Secondo Bersani e D’Alema il PD non ha bisogno di rispondere alle accuse che la magistratura di Napoli ha formulato. Ora, è chiaro ed evidente che le accuse non sono sinonimo di condanna, gli eventuali processi consentiranno di capire quali sono le responsabilità.
Ciò però non toglie che un partito del livello del PD abbia il dovere morale di rispondere in merito a quelle accuse, anche per tranquillizzare gli elettori e tutti i cittadini. Più volte, anche dalle file del PD, è stata rimarcata la necessità di una maggior trasparenza e di una maggior moralità nella politica.
Dunque ora che il PD si trova in una situazione poco felice dovrebbe, per prima cosa, fare chiarezza, rispondere alle domande con coraggio e coerenza e, se necessario, allontanare i propri esponenti che hanno causato un danno al partito, alle istituzione e al paese. Ripeto, non serve che un politico sia condannato per prendere provvedimenti politici, infatti un uomo pubblico deve essere trasparente, bisogna potersi fidare di lui. E’ anche una questione di coerenza.
Secondo i due colonnelli del PD (uno dei quali in procinto di diventare generale) il PD è un partito di rispecchiata e riconosciuta onestà, immune da casi di corruzione o di illegalità. Forse però si sono dimenticati troppo presto della bufera dello scorso inverno, quando diversi esponenti del PD campano ed abruzzese si trovarono coinvolti in diverse inchieste, tra loro indipendenti.
Aspetteremo anche i processi relativi a quelle indagini per dare un giudizio definitivo sulle varie responsabilità. Il principio di un partito legalitario però dovrebbe essere quello di non transigere su questi aspetti. Un proprio esponente che viene coinvolto in queste indagini infatti danneggia la credibilità di tutti, anche di coloro che si sono sempre comportati onestamente, oltre che inficiare anche l’autorevolezza delle istituzioni. In fondo, perdere un giro di elezioni non è un dramma, la politica non è un lavoro, è un impegno e un servizio. Inoltre il diritto di tutti di avere dei rappresentati onesti è maggiore rispetto al diritto del singolo indagato-imputato di mantenere la propria poltrona. Nessuno, infatti, chiede l’ergastolo per questi politici, ma solamente un passo indietro per garantire a tutti che gli uffici pubblici sono retti da persone oneste. Un indagato infatti è si innocente sino alla fine del processo, ma se si rivelasse colpevole avremmo dato in gestione un ufficio pubblico a un uomo disonesto quando potevamo evitarlo.
Il PD ha il dovere di affrontare questo problema. Non si possono considerare solo casi isolati e non si può cavarsela col più estremista dei garantismi alla Berlusconi. Le connivenze con mafia e criminalità sono presenti non solo del PDL ma anche nel PD e, se l’elettorato berlusconista non fa caso a queste cose, l’elettorato del PD immagino di si. Dunque il PD ha il dovere morale e pubblico di prendere posizione e di riflettere su questa questione.
La sinistra ormai non può più prescindere dal principio di legalità. E nemmeno dal principio di coerenza con le posizioni sostenute nel recente passato. Temo comunque che difficilmente il PD saprà dare risposte esaustive a questi problemi, preferendo nascondere la polvere sotto il tappeto, secondo la miglior tradizione catto-comunista. Solo una nuova sinistra liberale può affrontare questo problema col coraggio necessario.
La destra però, d’altro canto, non può affatto permettersi di fare la morale a quelli del PD, in quanto loro, tra pregiudicati, imputati, indagati e persone fortemente sospettate di essere vicine ai più disparati esponenti della mafia italiana non sono certo il supremo esempio di virtù e di trasparenza. Trovo ridicolo un Gasparri che reclama le dimissioni di Vendola quando loro rifiutano persino di parlare delle connivenze mafiose del sottosegretario Cosentino. E’ un po’ come quando il bue dice cornuto all’asino.
martedì 4 agosto 2009
La Chiesa e la libertà.
Ieri è nata una bella discussione in merito al mio post “Libertà di scegliere”. In breve gli appunti che mi vengono fatti sono questi: tutti devono poter dire ciò che pensano, anche la Chiesa. La Chiesa, anche se spesso dice cose sbagliate a volte dice anche cose giuste e condivisibili. Il liberalismo non si può permettere di tacciare la Chiesa e di chiederle di non esprimere la propria opinione su certi temi. Sarebbe bene che i prelati scendessero direttamente in politica per difendere le loro posizioni. L’Art. 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.”) è un principio ideologico, giacobino e totalitario.
Dunque io non la vedo esattamente in questi termini. Per me è chiaro che tutti possono dire la propria opinione in democrazia, ma un liberale non può limitarsi a difendere il diritto di parola di un’istituzione o di una persona che già è molto potente.
Un liberale vero, secondo me, ha il dovere e non solamente il diritto, di prendere posizione a favore dei più deboli e di coloro la cui parole, ancorchè libera, è inascoltata poiché troppo flebile. Nella querelle di ieri mi pare che sia la Chiesa quella che ha maggior voce e maggior potere, non certo i laici che sono una minoranza in questo stato etico in cui ci troviamo a vivere.
Io dunque mi sento in dovere di difendere quei principi liberali che i discorsi e le idee del clero mettono in pericolo, come ad esempio il diritto della donna di abortire o il diritto del malato terminale di porre fine alla propria vita anche tramite un testamento biologico redatto prima di giungere allo stato critico.
Ma la Chiesa ha o no il diritto di parola nelle questioni politiche? In un certo senso si, ma come ce l’ha la confindustria. Invece a me pare che, anche da parte di molti laici, vi sia una forte accondiscendenza nei confronti della Chiesa, alla quale si permette di dire di tutto senza alzare un dito. Mentre invece in democrazia uno ha si il diritto di dire di tutto, ma anche io poi ho il diritto di criticare quelle parole giudicandole illiberali e indecenti e invitando la Chiesa a tornare entro il suo seminato, ovvero di rivolgersi alle anime e non agli onorevoli. Inoltre c’è da sottolineare che la confindustria non si permette di parlare a nome dei non iscritti, cosa che invece la Chiesa pretende di fare. La confindustria non pretende nemmeno delle leggi che obblighino la gente a comprare solamente i prodotti degli iscritti e se lo facesse avrebbe i sindacati alle calcagna pronti a contrastarli. Lo stesso principio invece per la Chiesa non viene accettato. Essa, secondo molti, ha il diritto di parlare di tutto ciò che vuole e il diritto di non essere criticata per questo.
Altro aspetto importante è che nessuno, in un paese normale (dunque non l’Italia) accetterebbe che il leader della confindustria si candidasse a guidare il governo. Così io non accetterei che un prelato si candidasse a guidare il governo esattamente per lo stesso, identico motivo: il conflitto di interessi.
L’art. 67 infatti non è né giacobino, né ideologico né totalitario. Anzi, è un importantissimo principio liberale e democratico che, purtroppo, è inattuato, ma per fortuna ancora presente.
Con esso infatti si pone il problema che non si possono fare delle leggi a vantaggio o a svantaggio di una sola parte della popolazione, bensì vanno fatte delle leggi a vantaggio di tutto il Paese.
Dunque, così come si critica Berlusconi perché quando si candida a premier è sottoposto ad un grave caso di conflitto di interessi, il quale fa si che egli si preoccupi delle sue aziende e di quelle dei suoi sostenitori in maniera maggiore rispetto a quanto non si preoccupi del destino del Paese allora anche un’eventuale candidatura di Bagnasco andrebbe criticata, in quanto difficilmente egli voterebbe delle leggi che garantiscano la libertà e i diritti di tutti, privilegiando leggi a favore della sua “Verità” e dell’associazione di cui fa parte. Qui poco ci importa se la maggior parte dei nostri parlamentari ha più o meno gli stessi problemi di Berlusconi (e dunque di Bagnasco) o se, anche se non hanno quei problemi, si comportano come se li avessero. Quello che voglio dire è che non sarebbe auspicabile immettere nuovi problemi oltre a quelli gravi che già abbiamo.
Dunque io sono d’accordo che la Chiesa esprima il suo parere, non sono d’accordo quando lo fa per condizionare il parlamento italiano (già, perché in Francia, paese liberale e democratico, non si permette le stesse “libertà” che si permette in Italia). Inoltre, sempre il nome della libertà e della democrazia, rivendico il mio diritto di criticare le parole della Chiesa, in quanto mi sento in dovere di difendere i diritti che verrebbero lesi se si desse ascolto alle loro sfuriate. Sarei infine d’accordo se la Chiesa si ritirasse nel suo campo, ovvero quello religioso. Molti si chiedono perché negare alla Chiesa il diritto di fare politica o di parlare di politica. Io dico che è giusto negarlo innanzitutto perché la storia ha dimostrato che il papa-re è molto pericoloso, inoltre perché non si capisce a cosa serva la politica ad un’associazione religiosa. Spiegatemi per cosa ne ha bisogno. Non può parlare ai propri fedeli, dir messa, pregare e fare le “opere pie” anche senza politica o senza intervenire nelle questioni politiche?
Non può forse invitare i propri fedeli a non abortire senza chiedere allo Stato di vietare l’aborto per tutti (compresi i non fedeli) o senza criticare la libertà di scelta che, fortunatamente, abbiamo conquistato?
La libertà dunque non può essere ridotta al liberismo civile, ovvero a lasciare che tutti facciano e dicono ciò che vogliono. La libertà e il liberalismo è una sottile arte di contrappesi che deve dare più diritti a chi ne ha meno e deve difendere questi ultimi dalla prepotenza dei più forti. Anche correndo il rischio di apparire illiberali chiedendo a chi minaccia davvero la libertà di tacere. Infatti non mi pare che sia la Chiesa la parte debole, che rischia di dover tacere, in questo caso. Se un giorno dovesse essere la parte debole, statene certi, lotterò perché possa continuare ad esistere e a godere dei loro diritti.
Dunque io non la vedo esattamente in questi termini. Per me è chiaro che tutti possono dire la propria opinione in democrazia, ma un liberale non può limitarsi a difendere il diritto di parola di un’istituzione o di una persona che già è molto potente.
Un liberale vero, secondo me, ha il dovere e non solamente il diritto, di prendere posizione a favore dei più deboli e di coloro la cui parole, ancorchè libera, è inascoltata poiché troppo flebile. Nella querelle di ieri mi pare che sia la Chiesa quella che ha maggior voce e maggior potere, non certo i laici che sono una minoranza in questo stato etico in cui ci troviamo a vivere.
Io dunque mi sento in dovere di difendere quei principi liberali che i discorsi e le idee del clero mettono in pericolo, come ad esempio il diritto della donna di abortire o il diritto del malato terminale di porre fine alla propria vita anche tramite un testamento biologico redatto prima di giungere allo stato critico.
Ma la Chiesa ha o no il diritto di parola nelle questioni politiche? In un certo senso si, ma come ce l’ha la confindustria. Invece a me pare che, anche da parte di molti laici, vi sia una forte accondiscendenza nei confronti della Chiesa, alla quale si permette di dire di tutto senza alzare un dito. Mentre invece in democrazia uno ha si il diritto di dire di tutto, ma anche io poi ho il diritto di criticare quelle parole giudicandole illiberali e indecenti e invitando la Chiesa a tornare entro il suo seminato, ovvero di rivolgersi alle anime e non agli onorevoli. Inoltre c’è da sottolineare che la confindustria non si permette di parlare a nome dei non iscritti, cosa che invece la Chiesa pretende di fare. La confindustria non pretende nemmeno delle leggi che obblighino la gente a comprare solamente i prodotti degli iscritti e se lo facesse avrebbe i sindacati alle calcagna pronti a contrastarli. Lo stesso principio invece per la Chiesa non viene accettato. Essa, secondo molti, ha il diritto di parlare di tutto ciò che vuole e il diritto di non essere criticata per questo.
Altro aspetto importante è che nessuno, in un paese normale (dunque non l’Italia) accetterebbe che il leader della confindustria si candidasse a guidare il governo. Così io non accetterei che un prelato si candidasse a guidare il governo esattamente per lo stesso, identico motivo: il conflitto di interessi.
L’art. 67 infatti non è né giacobino, né ideologico né totalitario. Anzi, è un importantissimo principio liberale e democratico che, purtroppo, è inattuato, ma per fortuna ancora presente.
Con esso infatti si pone il problema che non si possono fare delle leggi a vantaggio o a svantaggio di una sola parte della popolazione, bensì vanno fatte delle leggi a vantaggio di tutto il Paese.
Dunque, così come si critica Berlusconi perché quando si candida a premier è sottoposto ad un grave caso di conflitto di interessi, il quale fa si che egli si preoccupi delle sue aziende e di quelle dei suoi sostenitori in maniera maggiore rispetto a quanto non si preoccupi del destino del Paese allora anche un’eventuale candidatura di Bagnasco andrebbe criticata, in quanto difficilmente egli voterebbe delle leggi che garantiscano la libertà e i diritti di tutti, privilegiando leggi a favore della sua “Verità” e dell’associazione di cui fa parte. Qui poco ci importa se la maggior parte dei nostri parlamentari ha più o meno gli stessi problemi di Berlusconi (e dunque di Bagnasco) o se, anche se non hanno quei problemi, si comportano come se li avessero. Quello che voglio dire è che non sarebbe auspicabile immettere nuovi problemi oltre a quelli gravi che già abbiamo.
Dunque io sono d’accordo che la Chiesa esprima il suo parere, non sono d’accordo quando lo fa per condizionare il parlamento italiano (già, perché in Francia, paese liberale e democratico, non si permette le stesse “libertà” che si permette in Italia). Inoltre, sempre il nome della libertà e della democrazia, rivendico il mio diritto di criticare le parole della Chiesa, in quanto mi sento in dovere di difendere i diritti che verrebbero lesi se si desse ascolto alle loro sfuriate. Sarei infine d’accordo se la Chiesa si ritirasse nel suo campo, ovvero quello religioso. Molti si chiedono perché negare alla Chiesa il diritto di fare politica o di parlare di politica. Io dico che è giusto negarlo innanzitutto perché la storia ha dimostrato che il papa-re è molto pericoloso, inoltre perché non si capisce a cosa serva la politica ad un’associazione religiosa. Spiegatemi per cosa ne ha bisogno. Non può parlare ai propri fedeli, dir messa, pregare e fare le “opere pie” anche senza politica o senza intervenire nelle questioni politiche?
Non può forse invitare i propri fedeli a non abortire senza chiedere allo Stato di vietare l’aborto per tutti (compresi i non fedeli) o senza criticare la libertà di scelta che, fortunatamente, abbiamo conquistato?
La libertà dunque non può essere ridotta al liberismo civile, ovvero a lasciare che tutti facciano e dicono ciò che vogliono. La libertà e il liberalismo è una sottile arte di contrappesi che deve dare più diritti a chi ne ha meno e deve difendere questi ultimi dalla prepotenza dei più forti. Anche correndo il rischio di apparire illiberali chiedendo a chi minaccia davvero la libertà di tacere. Infatti non mi pare che sia la Chiesa la parte debole, che rischia di dover tacere, in questo caso. Se un giorno dovesse essere la parte debole, statene certi, lotterò perché possa continuare ad esistere e a godere dei loro diritti.
lunedì 3 agosto 2009
Recensioni: Doveva morire - Sandro Provvisionato e Ferdinando Imposimato
Un magistrato e un giornalista tornano dopo 30 anni sul caso Moro, scoprendo inediti scenari e raccontando la storia dei 55 giorni che vanno dalla strage di via Fani alla morte del presidente democristiano. In sette occasioni Moro poteva essere salvato, ma nelle stanze del potere qualcuno tramò invece perché venisse ucciso. Ordini di cattura bloccati, i collegamenti provati con la RAF, il ruolo di Cossiga, i verbali del Comitato di crisi nascosti per lungo tempo. Trent'anni dopo, uno dei magistrati più impegnati a dipanare gli infiniti misteri del caso, ripercorre i meandri dell'inchiesta che lui stesso cominciò nove giorni dopo la morte dello statista e, ricollocando la sua esperienza in un contesto più ampio di avvenimenti, offre testimonianze e rivelazioni decisive. Se ad assassinare il presidente furono le Br, i mandanti vanno cercati altrove. Bugie, omissioni, depistaggi, come la scoperta da parte dell'Ucigos della prigione di Moro tenuta nascosta alla magistratura. Imposimato racconta chi c'era, chi sapeva. Ma chi muoveva i fili dei tre comitati di crisi del Viminale, pieni di uomini della P2? Quella di Aldo Moro fu una morte voluta da troppe persone e troppe fazioni, in lotta tra loro.
Ciancimino Jr sotto tiro. Di Matteo: ''con noi ha sempre risposto''
di Silvia Cordella - 2 agosto 2009
“Lunedì a Caltanissetta, mi avvarrò della facoltà di non rispondere”. Con queste parole Massimo Ciancimino ha replicato alle parole del Procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona...
..., che in un’intervista pubblicata ieri sul Giornale di Sicilia affermava: “Tutto quello che dice Massimo Ciancimino lascia perplessi, seppure alcune cose siano state riscontrate.
Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno”. Il figlio di don Vito, che sta rendendo dichiarazioni ai magistrati delle varie Procure antimafia dal 18 gennaio 2008, in merito ai rapporti su mafia – politica e imprenditoria legati alle vicende di suo padre, questa volta non ci sta. E ai giudizi del magistrato nisseno, per altro estraneo all’attività investigativa del pool della sua stessa Procura titolata a riscontrare l’autenticità delle sue dichiarazioni, ha risposto: “Siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali, preciso che non ho mai avuto il piacere di incontrare o di conoscere il procuratore generale Barcellona, se non per aver letto in merito al suo periodo di presidenza del Tribunale Fallimentare di Palermo”. E ha aggiunto: “Non ho mai cercato impunità ma forse volevo che tanti altri personaggi ‘di elevato spessore culturale’ non ne beneficiassero più, come è stato loro permesso di fare”. “Spero che il tutto non sia frutto di una precisa volontà a farmi tacere, perché ha pienamente raggiunto il suo obiettivo”. Poi sottolineando la “stima” e “l’ammirazione per tutte le persone della procura di Palermo, Caltanissetta e Catania” dalle quali ha ricevuto un grosso “stimolo ad andare avanti” Ciancimino ha invitato coloro che vedono nel suo atteggiamento secondi fini “a dimostrare che abbia cercato vantaggi o sconti nel processo che mi vede oggi sottoposto a giudizio di appello”. Un processo giunto alla conclusione (il primo ottobre inizierà la requisitoria) che è stato oggetto in questi mesi di colpi di scena basati sulla scoperta di decine di carte sequestrate a Ciancimino nel 2005 che erano rimaste nei cassetti dimenticati degli uffici giudiziari e perciò non acquisiti agli atti del suo processo. Carte che risultano tutt’altro che irrilevanti perché contenenti riferimenti al coinvolgimento negli affari del Gas (per il quale Massimo Ciancimino è stato condannato a 5 anni e 8 mesi) di altri politici e collaboratori come Vizzini, Cuffaro, Romano, Cintola e i soci Brancato, tutti di recente iscritti nel registro degli indagati per questi fatti.
Ecco perché Ciancimino lo scorso anno attraverso la stampa aveva chiesto un trattamento giudiziario equo che tenesse conto delle responsabilità di tutti coloro che attraverso l’azienda del Gas avevano speculato sotto l’ombrello protettivo di suo padre, in quel periodo in grandi affari con Provenzano.
Oggi a distanza di quasi un anno da quelle affermazioni Massimo Ciancimino è diventato un personaggio importante per le procure che lo stanno interrogando come imputato di reato connesso sui fatti che lo hanno visto vicino a suo padre per ben un ventennio. Rapporti d’affari, legati alla politica e quelli tra la criminalità organizzata e “pezzi” delle istituzioni sfociati nel ’92 nel dialogo fra Stato e mafia.
È questo il prezioso contributo che il figlio dell’ex sindaco del sacco di Palermo sta offrendo allo Stato. Ed ecco perché, dopo le dichiarazioni del pg Barcellona, a proteggere la credibilità del suo dichiarante é stato il pm Nino Di Matteo (titolare con l’aggiunto Antonio Ingroia sulle indagini che riguardano il capitolo della Trattativa) affermando che “con la Procura di Palermo Massimo Ciancimino ha sempre parlato, rispondendo a tutte le domande che gli abbiamo fatto in relazione a tutti gli argomenti processuali che sono stati oggetto d'interrogatorio. E questo fino a Giovedì scorso. Siamo convinti che continuerà a rispondere alle domande”. Una presa di posizione importante da parte del magistrato che sta interrogando Ciancimino sui fatti accaduti intorno alle stragi del ’92, per far luce su quel terribile momento storico italiano che ha visto una Cosa Nostra cambiare radicalmente gestione sotto la leadership di Provenzano. Ci sono ancora tanti tasselli da mettere a posto e Massimo sta fornendo il suo importante apporto che continuerà con la consegna del famoso “papello” di Riina. Documenti che scottano. Come la lettera indirizzata a Berlusconi ritrovata in quelle carte dimenticate. Ma ora l’attenzione dei magistrati è rivolta verso la sim scomparsa di Massimo Ciancimino in cui risultava annotato in rubrica il numero telefonico del famoso signor “Carlo”, quel personaggio legato ai Servizi Segreti che nel ’92 fece da cerniera tra Vito Ciancimino e le Istituzioni. Fu proprio “Carlo”, secondo il suo racconto, ad aver avuto tra le mani il “papello” e fu sempre lui a dare a suo padre un passaporto turco dopo l’omicidio di Salvo Lima, dicendogli che “se avesse avuto bisogno avrebbe potuto usarlo per allontanarsi dall’Italia”. “Carlo”, nome fittizio attribuito dall’ex sindaco di Palermo, glielo aveva consegnato a Roma nella sua casa di via S. Sebastianello ma Ciancimino Senior alla fine non lo aveva utilizzato rimanendo così tra le vecchie cartelle di papà. Ma i rapporti tra “Carlo” e don Vito risalivano nel tempo. Già nell ‘80 i due si frequentavano e nell’’84 quando Ciancimino viene mandato a scontare il soggiorno obbligato a Rotello, in Abruzzo, Carlo lo era andato a trovare. Attraverso i figli una volta aveva fatto sapere: «Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda». L’agente segreto aveva paura che don Vito potesse crollare e cedere alle richieste dei magistrati che più volte lo avevano invitato a collaborare.
Insomma la storia di questo agente innominato è tutta da scrivere. I magistrati stanno cercando la sim che farebbe scoprire la sua identità. Ma la carta telefonica sequestrata a Ciancimino nel 2005 sembra sia sparita nel nulla. I pm Di Matteo e Ingroia hanno inoltrato richieste e sollecitazioni ai colleghi della Corte di Appello ma ancora sembra che nessuna risposta sia stata data. La parola d’ordine a questo punto è scoprire il ruolo di questo potente agente segreto che pare entrasse e uscisse dal carcere come e quando voleva per visitare l’ex sindaco detenuto. Una volta gli lasciò pure un suo cellulare. Don Vito poteva così effettuare chiamate o essere chiamato e incontrare, nonostante l’isolamento, altri detenuti come Nino Salvo, il potente esattore democristiano legato a Salvo Lima. Insomma il signor Carlo è molto presente nella vita di Ciancimino padre e lo è anche adesso in quella del figlio. Pare infatti che sia stato lui a mandargli nel 2007 durante i domiciliari a casa un vassoio di aragoste vive e a presentarsi nei panni di un carabiniere davanti al portone di casa a Palermo. Ed ancora a infilarsi nel suo appartamento di Bologna il 10 luglio scorso per convincerlo a lasciar perdere e pensare piuttosto alla sua famiglia. Un avvertimento tipico, da manuale, certamente non trascurabile. Ciancimino infatti per le dichiarazioni che sta rilasciando e soprattutto per i riscontri che i magistrati stanno trovando alle sue affermazioni, costituisce un serio pericolo che infastidisce quei poteri occulti veri registi della strage di via d’Amelio così come della Trattativa. Poteri che in tutti questi anni hanno lavorato per mantenere l’oblio sui fatti del biennio ’92-’93 e su quel patto scellerato fra Stato e mafia che si concluse con un accordo di cui poco si conosce.
In questo contesto fanno paura i moniti del Procuratore generale di Catania Giovanni Tinebra (procuratore capo di Caltanissetta e coordinatore delle prime indagini nel dopo stragi) che ieri si è detto preoccupato per un possibile ritorno a fatti di sangue. “Il passato – ha detto il magistrato - ci deve insegnare qualcosa. Quando in Cassazione le condanne del maxiprocesso a Cosa nostra divennero definitive la mafia si vendicò uccidendo l'onorevole Salvo Lima e subito dopo i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Tinebra, invitando tutti a “non abbassare la guardia nella tutela dei magistrati maggiormente esposti” ha continuato, “non dico che accadrà, dico che può succedere ed è bene premunirsi di un ombrello prima che possa piovere”. L’attacco potrebbe partire “soltanto per ritorsione o per qualche vantaggio che non conosciamo”. In ogni modo ha tenuto a precisare Tinebra “se qualche angolo non è stato pienamente esplorato” - all’epoca della prima inchiesta del pool Falcone – Borsellino - “è giusto che si approfondiscano le indagini ma, allo stato, il ‘terzo livello’” quello dei poteri forti “resta soltanto come ipotesi di lavoro”.
“Lunedì a Caltanissetta, mi avvarrò della facoltà di non rispondere”. Con queste parole Massimo Ciancimino ha replicato alle parole del Procuratore generale di Caltanissetta Giuseppe Barcellona...
..., che in un’intervista pubblicata ieri sul Giornale di Sicilia affermava: “Tutto quello che dice Massimo Ciancimino lascia perplessi, seppure alcune cose siano state riscontrate.
Queste rivelazioni provengono da una persona assai equivoca, di modesto spessore culturale, che probabilmente sarà strumentalizzata da qualcuno”. Il figlio di don Vito, che sta rendendo dichiarazioni ai magistrati delle varie Procure antimafia dal 18 gennaio 2008, in merito ai rapporti su mafia – politica e imprenditoria legati alle vicende di suo padre, questa volta non ci sta. E ai giudizi del magistrato nisseno, per altro estraneo all’attività investigativa del pool della sua stessa Procura titolata a riscontrare l’autenticità delle sue dichiarazioni, ha risposto: “Siamo passati da dubbi legittimi e critiche ad insulti personali, preciso che non ho mai avuto il piacere di incontrare o di conoscere il procuratore generale Barcellona, se non per aver letto in merito al suo periodo di presidenza del Tribunale Fallimentare di Palermo”. E ha aggiunto: “Non ho mai cercato impunità ma forse volevo che tanti altri personaggi ‘di elevato spessore culturale’ non ne beneficiassero più, come è stato loro permesso di fare”. “Spero che il tutto non sia frutto di una precisa volontà a farmi tacere, perché ha pienamente raggiunto il suo obiettivo”. Poi sottolineando la “stima” e “l’ammirazione per tutte le persone della procura di Palermo, Caltanissetta e Catania” dalle quali ha ricevuto un grosso “stimolo ad andare avanti” Ciancimino ha invitato coloro che vedono nel suo atteggiamento secondi fini “a dimostrare che abbia cercato vantaggi o sconti nel processo che mi vede oggi sottoposto a giudizio di appello”. Un processo giunto alla conclusione (il primo ottobre inizierà la requisitoria) che è stato oggetto in questi mesi di colpi di scena basati sulla scoperta di decine di carte sequestrate a Ciancimino nel 2005 che erano rimaste nei cassetti dimenticati degli uffici giudiziari e perciò non acquisiti agli atti del suo processo. Carte che risultano tutt’altro che irrilevanti perché contenenti riferimenti al coinvolgimento negli affari del Gas (per il quale Massimo Ciancimino è stato condannato a 5 anni e 8 mesi) di altri politici e collaboratori come Vizzini, Cuffaro, Romano, Cintola e i soci Brancato, tutti di recente iscritti nel registro degli indagati per questi fatti.
Ecco perché Ciancimino lo scorso anno attraverso la stampa aveva chiesto un trattamento giudiziario equo che tenesse conto delle responsabilità di tutti coloro che attraverso l’azienda del Gas avevano speculato sotto l’ombrello protettivo di suo padre, in quel periodo in grandi affari con Provenzano.
Oggi a distanza di quasi un anno da quelle affermazioni Massimo Ciancimino è diventato un personaggio importante per le procure che lo stanno interrogando come imputato di reato connesso sui fatti che lo hanno visto vicino a suo padre per ben un ventennio. Rapporti d’affari, legati alla politica e quelli tra la criminalità organizzata e “pezzi” delle istituzioni sfociati nel ’92 nel dialogo fra Stato e mafia.
È questo il prezioso contributo che il figlio dell’ex sindaco del sacco di Palermo sta offrendo allo Stato. Ed ecco perché, dopo le dichiarazioni del pg Barcellona, a proteggere la credibilità del suo dichiarante é stato il pm Nino Di Matteo (titolare con l’aggiunto Antonio Ingroia sulle indagini che riguardano il capitolo della Trattativa) affermando che “con la Procura di Palermo Massimo Ciancimino ha sempre parlato, rispondendo a tutte le domande che gli abbiamo fatto in relazione a tutti gli argomenti processuali che sono stati oggetto d'interrogatorio. E questo fino a Giovedì scorso. Siamo convinti che continuerà a rispondere alle domande”. Una presa di posizione importante da parte del magistrato che sta interrogando Ciancimino sui fatti accaduti intorno alle stragi del ’92, per far luce su quel terribile momento storico italiano che ha visto una Cosa Nostra cambiare radicalmente gestione sotto la leadership di Provenzano. Ci sono ancora tanti tasselli da mettere a posto e Massimo sta fornendo il suo importante apporto che continuerà con la consegna del famoso “papello” di Riina. Documenti che scottano. Come la lettera indirizzata a Berlusconi ritrovata in quelle carte dimenticate. Ma ora l’attenzione dei magistrati è rivolta verso la sim scomparsa di Massimo Ciancimino in cui risultava annotato in rubrica il numero telefonico del famoso signor “Carlo”, quel personaggio legato ai Servizi Segreti che nel ’92 fece da cerniera tra Vito Ciancimino e le Istituzioni. Fu proprio “Carlo”, secondo il suo racconto, ad aver avuto tra le mani il “papello” e fu sempre lui a dare a suo padre un passaporto turco dopo l’omicidio di Salvo Lima, dicendogli che “se avesse avuto bisogno avrebbe potuto usarlo per allontanarsi dall’Italia”. “Carlo”, nome fittizio attribuito dall’ex sindaco di Palermo, glielo aveva consegnato a Roma nella sua casa di via S. Sebastianello ma Ciancimino Senior alla fine non lo aveva utilizzato rimanendo così tra le vecchie cartelle di papà. Ma i rapporti tra “Carlo” e don Vito risalivano nel tempo. Già nell ‘80 i due si frequentavano e nell’’84 quando Ciancimino viene mandato a scontare il soggiorno obbligato a Rotello, in Abruzzo, Carlo lo era andato a trovare. Attraverso i figli una volta aveva fatto sapere: «Dite a vostro padre di stare tranquillo e di non lasciarsi andare perché ci siamo noi che teniamo a cuore la sua vicenda». L’agente segreto aveva paura che don Vito potesse crollare e cedere alle richieste dei magistrati che più volte lo avevano invitato a collaborare.
Insomma la storia di questo agente innominato è tutta da scrivere. I magistrati stanno cercando la sim che farebbe scoprire la sua identità. Ma la carta telefonica sequestrata a Ciancimino nel 2005 sembra sia sparita nel nulla. I pm Di Matteo e Ingroia hanno inoltrato richieste e sollecitazioni ai colleghi della Corte di Appello ma ancora sembra che nessuna risposta sia stata data. La parola d’ordine a questo punto è scoprire il ruolo di questo potente agente segreto che pare entrasse e uscisse dal carcere come e quando voleva per visitare l’ex sindaco detenuto. Una volta gli lasciò pure un suo cellulare. Don Vito poteva così effettuare chiamate o essere chiamato e incontrare, nonostante l’isolamento, altri detenuti come Nino Salvo, il potente esattore democristiano legato a Salvo Lima. Insomma il signor Carlo è molto presente nella vita di Ciancimino padre e lo è anche adesso in quella del figlio. Pare infatti che sia stato lui a mandargli nel 2007 durante i domiciliari a casa un vassoio di aragoste vive e a presentarsi nei panni di un carabiniere davanti al portone di casa a Palermo. Ed ancora a infilarsi nel suo appartamento di Bologna il 10 luglio scorso per convincerlo a lasciar perdere e pensare piuttosto alla sua famiglia. Un avvertimento tipico, da manuale, certamente non trascurabile. Ciancimino infatti per le dichiarazioni che sta rilasciando e soprattutto per i riscontri che i magistrati stanno trovando alle sue affermazioni, costituisce un serio pericolo che infastidisce quei poteri occulti veri registi della strage di via d’Amelio così come della Trattativa. Poteri che in tutti questi anni hanno lavorato per mantenere l’oblio sui fatti del biennio ’92-’93 e su quel patto scellerato fra Stato e mafia che si concluse con un accordo di cui poco si conosce.
In questo contesto fanno paura i moniti del Procuratore generale di Catania Giovanni Tinebra (procuratore capo di Caltanissetta e coordinatore delle prime indagini nel dopo stragi) che ieri si è detto preoccupato per un possibile ritorno a fatti di sangue. “Il passato – ha detto il magistrato - ci deve insegnare qualcosa. Quando in Cassazione le condanne del maxiprocesso a Cosa nostra divennero definitive la mafia si vendicò uccidendo l'onorevole Salvo Lima e subito dopo i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Tinebra, invitando tutti a “non abbassare la guardia nella tutela dei magistrati maggiormente esposti” ha continuato, “non dico che accadrà, dico che può succedere ed è bene premunirsi di un ombrello prima che possa piovere”. L’attacco potrebbe partire “soltanto per ritorsione o per qualche vantaggio che non conosciamo”. In ogni modo ha tenuto a precisare Tinebra “se qualche angolo non è stato pienamente esplorato” - all’epoca della prima inchiesta del pool Falcone – Borsellino - “è giusto che si approfondiscano le indagini ma, allo stato, il ‘terzo livello’” quello dei poteri forti “resta soltanto come ipotesi di lavoro”.
Antimafia a parole
di Luigi De Magistris - 2 agosto 2009
Inizia oggi a collaborare con l’Unità Luigi De Magistris, europarlamentare neoeletto con l’Italia dei Valori e magistrato. sulla scia del tema che abbiamo ostinatamente tenuto in copertina nei giorni scorsi quella che segue è un’analisi sullo stato dei rapporti - il perverso intreccio - tra criminalità organizzata e istituzioni politiche ed economiche.
Chi vuole davvero, in questo paese, la lotta alle mafie?
Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea.
La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.
Inizia oggi a collaborare con l’Unità Luigi De Magistris, europarlamentare neoeletto con l’Italia dei Valori e magistrato. sulla scia del tema che abbiamo ostinatamente tenuto in copertina nei giorni scorsi quella che segue è un’analisi sullo stato dei rapporti - il perverso intreccio - tra criminalità organizzata e istituzioni politiche ed economiche.
Chi vuole davvero, in questo paese, la lotta alle mafie?
Il fatto di aver espletato per circa quindici anni le funzioni di Pubblico Ministero in territori caratterizzati da una radicata e forte presenza della criminalità organizzata mi pone come osservatore privilegiato tanto da poter giungere alla conclusione che solo una parte dello Stato intende effettivamente lottare contro le mafie.
La mafia, dopo la stagione delle stragi politico-mafiose degli anni 1992-1993, ha deciso di adottare la strategia politico-criminale tipica della ’ndrangheta, ossia quella di evitare il conflitto armato con esponenti delle Istituzioni e di penetrare, invece, in modo capillare, nel tessuto economico-finanziario ed in quello politico-istituzionale.
L’infiltrazione nell’economia e nella finanza è talmente diffusa in tutto il territorio nazionale che le mafie contribuiscono ormai, in buona parte, al prodotto interno lordo del nostro Paese tanto da far sì che non si possa più distinguere tra economia legale ed economia illegale. Le mafie hanno enormi capitali da investire che rappresentano il provento della gestione del traffico internazionale di droga. Il riciclaggio avviene nel settore immobiliare, nelle finanziarie, nelle banche, nell’edilizia, nel commercio all’ingrosso ed al minuto, nelle società di calcio, nelle società che si occupano di ambiente, nella sanità, nei lavori pubblici; insomma, dove c’è denaro, dove c’è business, le mafie sono interessate. E quando si controllano, illegalmente, settori nevralgici dell’economia nessun cittadino può dire che si tratta di problematiche a lui estranee, che non lo riguardano direttamente: difatti, se la criminalità organizzata controlla parte del ciclo dell’edilizia si comprende perché gli edifici si frantumano alla prima scossa di terremoto; se la criminalità organizzata gestisce i traffici di rifiuti tossico-nocivi si capisce perché in Italia c’è un’emergenza ambientale e sanitaria senza uguali nell’Unione Europea.
La mafia, quindi, non è un problema solo di alcune regioni del Paese, non è un fatto per addetti ai lavori. E’ un’emergenza nazionale: criminale, politica, economica, sociale e culturale.
Attraverso, poi, la gestione illegale della spesa pubblica, il controllo dei finanziamenti pubblici (anche dell’Unione Europea), le mafie, in questi ultimi 17 anni in particolar modo, sono penetrate, in modo articolato e pervasivo, nella politica e nelle Istituzioni. Quando si riesce a controllare parte significativa della spesa pubblica - e mi riferisco soprattutto, in questo caso, alle regioni del Sud Italia, ma non solo - si condizionano appalti e sub-appalti in tutti i settori (ambiente, sanità, infrastrutture, informatica, formazione professionale, ecc.), si decide a chi affidare opere e lavori, quali progetti debbono essere approvati, si condiziona il mercato del lavoro decidendo insieme - criminalità organizzata, politica ed imprenditoria collusa - quali persone assumere ed alla fine si condiziona pesantemente la democrazia attraverso il voto di scambio che trova linfa con il vincolo delle appartenenze.
È nella gestione illegale della spesa pubblica, soprattutto attraverso la creazione di una miriade di società miste pubblico-private, che si realizzano anche le nuove forme di corruzione: non ci sono più, infatti, le valigette dei tempi di Chiesa e Poggiolini, ma le consulenze, i progetti, i posti nelle compagini delle società miste, le assunzioni, gli incarichi. E’ anche qui che avviene l’intreccio criminale tra controllori e controllati, è in questi segmenti che si radica il rapporto collusivo tra criminalità organizzata e pezzi delle Istituzioni: politici - che hanno realizzato anche le nuove modalità di finanziamento illecito dei partiti - funzionari e dirigenti di enti pubblici, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Spesso il collante di questi segmenti deviati - non residuali, purtroppo - delle Istituzioni sono centri di potere molto influenti: logge massoniche coperte, lobby, comitati d’affari, club di servizi, strutture talvolta con ampie radici nel mondo ecclesiastico.
Di fronte ad un cancro di tali dimensioni la lotta alle mafie a 360 gradi viene svolta da irriducibili: taluni magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, singoli politici, esponenti della società civile. Siamo ancora troppo pochi e sotto assedio dei poteri forti e di quelli criminali. Lo Stato, nel suo complesso, invece, si accontenta del contrasto solo ad un certo «livello» di mafia: le estorsioni, il traffico di droga, gli omicidi. Quando si affronta, invece, il nodo fondamentale - quello che rappresenta la linfa vitale del sistema mafioso - i rapporti mafia-politica, mafia-economia e mafia-istituzioni, si rimane isolati: non è più lo Stato che agisce, ma servitori dello Stato.
E’ su questi temi che la storia d’Italia ha conosciuto la stagione degli omicidi politico-mafiosi, è su tali intrecci criminali che si stanno consolidando quelle che si possono chiamare le morti professionali di servitori dello Stato da parte di articolazioni dello Stato stesso: si tratta delle tecniche raffinatissime di neutralizzazione dei servitori dello Stato scomodi, ingombranti, deviati ed antropologicamente diversi per il sistema mafioso. Quello che è più grave è che tali nuove strategie - per nulla estemporanee - avvengono nel silenzio e, in taluni casi, anche con il contributo di chi dovrebbe essere tra i principali alleati di coloro i quali contrastano - non con chiacchiere o passerelle politico-istituzionali - le forme più pericolose ed insidiose delle mafie: quella dei colletti bianchi del terzo millennio.
Ed è su questi temi che ho trovato importanti le immediate prese di posizione congiunte, con riferimento alla lotta alle mafie, al Parlamento Europeo - nelle prime riunioni - tra parlamentari di Italia dei Valori e Partito democratico. Ed è per questo che tutte le forze democratiche del Paese debbono vigilare affinché le indagini in corso presso le Procure di Palermo e di Caltanissetta non subiscano interferenze che possono provenire non solo dalla politica, ma anche dall’interno dello stesso ordine giudiziario: non posso non ricordare che, in epoca assai recente, indagini giudiziarie molto rilevanti proprio sulla criminalità organizzata dei colletti bianchi non sono state fermate dalla mano militare dei Riina e Provenzano di ultima generazione ma dalla carta bollata del Consiglio Superiore della Magistratura che ha trovato convergenze parallele con la politica ed i poteri forti.
P.s. Consiglio di leggere - a proposito di mafia e magistratura - l’intervento di Paolo Borsellino al convegno organizzato da Micromega a Palermo dopo la strage di Capaci.
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Le lobby in campo contro la riforma sanitaria di Obama.
3 agosto 2009
New York. «Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica», confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria.
L´opposizione annusa sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia: «La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo». Qualche segnale incoraggia gli avversari. A sei mesi dall´inizio della sua presidenza, Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L´indice di approvazione della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard Nixon o George Bush dopo il primo semestre. La ragione principale è proprio il crescente disagio dell´opinione pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che Obama ha voluto inaugurare. Con i costi medici più alti del mondo, una pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati, e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla Camera, i giochi restano aperti.
Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all´establishment assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la formidabile macchina da guerra del "capitalismo sanitario". Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni angoscianti, tattiche calunniose. La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti, azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per "errore medico", i pescecani del contenzioso giudiziario che costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando procedure inutili. E´ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993 fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro colpo alla credibilità di quell´amministrazione.
Wendell Potter è un "pentito" della lobby sanitaria. Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla logica spietata di un business "che assicura solo i sani", oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi dei suoi ex datori di lavoro. «Conosco la loro strategia della paura - dice Potter - e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale, mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte. Martellano nell´opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario socialista, dove fra il paziente e il dottore c´è un burocrate di Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre funzionato, hanno vinto loro».
I metodi a cui allude Potter sono sconcertanti: menzogne, annunci terrificanti mirati alle fasce più deboli della società. Un esempio è questo spot televisivo che va in onda nelle fasce orarie di massimo ascolto. Protagonisti una coppia di anziani. Lui è preoccupato per la diagnosi di una malattia grave. Lei rivela al marito: "Non sarà più possibile curarti, lo Stato ha deciso che non vale la pena assistere chi ha la nostra età, invece dirotta i fondi in favore dell´aborto". Il messaggio è sparato a 360 gradi, vuole fare il pieno di consensi in molte direzioni: fra la terza età, fra chi ha genitori anziani, più gli anti-abortisti e tutte le fedi religiose che difendono la vita. Lo spot riprende un tam tam che già circolava nei media di destra: la riforma Obama è la legalizzazione dell´eutanasia. E´ la "soluzione finale" che punta allo sterminio dei vecchi per tagliare i costi. L´appiglio? In una delle varie versioni del progetto di riforma è previsto che lo Stato paghi - solo per gli anziani che ne fanno richiesta - una consulenza medica sulle terapie antidolore e il testamento biologico. Tanto è bastato perché partisse la campagna sull´eutanasia di massa, la "morte di Stato" obbligatoria. Per proteggere il diritto alla vita degli anziani è sceso in campo un fronte di organizzazioni dai nomi ecumenici, rassicuranti: il Consiglio per la Ricerca sulle Famiglie, l´associazione Americani per la Prosperità, il Centro per i Diritti del Paziente. Dietro queste sigle innocenti si nascondono degli strateghi politici di lungo corso, gli anelli di collegamento fra la grande industria e la destra conservatrice. Un personaggio chiave di questo mondo è una donna di 61 anni, Betsy McCaughey, che già ebbe un ruolo di punta nella sconfitta dei Clinton. Repubblicana di destra, ex vicegovernatrice dello Stato di New York, la McCaughey ha un megafono mediatico importante come columnist dell´agenzia stampa Bloomberg (di proprietà del sindaco di New York). Il titolo della sua ultima analisi diffusa su Bloomberg: "Il piano Obama, ovvero come rovinarsi la salute". Betsy è un ospite immancabile in tutti i dibattiti televisivi sulla salute, regolarmente citata come esperta di sanità. Alle sue spalle la McCaughey ha un noto think tank, lo Hudson Institute, che si autodefinisce indipendente ma sforna analisi a senso unico, sparando a zero sulla riforma sanitaria. Lo Hudson fa parte della galassia dei pensatoi conservatori legati all´establishment capitalistico. Nato da una costola della Rand Corporation (vicina all´industria militare), ha tra i suoi finanziatori tutti i colossi dell´industria farmaceutica e biomedica: Ciba Geigy, Eli Lilly, General Electric, Merck, Novartis.
E´ stata la spregiudicata Betsy a insinuare per prima, in un dialogo alla radio col repubblicano Fred Thompson, che le sessioni di consulenza medica offerte agli anziani "li spingeranno ad accorciare la sopravvivenza, a rinunciare alle cure". Dietro di lei è partito un coro irrefrenabile. La deputata repubblicana Virginia Foxx lo ha detto in un intervento alla Camera: "Impediremo che i nostri vecchi siano mandati a morire da questo governo". Rush Limbaugh, il più popolare anchorman radiofonico di destra, ha definito l´eutanasìa forzata "lo sporco segreto" della riforma Obama. Il gigante assicurativo WellPoint ha contatto i propri clienti esortandoli a far pressione sui parlamentari nei rispettivi collegi. La macchina della disinformazione si è messa in moto, mobilitando risorse di ogni tipo. Anche occulte. La Columbia Journalism Review ha smascherato centinaia di lettere di protesta dei lettori anti-eutanasia pubblicate dai giornali di provincia: tutte false, fabbricate da un´agenzia di relazioni pubbliche che lavora per l´American Health Insurance Plans, cioè l´associazione delle compagnie assicurative. La leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, è sbottata: "Quello che stanno facendo le compagnie assicurative è immorale!" Ma anche terribilmente efficace. Obama si è sentito interpellare di persona, la settimana scorsa, mentre era in tournée per spiegare la sua riforma. "E´ la promozione dell´eutanasìa?" gli ha chiesto a bruciapelo un´anziana signora. Robert Cramer, stratega elettorale del partito democratico, è convinto che il presidente affronta la prova del fuoco. «La battaglia sulla sanità - dice - sarà decisa dalla paura. Le assicurazioni private sono i padroni dell´angoscia, stanno producendo un film dell´orrore». Matt Miller, un altro intellettuale di sinistra che ha influenza sul presidente (è l´autore del saggio La tirannide delle idee defunte), ammette che in questa fase Obama è «preoccupato per le accuse di socialismo». Al punto da mettere in forse l´elemento decisivo della sua riforma: la creazione di un polo sanitario pubblico, in concorrenza con i privati, per contrastare le tariffe assicurative da rapina.
Pur di affondare l´idea del "polo pubblico", la santa alleanza del capitalismo sanitario non bada a spese. I finanziamenti ai partiti politici erogati dalle tre lobby alleate - assicurazioni, industria farmaceutica, business ospedaliero privato - sono già balzati fino a 500 milioni di dollari sul finire dell´anno scorso. L´escalation avanza, nel 2009 batteranno ogni record. Con una logica rigorosamente bi-partisan: un tanto ai repubblicani, un tanto ai democratici. E non sono soldi elargiti a pioggia, ma mirati con cura. In queste ultime settimane una marea di donazioni (tutte dichiarate e quindi legittime in base alla legge Usa) sono andate ai Blue Dog, la corrente moderata del partito democratico: sono i deputati in bilico, che sulla sanità potrebbero passare dalla parte dei repubblicani e sabotare definitivamente il piano Obama.
Il capo degli esperti di demoscopea che lavorano per la Casa Bianca, Joel Benenson, consulta nervosamente i sondaggi sulla sanità. Sente l´urgenza di riprendere l´iniziativa: «Bisogna riportare sul banco degli imputati le compagnie assicurative, non lo Stato». I collaboratori di Obama ricordano due dati. 14.000 americani perdono l´assistenza sanitaria ogni giorno: o perché licenziati (l´assistenza è quasi sempre legata al lavoro), oppure perché colpiti da una malattia grave e abbandonati dalle assicurazioni private. Il secondo dato: i top manager delle maggiori compagnie assicurative intascano stipendi medi di 12 milioni all´anno, e fino a 73 milioni di liquidazione.
L´assicuratore pentito, Wendell Potter, sa perché le compagnie hanno i mezzi per intimidire Obama. «Sul monte-premi delle polizze, il 20% finanzia voci di spesa che non hanno niente a che vedere con la salute: sono le indagini per scartare i pazienti non abbastanza sani; e le spese di lobbying per influenzare la politica». Decine di milioni di americani, senza saperlo, pagano agli assicuratori un "pizzo" che serve a sabotare la riforma. Contro chi può comprare una fetta del partito democratico, quali chances ha Obama? I più cauti opinionisti democratici già si preparano ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso, pur di mascherare una disfatta. I pessimisti rivolgono al presidente lo stesso consiglio usato per l´Iraq: "Dichiara vittoria in fretta, e ritirati".
New York. «Questo è il mio test più difficile da quando faccio politica», confessa Barack Obama a Time. E rivela che un terzo del suo tempo lo dedica solo a questa sfida: la riforma sanitaria.
L´opposizione annusa sangue. Il presidente del partito repubblicano Michaele Steele annuncia: «La sanità sarà la sua Waterloo. Lo spezzeremo». Qualche segnale incoraggia gli avversari. A sei mesi dall´inizio della sua presidenza, Obama ha avuto un cedimento nei sondaggi. L´indice di approvazione della sua politica oggi non è molto più alto di quelli di Richard Nixon o George Bush dopo il primo semestre. La ragione principale è proprio il crescente disagio dell´opinione pubblica sulla sanità, il più impegnativo cantiere di riforma che Obama ha voluto inaugurare. Con i costi medici più alti del mondo, una pressione finanziaria insostenibile sia per lo Stato che per i privati, e 47 milioni di cittadini sprovvisti di ogni copertura in caso di malattia, la questione-salute è un groviglio di problemi irrisolti da decenni. Forse inestricabili, per i potenti interessi economici coinvolti. Su questo graviterà la politica americana al rientro dalle vacanze estive. Malgrado un primo voto favorevole in commissione alla Camera, i giochi restano aperti.
Una bocciatura, o una riforma annacquata per non dare fastidio all´establishment assicurativo-farmaceutico-ospedaliero, avrebbe effetti deleteri sul prestigio di Obama. Stavolta non è detto che il suo carisma sia sufficiente. Per azzoppare il presidente si è messa in movimento la formidabile macchina da guerra del "capitalismo sanitario". Con mezzi finanziari illimitati, campagne pubblicitarie dai toni angoscianti, tattiche calunniose. La Grande Armada ostile alla riforma include almeno quattro componenti. Compagnie dalle polizze-salute esose. Medici-capitalisti, azionisti degli stessi ospedali dove prescrivono ai pazienti le analisi su cui loro prelevano una percentuale. Industrie hi-tech delle apparecchiature biomediche. Avvocati specializzati nei processi per "errore medico", i pescecani del contenzioso giudiziario che costringono anche i dottori più onesti a proteggersi moltiplicando procedure inutili. E´ la stessa coalizione di poteri forti che nel 1993 fece deragliare la riforma di Bill e Hillary Clinton, e diede un duro colpo alla credibilità di quell´amministrazione.
Wendell Potter è un "pentito" della lobby sanitaria. Era un top manager del colosso assicurativo Cigna. Disgustato dalla logica spietata di un business "che assicura solo i sani", oggi lavora al Center for Media and Democracy, per smascherare i metodi dei suoi ex datori di lavoro. «Conosco la loro strategia della paura - dice Potter - e vedo i piani di battaglia già in azione. Hanno una rete di alleati ideologici, si appoggiano sul mondo confindustriale, mobilitano un esercito di opinionisti conservatori, esperti di parte. Martellano nell´opinione pubblica lo spettro di un sistema sanitario socialista, dove fra il paziente e il dottore c´è un burocrate di Stato a decidere. Sono metodi collaudati. Finora hanno sempre funzionato, hanno vinto loro».
I metodi a cui allude Potter sono sconcertanti: menzogne, annunci terrificanti mirati alle fasce più deboli della società. Un esempio è questo spot televisivo che va in onda nelle fasce orarie di massimo ascolto. Protagonisti una coppia di anziani. Lui è preoccupato per la diagnosi di una malattia grave. Lei rivela al marito: "Non sarà più possibile curarti, lo Stato ha deciso che non vale la pena assistere chi ha la nostra età, invece dirotta i fondi in favore dell´aborto". Il messaggio è sparato a 360 gradi, vuole fare il pieno di consensi in molte direzioni: fra la terza età, fra chi ha genitori anziani, più gli anti-abortisti e tutte le fedi religiose che difendono la vita. Lo spot riprende un tam tam che già circolava nei media di destra: la riforma Obama è la legalizzazione dell´eutanasia. E´ la "soluzione finale" che punta allo sterminio dei vecchi per tagliare i costi. L´appiglio? In una delle varie versioni del progetto di riforma è previsto che lo Stato paghi - solo per gli anziani che ne fanno richiesta - una consulenza medica sulle terapie antidolore e il testamento biologico. Tanto è bastato perché partisse la campagna sull´eutanasia di massa, la "morte di Stato" obbligatoria. Per proteggere il diritto alla vita degli anziani è sceso in campo un fronte di organizzazioni dai nomi ecumenici, rassicuranti: il Consiglio per la Ricerca sulle Famiglie, l´associazione Americani per la Prosperità, il Centro per i Diritti del Paziente. Dietro queste sigle innocenti si nascondono degli strateghi politici di lungo corso, gli anelli di collegamento fra la grande industria e la destra conservatrice. Un personaggio chiave di questo mondo è una donna di 61 anni, Betsy McCaughey, che già ebbe un ruolo di punta nella sconfitta dei Clinton. Repubblicana di destra, ex vicegovernatrice dello Stato di New York, la McCaughey ha un megafono mediatico importante come columnist dell´agenzia stampa Bloomberg (di proprietà del sindaco di New York). Il titolo della sua ultima analisi diffusa su Bloomberg: "Il piano Obama, ovvero come rovinarsi la salute". Betsy è un ospite immancabile in tutti i dibattiti televisivi sulla salute, regolarmente citata come esperta di sanità. Alle sue spalle la McCaughey ha un noto think tank, lo Hudson Institute, che si autodefinisce indipendente ma sforna analisi a senso unico, sparando a zero sulla riforma sanitaria. Lo Hudson fa parte della galassia dei pensatoi conservatori legati all´establishment capitalistico. Nato da una costola della Rand Corporation (vicina all´industria militare), ha tra i suoi finanziatori tutti i colossi dell´industria farmaceutica e biomedica: Ciba Geigy, Eli Lilly, General Electric, Merck, Novartis.
E´ stata la spregiudicata Betsy a insinuare per prima, in un dialogo alla radio col repubblicano Fred Thompson, che le sessioni di consulenza medica offerte agli anziani "li spingeranno ad accorciare la sopravvivenza, a rinunciare alle cure". Dietro di lei è partito un coro irrefrenabile. La deputata repubblicana Virginia Foxx lo ha detto in un intervento alla Camera: "Impediremo che i nostri vecchi siano mandati a morire da questo governo". Rush Limbaugh, il più popolare anchorman radiofonico di destra, ha definito l´eutanasìa forzata "lo sporco segreto" della riforma Obama. Il gigante assicurativo WellPoint ha contatto i propri clienti esortandoli a far pressione sui parlamentari nei rispettivi collegi. La macchina della disinformazione si è messa in moto, mobilitando risorse di ogni tipo. Anche occulte. La Columbia Journalism Review ha smascherato centinaia di lettere di protesta dei lettori anti-eutanasia pubblicate dai giornali di provincia: tutte false, fabbricate da un´agenzia di relazioni pubbliche che lavora per l´American Health Insurance Plans, cioè l´associazione delle compagnie assicurative. La leader dei democratici alla Camera, Nancy Pelosi, è sbottata: "Quello che stanno facendo le compagnie assicurative è immorale!" Ma anche terribilmente efficace. Obama si è sentito interpellare di persona, la settimana scorsa, mentre era in tournée per spiegare la sua riforma. "E´ la promozione dell´eutanasìa?" gli ha chiesto a bruciapelo un´anziana signora. Robert Cramer, stratega elettorale del partito democratico, è convinto che il presidente affronta la prova del fuoco. «La battaglia sulla sanità - dice - sarà decisa dalla paura. Le assicurazioni private sono i padroni dell´angoscia, stanno producendo un film dell´orrore». Matt Miller, un altro intellettuale di sinistra che ha influenza sul presidente (è l´autore del saggio La tirannide delle idee defunte), ammette che in questa fase Obama è «preoccupato per le accuse di socialismo». Al punto da mettere in forse l´elemento decisivo della sua riforma: la creazione di un polo sanitario pubblico, in concorrenza con i privati, per contrastare le tariffe assicurative da rapina.
Pur di affondare l´idea del "polo pubblico", la santa alleanza del capitalismo sanitario non bada a spese. I finanziamenti ai partiti politici erogati dalle tre lobby alleate - assicurazioni, industria farmaceutica, business ospedaliero privato - sono già balzati fino a 500 milioni di dollari sul finire dell´anno scorso. L´escalation avanza, nel 2009 batteranno ogni record. Con una logica rigorosamente bi-partisan: un tanto ai repubblicani, un tanto ai democratici. E non sono soldi elargiti a pioggia, ma mirati con cura. In queste ultime settimane una marea di donazioni (tutte dichiarate e quindi legittime in base alla legge Usa) sono andate ai Blue Dog, la corrente moderata del partito democratico: sono i deputati in bilico, che sulla sanità potrebbero passare dalla parte dei repubblicani e sabotare definitivamente il piano Obama.
Il capo degli esperti di demoscopea che lavorano per la Casa Bianca, Joel Benenson, consulta nervosamente i sondaggi sulla sanità. Sente l´urgenza di riprendere l´iniziativa: «Bisogna riportare sul banco degli imputati le compagnie assicurative, non lo Stato». I collaboratori di Obama ricordano due dati. 14.000 americani perdono l´assistenza sanitaria ogni giorno: o perché licenziati (l´assistenza è quasi sempre legata al lavoro), oppure perché colpiti da una malattia grave e abbandonati dalle assicurazioni private. Il secondo dato: i top manager delle maggiori compagnie assicurative intascano stipendi medi di 12 milioni all´anno, e fino a 73 milioni di liquidazione.
L´assicuratore pentito, Wendell Potter, sa perché le compagnie hanno i mezzi per intimidire Obama. «Sul monte-premi delle polizze, il 20% finanzia voci di spesa che non hanno niente a che vedere con la salute: sono le indagini per scartare i pazienti non abbastanza sani; e le spese di lobbying per influenzare la politica». Decine di milioni di americani, senza saperlo, pagano agli assicuratori un "pizzo" che serve a sabotare la riforma. Contro chi può comprare una fetta del partito democratico, quali chances ha Obama? I più cauti opinionisti democratici già si preparano ad accettare qualsiasi compromesso al ribasso, pur di mascherare una disfatta. I pessimisti rivolgono al presidente lo stesso consiglio usato per l´Iraq: "Dichiara vittoria in fretta, e ritirati".
Libertà di scegliere
La liberalizzazione della vendita della pillola abortiva RU486 ha chiaramente sollevato l’indignazione dei clericali e dei benpensanti, solitamente prontissimi a rivendicare per se tutte le libertà e i diritti per poi negarli a tutti coloro che non fanno parte della loro cerchia.
Anche in questo caso, chiaramente, la Chiesa non si smentisce. Monsignor Bagnasco infatti ha subito dichiarato che questo caso così come quello realtivo alla vicenda Englaro sono sintomi pericolosi di una deriva verso una maggior libertà dell’individuo. Eh già, che grande disgrazia permettere a ognuno di decidere per se stesso senza l’intromissione non desiderata della Chiesa e dei suoi emuli. Che grande tragedia è garantire dei diritti civili a tutti quanti, permettendo a tutti di poter decidere della propria vita e di poter riflettere da soli delle scelte da fare senza l’interessato aiuto del clero. Che delitto incommensurabile poter avere una propria volontà ed esercitarla. Ma soprattutto, che scandalo permettere alla gente di scegliere e di informarsi.
Non basta più ormai il terrorismo psicologico che la Chiesa fa nei confronti di chi decide della propria vita senza tenere conto del loro parere. Non basta più indicare le donne che abortiscono come assassine o i medici che aiutano i pazienti a morire quando non ce la fanno più come mostri e persone indegne di esercitare nuovamente la professione. Non bastano più i cortei degli ultras del Vaticano davanti agli ospedali ove patiscono delle persone che non condividono la loro stessa mania per la sofferenza.
Ora la Chiesa è arrivata a dire chiaro e tondo che non si può continuare a dare la libertà di scelta alle persone, poiché sarebbe pericoloso (per chi poi?) e inacettabile. Certo, è scontato che per degli assolutisti e totalitaristi come loro sia inacettabile che anche uno solo trasgredisca alle loro regole talvolta assurde, ma in uno stato e in una civiltà libera e democratica dovrebbe essere pacifico che chiunque può fare la propria scelta senza avere l’avvallo del clero. E dovrebbe essere impronunciabile un discorso da fanatico e da integralista come quello di Bagnasco.
Il quale, per giunta, si rallegra dell’accresciuto numero dei medici che praticano l’obiezione di coscienza. Un’obiezione di coscienza che, in ultima analisi, danneggia le donne che decidono di abortire e le priva di un diritto riconosciuto per legge. Ritengo che si dovrebbe fare qualcosa in merito, per diminuire questo tipo di discrezionalità del medico. Essi infatti, secondo me, dovrebbero rispettare le scelte dei propri pazienti, dovrebbero essere al loro servizio. La scelta dev’essere della donna e non del medico che la cura, soprattutto se questa scelta medica è dovuta a convinzione religiose che sono assolutamente personali e ininfluenti per quanto riguarda i diritti del paziente.
Purtroppo però il nostro parlamento, dominato da due partiti definiti “della Libertà” e “Democratico” sono tutti fuorchè liberali e democratici quando si parla di questi temi. Sono invece pericolosamente filo-clericali e intransigenti con le volontà della Chiesa, volontà che uccidono chiaramente la libertà individuale e che impongono le convinzioni di alcuni a tutti. Il sottosegretario Roccella poi, che è un ultras cattolico da prima linea, si preoccupa della pericolosità della pillola abortiva, ma dimentica tutte le altre terapie che possono essere dolorose o pericolose. Una dimenticanza ovvia, forse perché non sono avversate dalla Chiesa.
Del resto quante cose pericolose o dannose ha fatto il governo cui fa parte la Roccella senza che essa aprisse bocca per contrastarle? La facoltà dei medici di denunciare gli extracomunitari, ad esempio, non potrebbe essere pericoloso in chiave di trasmissione di malattie infettive che non vengono adeguatamente curate?
Anche in questo caso, chiaramente, la Chiesa non si smentisce. Monsignor Bagnasco infatti ha subito dichiarato che questo caso così come quello realtivo alla vicenda Englaro sono sintomi pericolosi di una deriva verso una maggior libertà dell’individuo. Eh già, che grande disgrazia permettere a ognuno di decidere per se stesso senza l’intromissione non desiderata della Chiesa e dei suoi emuli. Che grande tragedia è garantire dei diritti civili a tutti quanti, permettendo a tutti di poter decidere della propria vita e di poter riflettere da soli delle scelte da fare senza l’interessato aiuto del clero. Che delitto incommensurabile poter avere una propria volontà ed esercitarla. Ma soprattutto, che scandalo permettere alla gente di scegliere e di informarsi.
Non basta più ormai il terrorismo psicologico che la Chiesa fa nei confronti di chi decide della propria vita senza tenere conto del loro parere. Non basta più indicare le donne che abortiscono come assassine o i medici che aiutano i pazienti a morire quando non ce la fanno più come mostri e persone indegne di esercitare nuovamente la professione. Non bastano più i cortei degli ultras del Vaticano davanti agli ospedali ove patiscono delle persone che non condividono la loro stessa mania per la sofferenza.
Ora la Chiesa è arrivata a dire chiaro e tondo che non si può continuare a dare la libertà di scelta alle persone, poiché sarebbe pericoloso (per chi poi?) e inacettabile. Certo, è scontato che per degli assolutisti e totalitaristi come loro sia inacettabile che anche uno solo trasgredisca alle loro regole talvolta assurde, ma in uno stato e in una civiltà libera e democratica dovrebbe essere pacifico che chiunque può fare la propria scelta senza avere l’avvallo del clero. E dovrebbe essere impronunciabile un discorso da fanatico e da integralista come quello di Bagnasco.
Il quale, per giunta, si rallegra dell’accresciuto numero dei medici che praticano l’obiezione di coscienza. Un’obiezione di coscienza che, in ultima analisi, danneggia le donne che decidono di abortire e le priva di un diritto riconosciuto per legge. Ritengo che si dovrebbe fare qualcosa in merito, per diminuire questo tipo di discrezionalità del medico. Essi infatti, secondo me, dovrebbero rispettare le scelte dei propri pazienti, dovrebbero essere al loro servizio. La scelta dev’essere della donna e non del medico che la cura, soprattutto se questa scelta medica è dovuta a convinzione religiose che sono assolutamente personali e ininfluenti per quanto riguarda i diritti del paziente.
Purtroppo però il nostro parlamento, dominato da due partiti definiti “della Libertà” e “Democratico” sono tutti fuorchè liberali e democratici quando si parla di questi temi. Sono invece pericolosamente filo-clericali e intransigenti con le volontà della Chiesa, volontà che uccidono chiaramente la libertà individuale e che impongono le convinzioni di alcuni a tutti. Il sottosegretario Roccella poi, che è un ultras cattolico da prima linea, si preoccupa della pericolosità della pillola abortiva, ma dimentica tutte le altre terapie che possono essere dolorose o pericolose. Una dimenticanza ovvia, forse perché non sono avversate dalla Chiesa.
Del resto quante cose pericolose o dannose ha fatto il governo cui fa parte la Roccella senza che essa aprisse bocca per contrastarle? La facoltà dei medici di denunciare gli extracomunitari, ad esempio, non potrebbe essere pericoloso in chiave di trasmissione di malattie infettive che non vengono adeguatamente curate?
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