Dario Cambi, LeG ValdiCornia, 26-05-2009
Appena il bravissimo attore Fabio Carraresi, voce scenica di alcuni dei più toccanti passi del bel libro “Lotta civile” scritto dalla giornalista Antonella Mascali, ha finito di leggere la struggente lettera di Saveria , madre di Roberto Antiochia, ucciso a 23 anni a Palermo mentre era di scorta al commissario Ninni Cassarà, il pubblico presente all’incontro del 20 Maggio organizzato da Libertà e Giustizia a Piombino, rompe a fatica la commozione ed inizia a discutere con l’autrice di attualità delle mafie, di lotta all’illegalità, di valori fondanti e di come oggi sia importante riaffermarli.
Un dibattito serrato ed appassionato in una libreria, ricco anche di testimonianze dirette come quella di Anna che ha visitato quei luoghi e le terre confiscate alla mafia , che potrebbero far sembrare Piombino così distante dagli episodi criminosi citati dai familiari delle vittime di mafia e documentati nel libro, che fedelmente dà loro la parola e ne esalta di ognuno il percorso difficile, dal dolore personale all’impegno civile.
Eppure non siamo affatto così distanti da ciò che oggi le varie mafie rappresentano concretamente, così presenti e attive nel cuore economico e sociale di oramai gran parte del Paese, anche dove viviamo e pensiamo di esserne immuni per una pura casistica geografica.
E allora si discute con passione di mettere in moto le coscienze su di un punto focalizzante.
E’ essenziale, anche attraverso incontri come quello promosso dal locale circolo ValdiCornia di Libertà e Giustizia, tenere sempre viva una memoria civile, soprattutto per le nuove generazioni che difficilmente potranno, attraverso i media, ricevere e far propri i valori che ci hanno trasmesso persone come Giuseppe Fava, Rocco Chinnici, Beppe Montana, Roberto Antiochia, Marcello Torre, Silvia Ruotolo, Libero Grassi, Mauro Ristagno, Renata Fonte ed altri, certamente meno famosi dei vari Falcone e Borsellino, ma altrettanto punti di riferimento morale.
Gente semplice come noi, poliziotti, commercianti, sindaci, giornalisti, donne e giovani che hanno pagato con la vita il loro impegno per affermare la dignità della persona, la libertà di esprimere idee e di condurre giuste battaglie civili.
Non eroi perché, come ha detto in un passo della conversazione con l’autrice Giovanni Chinnici, figlio di Rocco Chinnici, “se noi pensiamo che chi è stato ucciso è un eroe ci forniamo l’alibi per non far niente”.
Ma la memoria ed il ricordo, se sono così importanti per l’esempio di abnegazione incarnato, in antitesi ai disvalori che spesso vengono apertamente o indirettamente trasmessi attraverso la massificazione e la diseducazione mediatica, non sarebbero sufficienti se non si accompagnassero ad uno sforzo più profondo e capillare per una nuova crescita e diffusione di una cultura dell’impegno civile e della legalità, di una vera e propria “ lotta civile” appunto.
Di questo abbiamo voluto sopratutto parlare a Piombino . Ma anche dei rischi di banalizzazione e di sottovalutazione di un fenomeno, quello della cultura “mafiosa”, che sta invece prendendo sempre più spazio nell’opinione pubblica, pervasa di passività e talora di omertà. Così come di quell’insidiosa penetrazione dell’ industria malavitosa nelle nostre economie, attraverso fenomeni oramai evidenti di riciclaggio, d’infiltrazione nei gangli della pubblica amministrazione e della politica a tutti i livelli.
E la crescita della rendita immobiliare, dei cedimenti ad una sempre più massiccia offerta di costruzioni, spesso senza un piano territoriale preordinato e senza un accurato monitoraggio degli appalti e dei subappalti, può agevolare questo inquinamento. Così come, in una situazione di grave crisi economica per molte nostre imprese, potrebbe a sua volta rappresentare un motivo serio d’infiltrazione mafiosa l’inserimento di aziende, spesso gestite da prestanomi, che rilevassero tali attività e ne intrecciassero i legami con altre organicamente legate alla malavita, allo scopo di riciclare denaro sporco proveniente da ogni parte d’Italia. L’esempio di ciò che in questi giorni è accaduto a Milano, del resto, con morti da faida camorristica, ne testimonia oramai il passaggio ad un livello guerresco di quello che, fino a ieri, poteva solo definirsi un sospetto di infiltrazioni nell’economia del nord.
C’è un filo rosso dunque che lega le iniziative di Libertà e Giustizia, attiva anche in piena campagna elettorale su temi apparentemente collaterali della lotta alle mafie.
E’ la lotta all’illegalità in qualunque forma si possa presentare nel nostro paese oggi.
Dal cattivo esempio fornitoci da chi, come il Premier Berlusconi, approfitta delle Leggi “ad personam” per esimersi dall’essere giudicato come tutti i cittadini per accuse gravissime di corruzione, dai continui episodi di delegittimazione del Parlamento da parte di questo Governo, dai rischi di regime dispotico incombenti con la Costituzione che viene continuamente esautorata e messa in un angolo da un potere esecutivo sprezzante dei principi liberali che l’hanno ispirata, dalle leggi razziste e xenofobe approvate senza poterle nemmeno discutere, dal clima di crescente demagogia e populismo che si sta diffondendo nel paese dove un premier, solo perché ha la maggioranza dei voti, ritiene di poter agire senza l’impaccio dei contropoteri istituzionali e, nel pieno disprezzo delle diversità di opinioni manifestata dalle opposizioni, minacciare il sovvertimento della Costituzione a colpi di maggioranza o di referendum plebiscitari.
Un impegno di democrazia diretta, quindi, di partecipazione e di cittadinanza attiva, diventa necessaria laddove le degenerazioni delle democrazia “rappresentativa” hanno ormai trasmesso un senso di sfiducia e di scollamento fra il cittadino e la politica. Solo un forte recupero di passione individuale e di senso dello Stato come ” bene pubblico” può far riprendere un percorso virtuoso che sia anche il più forte antidoto allo scivolamento verso l’illegalità intesa come schema privilegiato per un facile raggiungimento delle soluzioni ai reali bisogni delle persone.
martedì 26 maggio 2009
Chi ha paura della commissione antimafia?
di Gianni Barbacetto
Quando, fra dieci o vent’anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l’Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all’unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l’eutanasia. Questa commissione non s’ha da fare. Bocciata, lo stesso giorno in cui i giornali riportano la cronaca dell’ultimo morto ammazzato di mafia, davanti al Bar Quinto di Quarto Oggiaro.
Perché bocciata? Perché non ha poteri, è inutile - spiega il centrodestra. L’ha detto anche il prefetto. Ci sono già i magistrati e le forze di polizia: è compito loro indagare sulla mafia. Eppure c’è un precedente, anzi due: la commissione comunale antimafia presieduta dal professor Carlo Smuraglia nel 1990 fece un ottimo lavoro; la commissione sulla corruzione nel commercio presieduta dal professor Nando dalla Chiesa nel 1995 ebbe buoni risultati. Certo, magistratura e polizie fanno le indagini, mentre una commissione comunale non può avere poteri giudiziari d’inchiesta. Ma anche l’amministrazione pubblica può (anzi deve) avere un ruolo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose: può monitorare le situazioni a rischio, può aumentare la trasparenza nelle procedure, può alzare barriere amministrative alle infiltrazioni dell’illegalità. La sola presenza di una palese, decisa e proclamata attività amministrativa antimafia darebbe coraggio ai funzionari onesti che si oppongono a procedure illegali e scoraggerebbe i deboli con la tentazione di cedere… I giudici arrivano a cose fatte, come il chirurgo che asporta l’organo malato; la politica e l’amministrazione possono (e devono) arrivare prima, prevenendo l’estendersi della malattia.
Ma la maggioranza che governa Palazzo Marino non l’ha capito, o non l’ha voluto. Forse teme che troppo parlar di mafia infanghi l’immagine della città, che deve mostrare solo il suo volto scintillante - moda, design, soldi e finanza - e tenere nascosto il suo lato oscuro, che esiste fin dai tempi di Sindona, fin dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli, fin dall’insediamento nell’hinterland delle cosche calabresi. E oggi, dice il magistrato antimafia Vincenzo Macrì, «Milano è diventata la capitale della ‘Ndrangheta».
O forse la politica teme che l’antimafia diventi un’arma politica, brandita da una parte contro l’altra. Il centrodestra a Palazzo Marino teme che il centrosinistra impugni l’antimafia come una clava contro la maggioranza? Peccato, perché le organizzazioni criminali, a Palermo come a Napoli, a Reggio Calabria come a Milano, cercano sempre rapporti con la politica, a destra o a sinistra non importa: l’illegalità è generosamente bipartisan. Non sempre lo è il contrasto all’illegalità. Eppure l’antimafia non è né di destra né di sinistra. Certo, chi è al governo, a Roma come a Milano, ha più possibilità di essere assediato e infiltrato dagli uomini delle cosche. Ma proprio per questo sarebbe stato più bello e più forte che Pdl e Lega e Udc avessero puntato con chiarezza sulla commissione antimafia: avrebbero così tutelato non solo la città, ma anche i loro stessi partiti, dai rischi futuri di indagini che - Dio non voglia - dovessero finire per sfiorare qualche loro esponente. Avrebbero isolato preventivamente eventuali “mele marce” e avrebbero potuto dire ai cittadini: vedete? noi siamo dalla parte della legalità. Così finisce invece per prevalere una difesa a oltranza della politica, anche nelle sue espressioni meno difendibili. Difesa in nome dell’appartenenza, invece che in nome della legalità condivisa.
A questo punto tocca alla città: continui il lavoro morto prima di cominciare, costituisca una commissione antimafia, non di parte, non strumentale, non contro i partiti, ma realizzata con chi ci sta della politica e della pubblica amministrazione, della cultura e dell’economia. Il meglio di Milano è già pronto a impegnarsi.
Quando, fra dieci o vent’anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l’Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all’unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l’eutanasia. Questa commissione non s’ha da fare. Bocciata, lo stesso giorno in cui i giornali riportano la cronaca dell’ultimo morto ammazzato di mafia, davanti al Bar Quinto di Quarto Oggiaro.
Perché bocciata? Perché non ha poteri, è inutile - spiega il centrodestra. L’ha detto anche il prefetto. Ci sono già i magistrati e le forze di polizia: è compito loro indagare sulla mafia. Eppure c’è un precedente, anzi due: la commissione comunale antimafia presieduta dal professor Carlo Smuraglia nel 1990 fece un ottimo lavoro; la commissione sulla corruzione nel commercio presieduta dal professor Nando dalla Chiesa nel 1995 ebbe buoni risultati. Certo, magistratura e polizie fanno le indagini, mentre una commissione comunale non può avere poteri giudiziari d’inchiesta. Ma anche l’amministrazione pubblica può (anzi deve) avere un ruolo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose: può monitorare le situazioni a rischio, può aumentare la trasparenza nelle procedure, può alzare barriere amministrative alle infiltrazioni dell’illegalità. La sola presenza di una palese, decisa e proclamata attività amministrativa antimafia darebbe coraggio ai funzionari onesti che si oppongono a procedure illegali e scoraggerebbe i deboli con la tentazione di cedere… I giudici arrivano a cose fatte, come il chirurgo che asporta l’organo malato; la politica e l’amministrazione possono (e devono) arrivare prima, prevenendo l’estendersi della malattia.
Ma la maggioranza che governa Palazzo Marino non l’ha capito, o non l’ha voluto. Forse teme che troppo parlar di mafia infanghi l’immagine della città, che deve mostrare solo il suo volto scintillante - moda, design, soldi e finanza - e tenere nascosto il suo lato oscuro, che esiste fin dai tempi di Sindona, fin dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli, fin dall’insediamento nell’hinterland delle cosche calabresi. E oggi, dice il magistrato antimafia Vincenzo Macrì, «Milano è diventata la capitale della ‘Ndrangheta».
O forse la politica teme che l’antimafia diventi un’arma politica, brandita da una parte contro l’altra. Il centrodestra a Palazzo Marino teme che il centrosinistra impugni l’antimafia come una clava contro la maggioranza? Peccato, perché le organizzazioni criminali, a Palermo come a Napoli, a Reggio Calabria come a Milano, cercano sempre rapporti con la politica, a destra o a sinistra non importa: l’illegalità è generosamente bipartisan. Non sempre lo è il contrasto all’illegalità. Eppure l’antimafia non è né di destra né di sinistra. Certo, chi è al governo, a Roma come a Milano, ha più possibilità di essere assediato e infiltrato dagli uomini delle cosche. Ma proprio per questo sarebbe stato più bello e più forte che Pdl e Lega e Udc avessero puntato con chiarezza sulla commissione antimafia: avrebbero così tutelato non solo la città, ma anche i loro stessi partiti, dai rischi futuri di indagini che - Dio non voglia - dovessero finire per sfiorare qualche loro esponente. Avrebbero isolato preventivamente eventuali “mele marce” e avrebbero potuto dire ai cittadini: vedete? noi siamo dalla parte della legalità. Così finisce invece per prevalere una difesa a oltranza della politica, anche nelle sue espressioni meno difendibili. Difesa in nome dell’appartenenza, invece che in nome della legalità condivisa.
A questo punto tocca alla città: continui il lavoro morto prima di cominciare, costituisca una commissione antimafia, non di parte, non strumentale, non contro i partiti, ma realizzata con chi ci sta della politica e della pubblica amministrazione, della cultura e dell’economia. Il meglio di Milano è già pronto a impegnarsi.
Nascondere la mafia sotto il tappeto.
Le parole della Moratti ieri sera ad AnnoZero dovrebbero scandalizzare mezzo paese, anzi un intero paese, sopratutto quando vengono dette a pochi giorni di distanza dall'anniversario della strage di Capaci. E invece? Nulla di nulla. Nessuno che si scandalizza del fatto che il sindaco di Milano vuole nascondere la mafia sotto il tappeto, riesumando un antico concetto tanto caro ai collusi e alle vittime di mafia: la mafia non c'è e se c'è è insignificante e in ogni caso non rappresenta la normalità della nostra città. Ecco la posizione del sindaco di Milano. Non si pone nemmeno il problema che la 'ndrangheta ha ormai eletto Milano a propria capitale economico-finanziaria, non si pone il problema delle aziende assaltate dalla mafia, anzi, dalle mafie. Cosa fa la destra per difendere queste imprese? Perchè il PdL si nasconde quando si parla di queste cose? Dipende forse dalle origini di Forza Italia e dell'impero economico di Berlusconi? E magari di qualche altro grande imprenditore alleato di Berlusconi? E Repubblica, invece di scatenare questa campagna sul caso Noemi perchè non interroga Berlusconi su questi argomenti, che sono molto più importanti per quanto riguarda l'ormai disastrata economica italiana? E l'opposizione, perchè sorvola su questi temi? Forse perchè anche loro sono collusi e magari perchè ora vogliono allearsi con l'alleato di Cuffaro? Finchè non risolveremo questo problema, quello della mafia e della corruzione che ne deriva non risolveremo mai nulla in questo paese. E finchè ci sarà un partito che nasconde la mafia sotto il tappeto e l'opposizione non li incalza con questi problemi avremmo molto tempo e molte parole da dedicare ogni anno a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a tutti gli altri martiri.
sabato 23 maggio 2009
La denuncia di Paolo Borsellino
Paolo Borsellino: “Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura."
Paolo Borsellino (Biblioteca comunale di Palermo, 25 giugno 1992)
In onore di un grande, Giovanni Falcone, un "antropologicamente diverso" rispetto ai nostri governanti odierni.
In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, che è l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.
Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente - e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi - dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi - se è il caso - ne parlerò in pubblico. Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l'argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 Ore" dalla giornalista - in questo momento non mi ricordo come si chiama... - Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.
Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ha or ora ricordato Leoluca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.
Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d'Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po' più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.
Certo anch'io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo e l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.
Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura."
Paolo Borsellino (Biblioteca comunale di Palermo, 25 giugno 1992)
In onore di un grande, Giovanni Falcone, un "antropologicamente diverso" rispetto ai nostri governanti odierni.
mercoledì 20 maggio 2009
Giustizia e libertà in pericolo
In questi ultimi giorni ho notato due cose, cue notizie preoccupanti. una ha a che fare con la libertà, l'altra con la giustizia. Non a caso questi sono due valori fondamentali per consentire a una società di vivere bene e in armonia. Ed entrambe, la libertà e la giustizia (che non è solo quella delle aule dei tribunali, ma anche la giustizia sociale), sono costantemente massacrate sull'altare del denaro e del potere da questo governo fatto di slogan ed errori dilettantistici.
L'altro giorno il presidente Fini, membro ormai dissidente del Popolo della (presunta) Libertà ha dichiarato che uno stato laico non può fare leggi che rispecchino la volontà di una religione in particolare, perchè c'è bisogno di garantire tutti, sia chi crede in altre fedi, sia chi non crede, sia chi intende comunque seguire la propria coscienza al di là delle indicazioni ecclesiastiche. Mi pare, francamente, che questa presa di posizione sia quanto di più liberale ci sia. E, sempre se non mi sbaglio, la cultura liberale è quella di (presunto) riferimento del PdL. Qualsiasi altro leader di centrodestra in Europa avrebbe pronunciato la frase di Fini senza alcun indugio, a cominciare dall'epigono francese di Berlusconi, il caro Sarkozy. Invece in Italia, queste frasi moderate, laiche, liberale (che io condivido pienamente) hanno scatenato le reazioni della destra reazionaria e catto-integralista. I compagni di partito e altri vaticanofili si sono dichiarati sorpresi, stupiti, amareggiati e chissà cos'altro. Dunque, se sono in disaccordo con le parole di Fini c'è da immaginare che siano favorevoli a uno stato dove sia la Chiesa a dettare le leggi al parlamento, infischiandosene della democrazia e della libertà dei cittadini non cattolici, senza contare che poi le leggi cattoliche non sono nè più giuste nè più morali di altre, anzi. Dunque è bene che gli italiani si facciano sentire perchè non vorrei mai che questi integralisti cristiano-cattolici trasformino il nostro paese in uno stato stile Iran, dove le leggi devono per forza corrispondere al leader religioso di turno. Direi che sarebbe una situazione abbastanza lesiva della libertà e della dignità di chiunque. Io non sono un bambino che ha bisogno della mamma-religione per decidere cosa fare della propria vita, se c'è qualcuno che ne ha bisogno mi va bene, ma non mi va bene che l'impongano anche a me.
Dunque mi chiedo cosa ci faccia quella parola, "libertà", nel nome di un partito dalle origini eversive, reazionarie, fasciste, integraliste. Direi che stona abbastanza.
Un'altra notizia, anzi, un'altra reazione dei reazionari del PdL che mi ha colpito (a me ancora colpiscono e scandalizzano queste cose) è stata quella relativa al deposito delle motivazioni della condanna dell'avvocato Mills. Io penso che in tutta questa situazione sia proprio il presidente del consiglio a provocare orrore nei confronti dei cittadini onesti, non è possibile che ogniqualvolta un giudice si azzardi a dire la verità su di lui partano questi attacchi indecenti ed eversivi alla magistratura. Se un qualsiasi cittadino prova a discutere con un vigile urbano rischia gravissime sanzioni, mentre le il capo del governo delegittima e offende l'intero corpo giudiziario, titolare di uno dei tre poteri (ufficiali) che contraddistinguono le democrazie, non rischia nulla. Direi che solo in Italia è possibile accettare questa violenza e questa presunzione da parte di un uomo che altro non è se non un "grande imbonitore". Probabilmente però agli italiani piace abbastanza farsi imbonire, abbiamo visto il grande successo che qui da noi hanno le varie Vanna Marchi, i vari oroscopi, i vari stregoni, i vari padre Pio, le varie madonnine piangenti. Dunque perchè non dovrebbe aver successo anche il re di tutti gli imbonitori?
In uno stato normale e democratico il capo del governo si dimeterebbe (come è successo di recente in Israele) e andrebbe a farsi processare, non sfuggirebbe dalla legge tramite leggi medioevali come il lodo Alfano, non pretenderebbe di scegliersi i propri giudici come gli imperatori del Sacro Romano Impero. Non è possibile che si attacchi e si accusi tramite 7 televisioni e una miriade di giornali chi esamina dei fatti e non chi commette quei fatti (che poi sono dei reati). La Gandus viene dipinta come una veterocomunista che si è infiltrata nella magistratura con l'unico scopo di perseguitare Berlusconi. Ma evidentemente le cose stanno in un'altra maniera. Qualsiasi persona di buona fede, in primis un uomo o donna di legge in buona fede può rendersi conto dei dissesti che Berlusconi ha causato alla macchina giudiziaria pur di salvarsi da condanne ormai certe, evitate solo grazie a qualche legge ad personam o a qualche provvedimento tipo quelli che accorciano la prescrizione o che rendono impossibile o difficilissimo svolgere un processo come si dovrebbe. Ma forse di questo gli italiani non si rendono conto. Probabilmente non sanno che se i processi durano anni e anni non è solo colpa dei giudici, ma anche di quei politici che, per salvare se stessi o dei loro amici, hanno messo i bastoni tra le ruote ai giudici in modo da evitare le condanne per reati come la corruzione, l'abuso d'ufficio, l'evasione fiscale, la truffa, il falso in bilancio, che alla fin fine causano danni a tutta la nostra economia, dunque a tutti i cittadini, compresi quelli che se ne fregano e danno ragione a Berlusconi, convinti che questi siano fatti privati.
L'altro giorno il presidente Fini, membro ormai dissidente del Popolo della (presunta) Libertà ha dichiarato che uno stato laico non può fare leggi che rispecchino la volontà di una religione in particolare, perchè c'è bisogno di garantire tutti, sia chi crede in altre fedi, sia chi non crede, sia chi intende comunque seguire la propria coscienza al di là delle indicazioni ecclesiastiche. Mi pare, francamente, che questa presa di posizione sia quanto di più liberale ci sia. E, sempre se non mi sbaglio, la cultura liberale è quella di (presunto) riferimento del PdL. Qualsiasi altro leader di centrodestra in Europa avrebbe pronunciato la frase di Fini senza alcun indugio, a cominciare dall'epigono francese di Berlusconi, il caro Sarkozy. Invece in Italia, queste frasi moderate, laiche, liberale (che io condivido pienamente) hanno scatenato le reazioni della destra reazionaria e catto-integralista. I compagni di partito e altri vaticanofili si sono dichiarati sorpresi, stupiti, amareggiati e chissà cos'altro. Dunque, se sono in disaccordo con le parole di Fini c'è da immaginare che siano favorevoli a uno stato dove sia la Chiesa a dettare le leggi al parlamento, infischiandosene della democrazia e della libertà dei cittadini non cattolici, senza contare che poi le leggi cattoliche non sono nè più giuste nè più morali di altre, anzi. Dunque è bene che gli italiani si facciano sentire perchè non vorrei mai che questi integralisti cristiano-cattolici trasformino il nostro paese in uno stato stile Iran, dove le leggi devono per forza corrispondere al leader religioso di turno. Direi che sarebbe una situazione abbastanza lesiva della libertà e della dignità di chiunque. Io non sono un bambino che ha bisogno della mamma-religione per decidere cosa fare della propria vita, se c'è qualcuno che ne ha bisogno mi va bene, ma non mi va bene che l'impongano anche a me.
Dunque mi chiedo cosa ci faccia quella parola, "libertà", nel nome di un partito dalle origini eversive, reazionarie, fasciste, integraliste. Direi che stona abbastanza.
Un'altra notizia, anzi, un'altra reazione dei reazionari del PdL che mi ha colpito (a me ancora colpiscono e scandalizzano queste cose) è stata quella relativa al deposito delle motivazioni della condanna dell'avvocato Mills. Io penso che in tutta questa situazione sia proprio il presidente del consiglio a provocare orrore nei confronti dei cittadini onesti, non è possibile che ogniqualvolta un giudice si azzardi a dire la verità su di lui partano questi attacchi indecenti ed eversivi alla magistratura. Se un qualsiasi cittadino prova a discutere con un vigile urbano rischia gravissime sanzioni, mentre le il capo del governo delegittima e offende l'intero corpo giudiziario, titolare di uno dei tre poteri (ufficiali) che contraddistinguono le democrazie, non rischia nulla. Direi che solo in Italia è possibile accettare questa violenza e questa presunzione da parte di un uomo che altro non è se non un "grande imbonitore". Probabilmente però agli italiani piace abbastanza farsi imbonire, abbiamo visto il grande successo che qui da noi hanno le varie Vanna Marchi, i vari oroscopi, i vari stregoni, i vari padre Pio, le varie madonnine piangenti. Dunque perchè non dovrebbe aver successo anche il re di tutti gli imbonitori?
In uno stato normale e democratico il capo del governo si dimeterebbe (come è successo di recente in Israele) e andrebbe a farsi processare, non sfuggirebbe dalla legge tramite leggi medioevali come il lodo Alfano, non pretenderebbe di scegliersi i propri giudici come gli imperatori del Sacro Romano Impero. Non è possibile che si attacchi e si accusi tramite 7 televisioni e una miriade di giornali chi esamina dei fatti e non chi commette quei fatti (che poi sono dei reati). La Gandus viene dipinta come una veterocomunista che si è infiltrata nella magistratura con l'unico scopo di perseguitare Berlusconi. Ma evidentemente le cose stanno in un'altra maniera. Qualsiasi persona di buona fede, in primis un uomo o donna di legge in buona fede può rendersi conto dei dissesti che Berlusconi ha causato alla macchina giudiziaria pur di salvarsi da condanne ormai certe, evitate solo grazie a qualche legge ad personam o a qualche provvedimento tipo quelli che accorciano la prescrizione o che rendono impossibile o difficilissimo svolgere un processo come si dovrebbe. Ma forse di questo gli italiani non si rendono conto. Probabilmente non sanno che se i processi durano anni e anni non è solo colpa dei giudici, ma anche di quei politici che, per salvare se stessi o dei loro amici, hanno messo i bastoni tra le ruote ai giudici in modo da evitare le condanne per reati come la corruzione, l'abuso d'ufficio, l'evasione fiscale, la truffa, il falso in bilancio, che alla fin fine causano danni a tutta la nostra economia, dunque a tutti i cittadini, compresi quelli che se ne fregano e danno ragione a Berlusconi, convinti che questi siano fatti privati.
lunedì 18 maggio 2009
La demolizione dell’università pubblica
Professori universitari, presidi di facoltà, rettori di ateneo, tutti dovremmo provare vergogna. Stiamo assistendo, senza alcun moto significativo di contrasto, alla demolizione dell’università pubblica. La finanziaria di Tremonti ha tagliato come non mai le spese per l’istruzione ma abbiamo al massimo balbettato. Di fronte alla nostra inazione la Gelmini, di cui è ignota la competenza in qualsiasi campo, riesce ora ad apparire con relativa facilità come radicale innovatrice.
Si sapeva bene anche prima della Gelmini che l’università versava in una condizione che sarebbe presto diventata disastrosa. La moltiplicazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea aveva ingigantito le spese, la moltiplicazione dei posti a professore ordinario invece che di ricercatore aveva ristretto il reclutamento di nuove forze: l’invecchiamento della classe insegnante sembra la caricatura dell’invecchiamento della popolazione italiana.
La classe dirigente di centrosinistra ha fatto poco o niente per fronteggiare l’emergenza e più d’una volta l’ha incrementata. Il centrodestra l’ha affrontata alla sua maniera: ha brutalmente chiuso le fonti di finanziamento. Affronto qui per ora solo il lato della didattica. Ormai i corsi universitari sono in buona parte affidati a professori a contratto. Col nuovo regime questo sarà a titolo gratuito. Alcuni degli interessati si consolano con la prospettiva di conservare così il posto in fila per i nuovi concorsi. Ma la didattica è qui per tradizione poco valutata, e la speranza di nuovi concorsi è sempre più infondata.
Il lavoro gratuito è il nuovo orizzonte dell’economia moderna. Finora pareva limitato ad ambiti circoscritti, ma la dilatazione forzosa dell’apprendistato, la diffusione degli stage hanno ampliato a dismisura una nuova regola del mercato del lavoro: se qualcuno ti da un lavoro purchessia devi essergli così grato da lavorare anche gratis. Non c’è a questo nuovo stato di fatto alcuna giustificazione teorica: è il mero prodotto dei rapporti di forza nel mercato del lavoro. Rapporti così svantaggiosi da vanificare il peso contrattuale di chi ha la disgrazia di avere solo la disponibilità al lavoro.
La condizione attuale dei professori a contratto gratuito mette in evidenza tre punti. Il primo: la nuova invenzione si allarga dal lavoro non qualificato al lavoro qualificato. Il secondo: se per il lavoro non qualificato il periodo di gratuità può essere ancora considerato provvisorio (ma rischia di essere sempre meno vero), per il lavoro qualificato nell’istruzione la condizione di gratuità è ora assoluta e definitiva: ontologica. Che cosa si contratta in un contratto a titolo gratuito? Il terzo: il soggetto attivo non è l’imprenditore privato ma l’ente pubblico preposto alla trasmissione della cultura e della scienza. In un mercato dove tutto ha un suo prezzo (almeno così ci dicono) il lavoro di chi trasmette conoscenza non merita stipendio: non vale niente.
Marx aveva fondato la critica dello sfruttamento sulla base della duplice natura della forza-lavoro: il capitalista ne paga il valore di scambio (il suo prezzo sul mercato) ma ne impiega il valore d’uso e si appropria del suo prodotto, il plusvalore. L’elasticità di questo sistema contemplava che il lavoro potesse essere pagato di più o di meno (di solito il meno possibile) ma nessun classico - da Smith e Ricardo a Stuart Mill e Keynes, fino ai monetaristi più accaniti - si sarebbe mai sognato di stabilire che il lavoro, impiegato nel suo valore d’uso, deve essere annichilito nel suo valore di scambio e quindi non essere pagato.
Se invece l’ente pubblico stabilisce come principio la gratuità del lavoro nell’insegnamento ciò significa la rinuncia volontaria alla sua riproduzione. La cosa va presa sul serio. Forse è meglio dirlo in modo ancora più chiaro: il centrodestra vuole fare terra bruciata dell’istruzione pubblica. Ora che ha il vento in poppa vuole approfittare dell’occasione irripetibile: cancellare le generazioni che ritiene pericolose nell’insegnamento, interrompere la loro riproduzione e nel nuovo spazio reso vuoto introdurre una nuova generazione di educatori allevati a brioches e Mediaset.
Il lavoro non pagato una volta generava scioperi. Ma ciò presupponeva saldezza collettiva. I docenti a contratto gratuito non sono e non sanno essere forza collettiva. Sono una moltitudine di individui separati, ognuno ricattato nel chiuso della sua condizione personale, incline a ritenere possibile un’uscita individuale dalla propria difficoltà, indotto a pensare che la rivolta sia il mezzo peggiore per riuscirvi. Sono, in una parola, senza difesa.
Ma i loro maestri non sono così sguarniti. Professori, presidi, rettori hanno stipendi, stanno andando in pensione, e neanche Tremonti potrà sottrargliela. Hanno uno status sociale robusto, alcuni di loro sono autori conosciuti, godono di stima generale. Ma nella massima parte stanno zitti. C’è in questo un lato disumano: come possono assistere immobili e in silenzio a una prassi ministeriale, grigia e implacabile, che spenge le speranze dei loro allievi? Perfino durante la guerra la riproduzione della classe docente veniva assicurata come risorsa irrinunciabile. Come possono tacere di fronte alla cancellazione di chi si è formato nell’esercizio della critica e alla sua sostituzione con schiere di docili consumatori dell’immaginario televisivo?
Pancho Pardi
(17 maggio 2009)
Si sapeva bene anche prima della Gelmini che l’università versava in una condizione che sarebbe presto diventata disastrosa. La moltiplicazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea aveva ingigantito le spese, la moltiplicazione dei posti a professore ordinario invece che di ricercatore aveva ristretto il reclutamento di nuove forze: l’invecchiamento della classe insegnante sembra la caricatura dell’invecchiamento della popolazione italiana.
La classe dirigente di centrosinistra ha fatto poco o niente per fronteggiare l’emergenza e più d’una volta l’ha incrementata. Il centrodestra l’ha affrontata alla sua maniera: ha brutalmente chiuso le fonti di finanziamento. Affronto qui per ora solo il lato della didattica. Ormai i corsi universitari sono in buona parte affidati a professori a contratto. Col nuovo regime questo sarà a titolo gratuito. Alcuni degli interessati si consolano con la prospettiva di conservare così il posto in fila per i nuovi concorsi. Ma la didattica è qui per tradizione poco valutata, e la speranza di nuovi concorsi è sempre più infondata.
Il lavoro gratuito è il nuovo orizzonte dell’economia moderna. Finora pareva limitato ad ambiti circoscritti, ma la dilatazione forzosa dell’apprendistato, la diffusione degli stage hanno ampliato a dismisura una nuova regola del mercato del lavoro: se qualcuno ti da un lavoro purchessia devi essergli così grato da lavorare anche gratis. Non c’è a questo nuovo stato di fatto alcuna giustificazione teorica: è il mero prodotto dei rapporti di forza nel mercato del lavoro. Rapporti così svantaggiosi da vanificare il peso contrattuale di chi ha la disgrazia di avere solo la disponibilità al lavoro.
La condizione attuale dei professori a contratto gratuito mette in evidenza tre punti. Il primo: la nuova invenzione si allarga dal lavoro non qualificato al lavoro qualificato. Il secondo: se per il lavoro non qualificato il periodo di gratuità può essere ancora considerato provvisorio (ma rischia di essere sempre meno vero), per il lavoro qualificato nell’istruzione la condizione di gratuità è ora assoluta e definitiva: ontologica. Che cosa si contratta in un contratto a titolo gratuito? Il terzo: il soggetto attivo non è l’imprenditore privato ma l’ente pubblico preposto alla trasmissione della cultura e della scienza. In un mercato dove tutto ha un suo prezzo (almeno così ci dicono) il lavoro di chi trasmette conoscenza non merita stipendio: non vale niente.
Marx aveva fondato la critica dello sfruttamento sulla base della duplice natura della forza-lavoro: il capitalista ne paga il valore di scambio (il suo prezzo sul mercato) ma ne impiega il valore d’uso e si appropria del suo prodotto, il plusvalore. L’elasticità di questo sistema contemplava che il lavoro potesse essere pagato di più o di meno (di solito il meno possibile) ma nessun classico - da Smith e Ricardo a Stuart Mill e Keynes, fino ai monetaristi più accaniti - si sarebbe mai sognato di stabilire che il lavoro, impiegato nel suo valore d’uso, deve essere annichilito nel suo valore di scambio e quindi non essere pagato.
Se invece l’ente pubblico stabilisce come principio la gratuità del lavoro nell’insegnamento ciò significa la rinuncia volontaria alla sua riproduzione. La cosa va presa sul serio. Forse è meglio dirlo in modo ancora più chiaro: il centrodestra vuole fare terra bruciata dell’istruzione pubblica. Ora che ha il vento in poppa vuole approfittare dell’occasione irripetibile: cancellare le generazioni che ritiene pericolose nell’insegnamento, interrompere la loro riproduzione e nel nuovo spazio reso vuoto introdurre una nuova generazione di educatori allevati a brioches e Mediaset.
Il lavoro non pagato una volta generava scioperi. Ma ciò presupponeva saldezza collettiva. I docenti a contratto gratuito non sono e non sanno essere forza collettiva. Sono una moltitudine di individui separati, ognuno ricattato nel chiuso della sua condizione personale, incline a ritenere possibile un’uscita individuale dalla propria difficoltà, indotto a pensare che la rivolta sia il mezzo peggiore per riuscirvi. Sono, in una parola, senza difesa.
Ma i loro maestri non sono così sguarniti. Professori, presidi, rettori hanno stipendi, stanno andando in pensione, e neanche Tremonti potrà sottrargliela. Hanno uno status sociale robusto, alcuni di loro sono autori conosciuti, godono di stima generale. Ma nella massima parte stanno zitti. C’è in questo un lato disumano: come possono assistere immobili e in silenzio a una prassi ministeriale, grigia e implacabile, che spenge le speranze dei loro allievi? Perfino durante la guerra la riproduzione della classe docente veniva assicurata come risorsa irrinunciabile. Come possono tacere di fronte alla cancellazione di chi si è formato nell’esercizio della critica e alla sua sostituzione con schiere di docili consumatori dell’immaginario televisivo?
Pancho Pardi
(17 maggio 2009)
Libro Bianco, memoria corta. Il welfare al mercato in crisi
di Felice Roberto Pizzuti
Il grande crollo non ha scalfito le certezze del Libro Verde: così anche il nuovo piano del governo sul welfare consegna pensioni e sanità alla capitalizzazione e ai privati. Aggiungendo incertezza a incertezza, ed evitando di guardare quel che sta succedendo nel mondo.
Il “Libro Bianco sul futuro del modello sociale” è stato presentato dal Governo a circa un anno dal precedente “Libro Verde”, ma il tempo e i fatti intercorsi tra i due documenti non hanno prodotto i necessari insegnamenti. Il Libro Verde aveva avuto la “sfortuna” di essere stato concepito prima della “Grande crisi del 2008” e di essere presentato proprio pochi mesi prima della sua esplosione. Oramai è chiaro che quella in corso è una crisi epocale, che non si limita certo agli aspetti finanziari con i quali si è inizialmente manifestata e, come nel ‘29”, segna uno spartiacque nelle vicende economiche, nelle stesse teorie interpretative e nella mentalità dell’opinione pubblica.
L’insegnamento principale anche di questa crisi è aver confermato l’illusorietà di ritenere che i mercati possano garantire uno sviluppo “armonico”. Come toccò a Keynes spiegare negli anni ’30 - ma altri, come Marx , lo avevano già fatto in precedenza – una contraddizione intrinseca del mercato capitalistico è che esso genera incertezza, la quale, a sua volta, crea seri ostacoli al suo funzionamento. Lo stato sociale nasce e si sviluppa storicamente anche sotto la spinta delle imprese e dei governi, nella convinzione (supportata anche dalle teorie liberali più avanzate) che solo logiche diverse da quella del profitto possono compensare i casi di fallimento - non solo sociali, ma anche economici - del mercato.
La “Grande crisi del 2008” ha vanificato con la durezza dei fatti i tentativi teorici neoliberisti di ridurre l’incertezza – imponderabile per definizione – a rischio probabilisticamente prevedibile. Capita la “lezione”, anche i più strenui difensori del mercato hanno richiesto a gran voce, e continuano a farlo, l’intervento pubblico su tutti i fronti. Il Libro Verde, invece, non cogliendo la natura e l’entità della crisi in arrivo, e pur usando un linguaggio che ostentava attenzione al sociale, riproponeva i cardini della politica affermatasi nei passati decenni; cioè una politica basata sull’idea di contrastare l’incertezza trasferendone gli oneri e la responsabilità dalle istituzione pubbliche alle percezioni e alle possibilità individuali, dalle imprese ai lavoratori.
Il Libro Bianco non ha più nemmeno la “scusante” temporale del documento precedente, ma - pur riconoscendo che in questo momento non sarebbe il caso di aggiungere incertezza a incertezza operando immediatamente un nuovo taglio alle pensioni, alla sanità e in generale alla spesa sociale - insiste comunque a chiare lettere che proprio questa è la strada che intenderà seguire nel corso della presente legislatura.
Come è noto, i bilanci di tante grandi imprese americane, come quelle automobilistiche, erano già in dissesto ben prima del 2008, e una causa significativa stava nel debito pensionistico che avevano accumulato verso i loro dipendenti; i piani di recupero di queste imprese stanno passando anche per la riduzione delle coperture pensionistiche già maturate. D’altra parte, i sistemi pensionistici a capitalizzazione - che il Governo vorrebbe diffondere nel nostro paese con un ruolo non più integrativo, ma sostitutivo del sistema pubblico a ripartizione – avevano già lasciato del tutto privi di copertura lavoratori americani, come i dipendenti della Enron, o lavoratori inglesi, come quelli del gruppo Maxwell.
Nel nostro paese, la previdenza privata a capitalizzazione ha ancora un ruolo complementare e segue regole d’investimento mediamente più prudenti - che però significa investire il risparmio previdenziale essenzialmente in titoli di stato, proprio per arginare i rischi della capitalizzazione! Tuttavia, ciò non ha impedito che, specialmente per i lavoratori che hanno aderito ai comparti più “dinamici” (cioè maggiormente esposti in investimenti azionari) dei fondi “aperti”, la distruzione di risparmio nel corso del 2008 abbia raggiunto anche il 28% tra i fondi negoziali e il 39% tra i fondi aperti.
E’ dunque paradossale che proprio mentre la crisi ribadisce con crudezza che l’incertezza è un aspetto strutturale del funzionamento del mercato, il nostro governo pensi di affidargli il compito di contrastarla estendendo il metodo della capitalizzazione e il ruolo dei privati anche alla sanità e alla gestione degli ammortizzatori sociali.
Un comportamento così “paradossale” da parte del Governo dovrebbe scontrarsi anche con un’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica alla sicurezza sociale, al conseguente maggior ruolo del welfare state e a politiche che favoriscano congiuntamente la crescita del reddito e una sua più equa distribuzione. Ma l’affermarsi di tali sensibilità nell’opinione pubblica e nella loro traduzione in scelte reali per la vita del nostro paese dipende anche dalla capacità della politica e dei suoi rappresentanti di intercettare e stimolare queste tendenze potenziali di tipo progressivo, riuscendo a indirizzarle in senso istituzionale. Come è noto, la crisi del ’29, mentre negli Usa stimolo il New deal, in Germania contribuì all’avvento del nazismo.
(17 maggio 2009)
Il grande crollo non ha scalfito le certezze del Libro Verde: così anche il nuovo piano del governo sul welfare consegna pensioni e sanità alla capitalizzazione e ai privati. Aggiungendo incertezza a incertezza, ed evitando di guardare quel che sta succedendo nel mondo.
Il “Libro Bianco sul futuro del modello sociale” è stato presentato dal Governo a circa un anno dal precedente “Libro Verde”, ma il tempo e i fatti intercorsi tra i due documenti non hanno prodotto i necessari insegnamenti. Il Libro Verde aveva avuto la “sfortuna” di essere stato concepito prima della “Grande crisi del 2008” e di essere presentato proprio pochi mesi prima della sua esplosione. Oramai è chiaro che quella in corso è una crisi epocale, che non si limita certo agli aspetti finanziari con i quali si è inizialmente manifestata e, come nel ‘29”, segna uno spartiacque nelle vicende economiche, nelle stesse teorie interpretative e nella mentalità dell’opinione pubblica.
L’insegnamento principale anche di questa crisi è aver confermato l’illusorietà di ritenere che i mercati possano garantire uno sviluppo “armonico”. Come toccò a Keynes spiegare negli anni ’30 - ma altri, come Marx , lo avevano già fatto in precedenza – una contraddizione intrinseca del mercato capitalistico è che esso genera incertezza, la quale, a sua volta, crea seri ostacoli al suo funzionamento. Lo stato sociale nasce e si sviluppa storicamente anche sotto la spinta delle imprese e dei governi, nella convinzione (supportata anche dalle teorie liberali più avanzate) che solo logiche diverse da quella del profitto possono compensare i casi di fallimento - non solo sociali, ma anche economici - del mercato.
La “Grande crisi del 2008” ha vanificato con la durezza dei fatti i tentativi teorici neoliberisti di ridurre l’incertezza – imponderabile per definizione – a rischio probabilisticamente prevedibile. Capita la “lezione”, anche i più strenui difensori del mercato hanno richiesto a gran voce, e continuano a farlo, l’intervento pubblico su tutti i fronti. Il Libro Verde, invece, non cogliendo la natura e l’entità della crisi in arrivo, e pur usando un linguaggio che ostentava attenzione al sociale, riproponeva i cardini della politica affermatasi nei passati decenni; cioè una politica basata sull’idea di contrastare l’incertezza trasferendone gli oneri e la responsabilità dalle istituzione pubbliche alle percezioni e alle possibilità individuali, dalle imprese ai lavoratori.
Il Libro Bianco non ha più nemmeno la “scusante” temporale del documento precedente, ma - pur riconoscendo che in questo momento non sarebbe il caso di aggiungere incertezza a incertezza operando immediatamente un nuovo taglio alle pensioni, alla sanità e in generale alla spesa sociale - insiste comunque a chiare lettere che proprio questa è la strada che intenderà seguire nel corso della presente legislatura.
Come è noto, i bilanci di tante grandi imprese americane, come quelle automobilistiche, erano già in dissesto ben prima del 2008, e una causa significativa stava nel debito pensionistico che avevano accumulato verso i loro dipendenti; i piani di recupero di queste imprese stanno passando anche per la riduzione delle coperture pensionistiche già maturate. D’altra parte, i sistemi pensionistici a capitalizzazione - che il Governo vorrebbe diffondere nel nostro paese con un ruolo non più integrativo, ma sostitutivo del sistema pubblico a ripartizione – avevano già lasciato del tutto privi di copertura lavoratori americani, come i dipendenti della Enron, o lavoratori inglesi, come quelli del gruppo Maxwell.
Nel nostro paese, la previdenza privata a capitalizzazione ha ancora un ruolo complementare e segue regole d’investimento mediamente più prudenti - che però significa investire il risparmio previdenziale essenzialmente in titoli di stato, proprio per arginare i rischi della capitalizzazione! Tuttavia, ciò non ha impedito che, specialmente per i lavoratori che hanno aderito ai comparti più “dinamici” (cioè maggiormente esposti in investimenti azionari) dei fondi “aperti”, la distruzione di risparmio nel corso del 2008 abbia raggiunto anche il 28% tra i fondi negoziali e il 39% tra i fondi aperti.
E’ dunque paradossale che proprio mentre la crisi ribadisce con crudezza che l’incertezza è un aspetto strutturale del funzionamento del mercato, il nostro governo pensi di affidargli il compito di contrastarla estendendo il metodo della capitalizzazione e il ruolo dei privati anche alla sanità e alla gestione degli ammortizzatori sociali.
Un comportamento così “paradossale” da parte del Governo dovrebbe scontrarsi anche con un’accresciuta sensibilità dell’opinione pubblica alla sicurezza sociale, al conseguente maggior ruolo del welfare state e a politiche che favoriscano congiuntamente la crescita del reddito e una sua più equa distribuzione. Ma l’affermarsi di tali sensibilità nell’opinione pubblica e nella loro traduzione in scelte reali per la vita del nostro paese dipende anche dalla capacità della politica e dei suoi rappresentanti di intercettare e stimolare queste tendenze potenziali di tipo progressivo, riuscendo a indirizzarle in senso istituzionale. Come è noto, la crisi del ’29, mentre negli Usa stimolo il New deal, in Germania contribuì all’avvento del nazismo.
(17 maggio 2009)
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