stato ha detto che bisogna misurare i toni in campagna elettorale. Da un certo punto di vista sono d'accordo con lui, nel senso che mi sembra davvero inutile e dannoso per la sinistra continuare a insistere sulla questione Noemi. Se agli italiani non è fregato nulla nemmeno quando si sibilava che Berlusconi si appoggiasse alla mafia e corrompesse giudici e politici, cosa volete che gliene freghi agli italiani se lui va con le ragazzine?
Mi ha sinceramente sorpreso il fatto che la sinistra si sia buttata a capofitto in questa storia che, a ben vedere, non ha o quasi conseguenze sulla vita politica e sulla società italiana. Sicuramente, anche se ne avesse, sarebbero minori di altri vizietti berlusconiani, come la corruzione, la mafia, la protezione di certe lobbies. Se la sinistra avesse urlato così come fa ora su quei problemi forse sarebbe stato meglio, se avesse spiegato agli italiani quanto perde il sistema Italia a causa della corruzione, della mafia, del potere di alcuni piccoli gruppi di imprenditori o di classi sociali forse sarebbe stato diverso. Pagheremmo meno tasse, avremmo aziende più competitive, avremmo una produzione di beni e servizi maggiore e di miglior qualità, avremmo meno criminalità. Insomma, risolveremmo molti problemi, che invece non vengono risolti perchè il PdL e Berlusconi in primis protegge queste situazioni perchè è dall'appoggio di coloro che traggono vantaggio da queste situazioni che egli è in grado di conservare il proprio potere. Ma la sinistra non ha mai picchiato duro su questi argomenti, non ha mai spiegato tutto questo agli italiani. Per questo la sinistra perde. Perchè combatte la persona di Berlusconi e non i valori da lui proposti agli italiani, le soluzioni spot che egli ci propina tutti i giorni.
Probabilmente alle prossime elezioni, tra qualche giorno, la sinistra subirà una sconfitta simile a quella dello scorso anno. La mia speranza è che da questa sconfitta possa morire questa sinistra vecchia, inadatta, inadeguata, lontana dalla gente e che possa nascere una sinistra vera, dei cittadini, del popolo, delle associazioni e di coloro che ci tengono a questo paese. Una sinistra dunque organizzata dal basso, che nasca per durare a lungo e non una sinistra voluta dall'alto nata per superare il 4%.
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