mercoledì 29 luglio 2009

Binetti: colpa delle ragazze

Postato il 29 luglio 2009 da v.guarnieri
Ogni anno a novembre si tirano le somme delle violenze sulle donne, e puntualmente ogni anno viene fuori che l’Italia è il paese più violento d’Europa, superando l’anno scorso anche la Spagna. Con il triste primato di 6 milioni e mezzo di donne che hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale in Italia la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente tra le donne di età compresa fra i 14 e i 50 anni; più vittime del cancro, o degli incidenti stradali!
Era abbastanza ovvio che con una situazione del genere anche un governo arretrato come il nostro, che tratta le donne a stock, dovesse cercare di porre rimedio, o mettere una pezza. Ecco così che arriva il decreto anti – stupro. Tuttavia ci si trova davvero rattristati da certe affermazioni, come quella di Ghedini sopraccitata, ma anche come quella della Binetti, di qualche giorno fa.
E’ infatti della senatrice del Partito Democratico l’affermazione secondo cui il boom degli stupri sia dovuti a:
«Certi look iper-sexy, certi modi di porsi che possono causare una mancanza di rispetto delle ragazze. A possibili ripercussioni pesanti» .
Pare quindi, secondo l’analisi della Binetti, sia colpa delle ragazze, vittime dello stile di vita del tempo moderno; infatti esse attirano le attenzioni dei maschietti con:
il loro stile di vita, il modo in cui si pongono, i messaggi che lanciano attraverso i loro indumenti, il loro stile
Ma attenzione a chi volesse pensare che ancora una volta il “gentil sesso” si trovi danneggiato dalle stesse donne che dovrebbero rappresentarlo.
C’è la necessità di fare un’intensa azione di prevenzione proprio a partire dalle scuole, non solo cercando di far capire ai ragazzi i modelli di sicurezza per cui fare dei corsi di karate, ma i modelli di sicurezza che nascono anche dal fatto che tu ti poni in un certo modo rispetto agli altri
secondo la senatrice dobbiamo perciò ripensare a un nuovo stile di vita.
Queste dichiarazioni ci riportano indietro di cinquant’anni. Non importa che io declini gentilmente un invito, se il mio interlocutore decide che la mia camicetta dica un’altra cosa.
A questo punto le soluzioni sono due: o iniziamo a vestire le donne con lo scafandro da palombaro e riapriamo le case/lavanderia della Maddalena, oppure, alternativa più pratica, insegnamo ai nostri figli a considerare le loro compagne come esseri umani, e puntiamo su una vera educazione. Mi chiedo solo se sia possibile con certi individui che da una parte e dall’altra governano questo paese.
photo credit: Ritratto di Paola Binetti di Stefano Bolognini

Mafia e aziende

di Elio Veltri

L’allarme, i fatti e i dati contenuti nel libro Mafia Pulita trovano ogni giorno riscontro negli articoli di quotidiani autorevoli, nelle relazioni davanti al Parlamento e negli studi degli istituti di ricerca. Per farla breve, la mafia italiana( Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra) sta comprando le aziende in crisi di liquidità. Ma non nel Sud del paese dove tutto ciò che poteva l’ha già comprato. Compra in Lombardia, nel Nord Est, a Roma(persino il caffè della dolce vita di Fellini) e in tutte le altre regioni.
Nel mese di giugno dalle pagine del Corriere della Sera il presidente dell’Assimpredil lombarda De Albertis ha dato l’allarme usura sottolineando il rischio mafia, ma sottovalutando l’obiettivo vero delle mafie che è quello di impossessarsi delle imprese.
Il 6 di Luglio Sole 24 ore con tre pagine piene di commenti e di dati ha ripreso l’argomento definendo l’economia illegale e criminale il problema “ cruciale del paese”. A parere del giornale di Confindustria il fatturato annuo dell’economia illegale e criminale è di 420 miliardi di euro, un quarto della ricchezza nazionale, sottratta a qualsiasi controllo dello Stato perché evade tasse e contributi, non rispetta i contratti di lavoro e quando la gente muore la buttano nella spazzatura. Secondo il Sole il fatturato è così suddviso: 250 miliardi di euro di economia sommersa e 170 di economia mafiosa. Mentre il dato riferito all’economia mafiosa coincide con quello riportato nel nostro libro, quello dell’economia in nero è sottostimato. Ma anche se fosse esatto saremmo di fronte a una evasione fiscale di oltre 150 miliardi di euro anno e contributiva di oltre 50 miliardi. Una catastrofe. E poi il governo ci chiede due euro per l’Abruzzo!
Il governatore di Bankitalia Draghi ha ribadito le preoccupazioni e rilanciato l’allarme in commissione Antimafia e davanti alle commissioni parlamentari bilancio ed economia mercoledì 22 luglio ed Eugenio Scalfari su Repubblica il 26 Luglio.
Reazioni? Nessuna da nessuna parte: né dal governo, né dalla opposizione del PD e tanto meno dall’ultraopposizione dell’Italia dei Valori.
Anche perché per entrare nel merito di questi argomenti bisogna conoscerli altrimenti si fa la figura che ha fatto Di Pietro con Draghi quando ha eccepito sul ruolo della Banca d’Italia senza conoscerne Statuto e regolamenti.
Una risposta il governo però l’ha data: il terzo Scudo Fiscale. I latini dicevano che Tertium non datur, ma Berlusconi e Tremonti la pensano diversamente.
Con uno scudo fiscale unico al mondo perché prevede l’anonimato di chi fa rientrare i capitali senza prevedere una rigorosa certificazione sull’origine degli stessi e con una tassa del 5% del totale sono certe due cose: rientreranno capitali mafiosi, macchiati di sangue mescolati agli altri che sono solo macchiati di reati fiscali e tributari.
Lo Stato in questo modo diventa il più grande riciclatore di denaro sporco.
Per concludere, penso che il matrimonio tutto italiano anarchia-criminalità non durerà a lungo. In tempi brevi l’Europa, che subisce già danni enormi, si farà sentire per una ragione semplice: l’economia illegale e mafiosa è il più potente agente di distorsione e violazione delle regole del mercato a cominciare dalla concorrenza. Molto più pericoloso degli aiuti di Stato che sono vietati.
E’ forse questa la ragione della volontà pervicace di evitare che si parli dell’argomento confidando anche nelle labbra cucite dei corrispondenti della stampa estera?

Sud e dialetto, grandi problemi.

I problemi impellenti per la maggioranza al governo non sono la crisi economica, la mafia, la criminalità, la scuola, la sanità. I veri problemi per lorsignori sono il "partito del sud" e il dialetto nelle scuole. In altre parole i veri problemi sono aumentare il potere politico del sud italia e sparare certe cavolate populistiche per farsi belli di fronte ai propri elettori.
La cosa bella da notare è che ogni volta che i poteri precostituiti sembrano in crisi nasce l'idea del partito del sud o comunque di forte impronta siciliana. Accadde appena finita la seconda guerra mondiale, accadde dopo tangentopoli. Che ci sia un'altra crisi seria ai vertici? Vedremo.
Comunque io penso che queste discussioni all'interno della maggioranza facciano ben capire qual'è lo spessore di questa classe politica. Divisioni tipiche delle curve calcistiche (sud contro nord), proposte buone solo per far esclamare nei bar sport "si l'è giust", idee sfornate apposta per incantare la gente e per far finta di proteggere le radici, che per la Lega Nord, per inciso, si traduce nel demonizzare l'altro, il diverso, l'extracomunitario, il meridionale, il gay o chissà chi altro. La difesa delle radici per la Lega si ferma qui. Nel ridicolizzare quelle altrui.
Innanzitutto credo che se si voglia realmente rilanciare il sud e risolvere l'eterna questione meridionale quello che non serve è proprio un partito-lobby in stile Lega o altro denaro a fondo perduto che finisce regolarmente nelle tasche dei mafiosi o dei politici che appoggiano la mafia. Per rivitalizzare il sud sarebbe invece auspicabile contrastare la mafia e la corruzione (ad esempio incrementando le intercettazioni) invece di fare solamente finta di farlo. Ecco, limitando il potere della mafia e il cancro della corruzione sono sicuro che anche il sud si svilupperebbe molto velocemente. In quel caso si che i fondi potrebbero essere ben utilizzati, ad esempio per aiutare le giovani imprese o per costruire le necessarie infrastrutture, che sono a dir poco fondamentali per valorizzare quella che è già oggi la più grande impresa del sud, quella del turismo. In questa maniera si premierebbero sicuramente gli imprenditori coraggiosi ed onesti, capaci di fare il loro lavoro e di creare così ricchezza, benessere, sviluppo.
Il recente caso dell'ospedale agrigentino è emblematico: come si può anche solamente pensare di sviluppare il sud quando la mafia può permettersi di creare "opere" come quella? Chiaro che poi la gente che pensa di non avere la mafia in casa protesta e vuole il federalismo (altro termine per dire che non vogliono più sostenere il sud). Quello che servirebbe sono controlli più stretti, sia a livello cartaceo che a livello di costruzione vera e propria. Controllare appalti e lavori dunque, ma seriamente e con pene severe per chi sgarra. Smetterla con le promozioni per meriti esclusivamente politici, scegliere amministratori capaci e medici privi di un'inutile tessera di partito. Si può fare questo? E' possibile in Italia? Il popolo vuole questo o no? Vuole la meritocrazia o la partitocrazia?
E la Lega, che in passato di queste battaglie si faceva portavoce non ha altro a cui pensare che il dialetto insegnato a scuola? A scuola non si va per imparare il dialetto, già sufficientemente insegnato a casa da diversi secoli a questa parte in maniera, mi pare, più che ottimale. A scuola si dovrebbero imparare l'inglese, l'informatica, la storia del '900 (e del dopoguerra in particolare), la matematica, la logica, altrimenti continueremo ad avere una popolazione ignorante, arretrata, superstiziosa, irresponsabile e servile.
Come? E' la popolazione che serve al berlusconismo e al leghismo per prosperare? Già, è vero.

martedì 28 luglio 2009

Massimo Ciancimino: ''Ho paura di essere ucciso''

di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - 28 luglio 2009
Un’alta attenzione mediatica. L’aspettativa da parte di tutti di conoscere le verità sulle stragi del ’92. L’inaspettato intervento del capo dei capi Totò Riina su una trattativa che si concluse con la sua cattura. Il brulicare crescente di informazioni che i politici, non si sa bene perché, iniziano a dare solo oggi, dopo l’annuncio di Massimo Ciancimino (che parla invece ai magistrati da più di un anno) di consegnare ai pm di Palermo: il sostituto Nino Di Matteo e l’aggiunto Antonio Ingroia, i documenti del padre con il famoso “papello”.

Il foglio scritto da Riina, o per sua interposta persona, con le sue richieste allo Stato in cambio della fine delle bombe del ‘92. Un susseguirsi di notizie, dichiarazioni, colpi di scena che stanno creando fermento intorno al coinvolgimento di apparati istituzionali nella trattativa avviata nel 1992 tra lo Stato e Cosa Nostra e il ruolo di questi nella strage di via Mariano d’Amelio. Un capitolo che vede al centro Massimo Ciancimino il quale continua a mantenere fede alla sua promessa di dire la verità.
Una verità che - ci ha subito confessato durante il nostro recente incontro - lo sta esponendo a ritorsioni di ogni genere e tipo. Tanto che è stato costretto a traslocare in un albergo dove vive barricato in una stanza. Non molto tempo fa il comitato per l’ordine e la sicurezza gli aveva affidato una tutela richiesta dalla Procura della Repubblica di Bologna costituita da due uomini in borghese che lo accompagnano nei suoi spostamenti. Una protezione comunque superficiale, certamente non all’altezza della portata delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo che, “riconoscendo lo sforzo” dei suoi “protettori”, noleggerà una macchina blindata: “Devo proteggere mia moglie e mio figlio quando viaggio con loro”.
E ancora, fortemente preoccupato, ci dice: “Temo di non arrivare al processo Dell’Utri”. Un processo in cui in tutta probabilità (i giudici si sono riservati di decidere) sarà chiamato a deporre il 17 settembre prossimo.
Il timore di Massimo Ciancimino non è dovuto alla sua ansia, né al suo protagonismo, nasce invece da altre forme di minacce ricevute da soggetti neppure troppo anonimi. Ma di questo lui non vuole parlare. Ci sono in gioco interessi troppo alti che non devono essere toccati. Di recente rispondendo alle domande dei pm aveva detto “è un gioco più grande di me”. Ci sono equilibri che destabilizzerebbero l’attuale potere politico, nato proprio in quegli anni di stragi e contrattazioni, quando l’era di “Tangentopoli” aveva rastrellato i vecchi partiti storici collusi e corrotti.
Fu lì che Cosa Nostra sferrò il suo attacco allo Stato per dare un segnale a quella certa classe politica che non era riuscita a garantire a dovere alcune promesse. Per questo venne ucciso Lima poi Falcone. Ma lo Stato invece di mostrare il suo pugno di ferro intavolò quella che per tutti è diventata la “Trattativa”. Quel dialogo tra mafia e istituzioni che in realtà, secondo la testimonianza di Ciancimino junior, ebbe tre fasi.
La prima. Quella che - a differenza di quanto sostiene oggi l’on. Mancino – venne avviata dal Ros, quando a fine giugno ’92 il capitano De Donno contattò, durante un viaggio aereo Palermo – Roma, Massimo Ciancimino per chiedergli di convincere suo padre a incontrare il gen. Mario Mori e poter effettuare uno scambio con Riina. Lo svolgimento di questa prima fase lo si conosce dalle varie ricostruzioni processuali. Vito Ciancimino si rese disponibile sperando di poter ottenere qualche beneficio per la sua detenzione e lo stesso Riina accettò di buon grado quel primo passo. Da lì la sua frase “si sono fatti sotto” e la realizzazione di un “papello” pieno di richieste che lo stesso Sindaco di Palermo aveva ritenuto inaccettabili.
Ed è proprio in questo momento che qualcuno, in alto, molto probabilmente all’interno dei servizi o per mandato dei cosiddetti poteri forti, convinse Riina ad accelerare i tempi e mettere a punto la strage di Via d’Amelio. Per sbloccare il dialogo e per eliminare un ostacolo scomodo e pericoloso: Paolo Borsellino.
La seconda fase della trattativa è quella dell’autunno ’92 che vide subentrare Provenzano, finora rimasto spettatore. Binnu, riprendendo in segreto il dialogo con i carabinieri attraverso Vito Ciancimino, condusse questa parte di trattativa facendo di Riina il suo oggetto di scambio.
Chi in effetti avrebbe potuto rivelare a Vito Ciancimino il nascondiglio del padrino che egli stesso indica nelle mappe di Palermo procurate dai Carabinieri?
Il capo dei corleonesi venne così catturato, in cambio di nuovi accordi, nel gennaio del ’93 ma, nonostante il Ros avesse individuato il covo (nel quale avrebbe potuto trovare documentazione importantissima) i carabinieri guidati da Mori trascurarono la casa di via Bernini, rimasta priva di sorveglianza per 18 giorni. Il tempo sufficiente agli uomini di Cosa Nostra per ripulire la villa di ogni carteggio compromettente e per trasferire la famiglia del capomafia a Corleone.
Di qui sarebbe poi partita anche una terza trattativa: quella che ha visto Provenzano scavalcare anche Vito Ciancimino nei rapporti con le istituzioni.
Il Ragioniere di Cosa Nostra infatti era in cerca di referenti politici in grado di garantirgli impunità e agevolazioni legislative per quella che sarà la nuova mafia del dopo stragi. Interlocutori credibili che secondo i collaboratori di giustizia più accreditati, come Nino Giuffé, Provenzano trova nel nascente partito politico di Forza Italia cui sarebbe giunto, tramite Marcello Dell’Utri, già vecchio amico di Cosa Nostra sin dagli anni Settanta. (Infatti molti collaboratori di giustizia hanno dichiarato che Dell'Utri è amico di Cosa Nostra sin dai tempi di Stefano Bontade e Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Berlusconi. Ma è soprattutto Salvatore Cancemi, ex membro della Cupola e ora collaboratore di giustizia, che ascolta, nel 1991 da Riina in persona, le seguenti parole: “Berlusconi e Dell'Utri sono nelle mie mani e questo è un bene per tutta Cosa Nostra).
Per la Cosa Nuova il vecchio sindaco risultava infatti già troppo compromesso.
Don Vito venne così arrestato a dicembre del ’92 ma non smetterà comunque di essere il consigliere di Provenzano che incontrerà nella sua casa di Roma fino al 2002, durante gli arresti domiciliari. Infatti il nuovo capo di Cosa Nostra è a lui che si rivolgerà per un suggerimento quando nel 1994 dovrà recapitare la lettera con le minacce al neo eletto Silvio Berlusconi tramite Dell’Utri. Intimidazioni preventive che Cosa Nostra invia al Presidente del Consiglio per ricordargli “chi comanda” e che “ci sono dei doveri da rispettare”. La lettera – così come ha raccontato Massimo Ciancimino ai giudici – era stata consegnata nelle sue mani nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in presenza dello stesso Lipari e Provenzano. Il compito di Ciancimino jr era dunque quello di farla arrivare a suo padre, all’epoca detenuto a Rebibbia affinché esprimesse il suo parere. Una missiva che era rimasta ai Ciancimino mentre un’altra uguale faceva il suo corso fino a giungere al destinatario finale.
Una ricostruzione questa che completa le tesi espresse da diversi collaboratori di giustizia sentiti in tutti questi anni dalle varie Procure e le ipotesi investigative sulle stragi del ’92-’93 le quali più volte si sono fermate, per mancanza di riscontri o per scadenza dei tempi di indagine, al filone delle responsabilità politiche e istituzionali sulle stragi in un periodo che ha segnato il passaggio tra la prima e la seconda repubblica italiana.
Restano da capire alcuni punti che il figlio più piccolo di don Vito ci auguriamo potrà chiarire in dibattimento, con un confronto aperto, se i giudici lo riterranno opportuno, con i signori Riina, Cinà o Provenzano. Il capo dei capi intanto, a sorpresa, ha espresso la sua opinione, a modo suo, negando la prima trattativa, quella portata avanti da lui stesso e chiarendo di essere stato venduto da un accordo segreto tra lo Stato e Vito Ciancimino. “Riina discolpandosi dalla strage di via d’Amelio – ha affermato Ciancimino - implicitamente sostiene per la prima volta il suo ruolo in Cosa Nostra e non citando la strage di Capaci non nega di avervi partecipato”. Dunque Riina non parla a caso, le sue accuse tuonano come messaggi: “io non c’entro con la morte di Borsellino” ha detto, “l’hanno ammazzato loro”. La domanda è: loro chi? A chi Riina sta mandando i suoi avvertimenti? E perché alcuni personaggi protagonisti della politica solo oggi rispondono e, molto parzialmente, a domande che avrebbero dovuto avere risposte esaustive subito dopo le stragi?

Mafia e stato: a che punto siamo?

di Anna Petrozzi - 28 luglio 2009

“Spiragli di luce” li ha chiamati il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, quei nuovi importantissimi elementi investigativi su cui stanno lavorando i magistrati della procura di Palermo e Caltanissetta. Spiragli che potrebbero portare alla verità, o quanto meno ad avvicinarsi al reale scenario che ha determinato la stagione stragista del ’92 e ’93 che vede coinvolti non solo gli uomini di Cosa Nostra ma anche altre entità di cui forse si possono cominciare ad intravvedere i lineamenti.

Alla prorompente richiesta di giustizia e verità gridata da Salvatore Borsellino che si è premurato di spiegare a mezza Italia cosa fossero l’agenda rossa scomparsa di suo fratello e il castello Utveggio sono corrisposte le importantissime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, e la collaborazione di Gaspare Spatuzza.
Pare dunque che sia il momento buono: c’è attenzione da parte della società civile, emergono carte e riscontri e un gran fermento di ricordi affiora alla memoria dei protagonisti istituzionali di quei tragici giorni. Persino Salvatore Riina ha rotto il suo silenzio tombale e ha accettato un colloquio con il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i sostituti Gozzo e Marino durato ben tre ore.
Benché sia grande la speranza degli italiani onesti di capire esattamente cosa accadde in quel biennio e come le stragi abbiano influenzato il dispiegarsi del progetto di deriva democratica cui siamo giunti inesorabilmente fino ad oggi, occorre muoversi con molta prudenza e cercare di analizzare il più possibile i fatti. Anche perché la nostra storia è densa di depistaggi, inganni, doppi giochi, patti, caffè avvelenati e sempre per dirla con Ingroia “cortine fumogene”.
Procediamo con ordine, per quanto si possa.
Spatuzza. Gaspare Spatuzza era un killer di Brancaccio, per 13 anni rinchiuso al 41 bis, che ora, in preda ad una crisi mistica, chiede di parlare con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso perché vuole raccontare la sua verità. “Sono stato io - ha confessato – a rubare la 126” che imbottita di tritolo ha ucciso Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta. Ad auto accusarsi dello stesso reato però era stato Vincenzo Scarantino e sebbene presa con le pinze e mille riserve la sua ricostruzione era stata sancita dalla Cassazione. Oggi sembra che i riscontri però diano ragione a Spatuzza e quindi si profila la possibilità per alcuni condannati in via definitiva di far rivedere le proprie posizioni.
“Ci sono innocenti in carcere e colpevoli in libertà”, così si era espresso a suo tempo Giovanni Brusca proprio in relazione alle dichiarazioni di Scarantino e così ha parlato anche Salvatore Riina che, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio, ha dichiarato che Paolo Borsellino “l’ammazzarono loro”. Loro sarebbero i “servizi segreti”, l’entità grigia che spunta sempre quando nel nostro Paese non riescono ad individuare responsabilità precise di eccidi terribili che nascondono dietro alla violenza progetti ben precisi di orientamenti politici e di alleanze economiche.
Chiaramente non è trapelato nulla del dialogo del capo dei capi con i magistrati di Caltanissetta, eccezion fatta per l’annuncio, da parte dell’avvocato difensore del boss Luca Cianferoni, della prossima consegna di un memoriale che Riina stesso firmerà. La sua verità insomma.
Le sue dichiarazioni e ancora di più le notizie attorno ai documenti cartacei e audio che sarebbero in possesso di Massimo Ciancimino hanno sollecitato come mai in questi anni i ricordi finora taciuti di illustri uomini dello stato.
L’affaire Mancino. L’allora neoeletto Ministro dell’Interno è stato chiamato in causa più e più volte da Salvatore Borsellino poiché nell’agenda del giudice ucciso, quella grigia dedicata agli appuntamenti e ai conti, in data 1 luglio 1992 è segnato il suo nome. Gaspare Mutolo, il collaboratore che stava verbalizzando in quel giorno proprio con Borsellino, aveva infatti raccontato che il magistrato aveva interrotto il loro interrogatorio per andare dal Ministro. In principio Mancino aveva sostenuto di essere certo di non aver incontrato il giudice per poi precisare di non ricordare se tra le tante mani strette quel giorno di insediamento ci fosse stata anche quella di Borsellino. Cioè ha sostenuto di non rammentare se aveva ricevuto il giudice più in vista d’Italia in quel momento, da tutti ritenuto l’erede diretto di Giovanni Falcone, ammazzato a Capaci poco più di un mese prima. E quale prova aveva esibito la sua agenda intonsa. Versione incredibile ma poco contestabile, agenda contro agenda. Oggi invece è spuntata dal nulla la versione di Giuseppe Ayala, ex magistrato, che afferma invece di aver visto nell’agenda di Mancino segnato proprio l’appuntamento con l’amico Paolo. Non esclude però che l’incontro tra Borsellino e il ministro possa essere stato fugace e che si sia limitato ad una stretta di mano.
Tra le ipotesi investigative sull’eccidio di via D’Amelio ha preso sempre più corpo nel tempo la probabilità che l’accelerazione con cui venne eseguita la strage sia stata innescata dalla consapevolezza del giudice rispetto alla cosiddetta Trattativa. Vale a dire che Paolo Borsellino era venuto a conoscenza del dialogo che era in corso in quel momento tra il Ros dei carabinieri, l’allora colonnello Mori e il capitano De Donno, e la mafia di Riina per il tramite di Vito Ciancimino e di Antonio Cinà e si sia fortemente opposto, divenendo così un fastidioso ostacolo da rimuovere.
Ammesso che tale impostazione sia corretta e che questo movente sia tra i tanti possibili, viste le molte intuizioni e conoscenze di Borsellino, quello scatenante, resta da capire chi lo informò e quando.
Qualche giorno fa Mancino, che ha sempre negato con forza un suo qualsivoglia coinvolgimento in questi fatti, in un’intervista rilasciata ad Attilio Bolzoni e Francesco Viviano di La Repubblica, ha ammesso per la prima volta che in effetti vi fu una richiesta di trattativa da parte della mafia, ma che fu rispedita al mittente senza colpo ferire. Peccato che questa sua tardiva narrazione contraddica quanto già accertato da sentenze cioè che fu il Ros a chiedere un appuntamento con Vito Ciancimino tramite il più piccolo dei suoi figli, Massimo appunto, incontrato per caso su un volo Palermo-Roma dal capitano De Donno.
E’ quindi lo Stato a cercare la mafia e non viceversa.
Pugno di ferro acclamato anche da Luciano Violante che finora si era dimenticato di far sapere che anche lui era a conoscenza della trattativa ma che la respinse con sdegno. A ruota l’ex ministro della giustizia Martelli che ravvisa elementi validi nelle esternazioni di pretesa innocenza di Riina mentre l’ex ministro Scotti, che fu esautorato delle funzioni di Ministro dell’Interno in una notte e sostituito da Mancino proprio quel 1° luglio, rammenta lo stato di allarme in cui si trovava il Paese a cavallo delle stragi e di come la minaccia di una strategia destabilizzatrice fosse più che concreta.
Dopo anni di silenzio e persino una controversa dichiarazione di vittoria sulla mafia molto poco apprezzata al vertice Onu del 2000 anche il criminologo Pino Arlacchi è intervenuto nel dibattito inquadrando la trattativa intavolata dal Ros con la mafia in una sorta di eterno conflitto tra carabinieri e polizia. “Perché è bene che si sappia: il cancro della lotta alla mafia è sempre stata la concorrenza, le gelosia tra apparati dello Stato”.
Il Ros. Il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri era stato creato proprio per supportare le indagini più delicate. Grandi successi e grandi misteri.
15 gennaio 1993, cattura di Totò Riina e il covo di via Bernini lasciato a disposizione della mafia che lo ripulisce in fretta e furia. 31 ottobre 1995, Luigi Ilardo guida il colonnello Riccio nella masseria di Mezzojuso dove si intrattiene con Provenzano tutto il giorno, ma non arrivano i rinforzi e il boss sfugge. Ilardo viene assassinato una settimana dopo aver manifestato la sua volontà di collaborare formalmente con lo stato, dopo che aveva registrato decine di cassette con il colonnello Riccio dai contenuti esplosivi che forse oggi cominciano ad avere un loro filo logico.
La cattura di Riina e la superlatitanza di Provenzano sono collegate? Fanno parte di un unico disegno che ruota attorno alla trattativa, a più trattative?
A questo stanno lavorando senza sosta i procuratori di Caltanissetta e Palermo che hanno già sentito alcuni degli autori delle varie dichiarazioni di cui sopra. Intanto al processo per la fallita cattura di Provenzano il colonnello Riccio ha fatto pervenire copia fotografica di tre floppy disks che ha rinvenuto nella sua abitazione in seguito a lavori di ristrutturazione che contengono le relazioni di servizio da lui compilate dall’agosto del ’95 al maggio ’96. Per l’esattezza fino all’11 maggio 1996 il giorno successivo all’omicidio di Ilardo. Raccontano per filo e segno le attività svolte dal colonnello dal giorno in cui cominciò a gestire la collaborazione del reggente della famiglia di Caltanissetta per conto del Ros, relazioni che Riccio compilava sui computer del Ros e che gli furono consegnate dal maggiore Damiano a conclusione del suo operato.
Il presidente della IV sezione del Tribunale, Mario Fontana, ha disposto che sia il colonnello Riccio stesso a consegnare alla corte i tre floppy e che quindi venga sentito il 25 settembre prossimo in modo da fornire le spiegazioni necessarie.
Al medesimo processo saranno sentiti anche Nino Giuffré in trasferta a Roma il 7 e l’8 ottobre prossimi e il teste tanto atteso: Massimo Ciancimino. Forse è sarà lui a fornire la giusta chiave di interpretazione di tutti questi eventi che sembrano essere strettamente correlati tra di loro.

Sedna e la gravità

Fin dalla formazione dei primi atomi, sulla spinta primordiale del Big Bang, la grande nube di idrogeno ed elio primordiali aveva cominciato ad espandersi, come fa tuttora, con il risultato di una rarefazione della materia. Tuttavia, una forza immane si è opposta a questo processo: l’attrazione gravitazionale l'attrazione gravitazionale che la materia esercita su se stessa. La gravità, se pure non era in grado di arrestare l’espansione generale, è riuscita a prevalere localmente là dove la materia era più densa e quindi la forza di attrazione maggiore. Attorno alle regioni di gas più denso, altro gas veniva richiamato dall’attrazione gravitazionale col risultato di accrescere la densità locale, intensificando così la forza di gravità ed infine condensando la materia dell’universo in enormi nubi: le protogalassie. Queste erano destinate a concentrarsi ulteriormente fino a diventare Galassie, cioè fino al momento in cui la concentrazione locale di materia al loro interno aveva generato tanti nuclei, sempre più densi e più caldi, fino al punto in cui in qualcuno di essi si erano verificate le condizioni per innesco della più semplice delle fusioni termonucleari: la fusione dell’idrogeno che si trasforma in elio. Erano nate le prime stelle.
Cinque miliardi di anni fa, l’universo aveva già una decina di miliardi di anni di vita. Era già strutturato in miliardi di Galassie e la sua composizione era cambiata rispetto a quella primordiale, i cui soli elementi erano l’idrogeno e l’elio . Questo perché all’interno delle Galassie le gigantesche stelle di prima generazione avevano rapidamente concluso il loro ciclo vitale ed erano esplose dopo aver formato elementi più pesanti. Con l’esplosione esse avevano completato la nucleosintesi fino agli elementi transuranici e, proiettando buona parte della propria materia nello spazio circostante, avevano arricchito la composizione chimica del gas interstellare.

Questo processo non si era arrestato alla prima generazione di stelle. Quelle di grande massa continuavano a vivere e a morire in spettacolari esplosioni di supernova e l’universo si arricchiva di elementi pesanti. La nostra Via Lattea, come pure le altre Galassie, aveva già assunto, grazie alla concentrazione gravitazionale, l’aspetto lenticolare simile a quello attuale. La maggior parte della sua materia era concentrata su un disco, o meglio, su una spirale appiattita. In particolare, come le altre galassie a spirale, aveva il bulbo centrale rigonfio, splendente di stelle antiche, mentre i bracci di spirale, densi di stelle vecchie e giovani, erano ricchi di “materia prima” ancora utilizzabile per la nucleosintesi: gas interstellare, già arricchito con gli elementi forniti da antiche e recenti esplosioni stellari, opaco o splendente a seconda della sua densità e temperatura.

Lungo queste spirali, il gas continuava a concentrarsi grazie alla gravità, e ciò permetteva la formazione di nuove stelle, per collasso gravitazionale locale di qualche nube più densa. Così, in quell’epoca, in una regione del disco situata nel cosiddetto Braccio Spirale Locale (che oggi comprende le Pleiadi e la Nebulosa di Orione) a 25000 anni-luce dal Nucleo Galattico (più o meno a metà della distanza tra il centro e la periferia della Galassia) c’era una nube di gas dal diametro di qualche anno-luce. La nube era un pò più densa del gas circostante, e probabilmente aveva cominciato da tempo il lento processo di concentrazione gravitazionale. È molto probabile che anche non lontano da qui, come in tanti altri punti della Galassia, ci sia stata una supergigante rossa (ultimo stadio evolutivo di una stella massiccia) che è esplosa col duplice risultato: di aggiungere altri elementi pesanti allo spazio circostante e di comprimere con la spinta dell’esplosione la nube di gas, accelerandone il collasso gravitazionale.

Come tutti gli oggetti celesti, questa nube non era immobile rispetto al resto dell’universo. Le sue varie parti presentavano moti più o meno vorticosi governati essenzialmente dalla gravità locale e dalla pressione interna, legata alla temperatura, che dai valori iniziali pressoché nulli era cresciuta con l’aumentare della densità. Nel suo insieme, la nube presentava un certo moto rotatorio rispetto ai corpi esterni. Cadendo su se stessa attorno al suo centro di gravità e riducendo il proprio volume, questo movimento rotatorio dominante diveniva sempre più percettibile rispetto ai singoli moti locali e sempre più rapido, fino a causare l’appiattimento della nube su un disco rotante, con un corpo centrale sempre più pesante per l’afflusso continuo di materia.
Non tutta la materia del disco però era destinata a cadere su quel corpo centrale che sarebbe presto diventato il nostro Sole. Per un corpo che ruota attorno ad un centro di gravità ad una data distanza, esiste una velocità in cui l’attrazione è compensata dalla forza centrifuga. A questa velocità il corpo segue un’orbita stabile intorno all’attrattore (velocità orbitale), mentre i corpi più lenti cadono verso di esso, e quelli più veloci se ne allontanano. Così, mentre il corpo centrale cresceva e cominciava a scaldarsi fino al punto di diventare una stella, nel grande disco intorno ad esso avveniva una selezione che privilegiava i corpi che avevano la velocità “giusta” rispetto alla loro distanza dal corpo centrale. Non solo, ma l’attrazione gravitazionale reciproca dei corpi che componevano il disco facilitava l’accrescimento dei corpi maggiori che inglobavano quelli minori: aveva luogo la formazione dei pianeti.

Oggi, a distanza di quasi cinque miliardi di anni, i pianeti che sono ancora in orbita sono stabili. Lo spazio dell’odierno sistema solare è molto più pulito rispetto a quando il sistema era giovane e il cielo era pieno di detriti, massi, meteoriti, planetoidi, pianetini.
L’appiattimento del disco protoplanetario e le collisioni che hanno operato la selezione il cui risultato oggi permette l’esistenza della Terra e della vita, è stato particolarmente efficace per la regione molto prossima al Sole e cioè la regione in cui era densa la materia collassata e il moto di rivoluzione intorno alla protostella era più rapido. Secondo la nota legge di Keplero , la velocità orbitale diminuisce all’aumentare della distanza dal centro: vale a dire, il moto orbitale è tanto più lento quanto più ci si allontana dal Sole.

A distanze relativamente più grandi, oltre l’orbita di Nettuno , i moti sono più lenti, la densità dei corpi è minore, anche se forse c’è ancora, dispersa in uno spazio enorme, una grande quantità di materia sotto forma non solo di gas interstellare, ma anche di corpi solidi, rocciosi. Ci sono indizi che suggeriscono l’ipotesi dell’esistenza della nube di Oort , cioè di un enorme guscio sferico di detriti, gas e polveri, resto remoto della nostra nube-madre primordiale, che circonda il Sistema Solare.

A grandi distanze non c’è stato un forte processo di accrescimento per collisioni come vicino al Sole. Se vi sono pianeti, essi sono mediamente più piccoli e più difficili da vedere, anche perché scarsamente illuminati da un Sole molto lontano: oltre cinquanta volte di più della distanza Sole-Terra. Lo stesso Plutone è più piccolo della Luna, e il corpo appena scoperto, Sedna ( n. 39) , è ancora più piccolo e tre volte più lontano. Perché chiamarlo Sedna, col nome di una dea del mare? Forse perché la dea è esquimese, e il mare artico richiama l’immagine di spazi freddi e desolati, con un sole fioco. Mai così fioco come deve apparire il Sole dalla superficie scura di quel nostro compagno lontano.

domenica 26 luglio 2009

Inferni fiscali

di Rodolfo Roselli*

Con il termine paradiso fiscale s'intende un paese ove il carico fiscale sugli investimenti o sui depositi è minimo o addirittura nullo, ebbene se esiste un paradiso fiscale per contro esistono allora paesi da definire inferni fiscali, ove le tasse si accaniscono sia sui redditi che sugli investimenti, e sono degni di essere chiamati tali anche perché, di tutta questa massa di denaro estorta, non se ne vedono i benefici.

Inutile dire che il massimo inferno fiscale in Europa è l'Italia , che per quanto riguarda le tasse sul lavoro è al primo posto con una aliquota del 44%. E il titolo d'inferno fiscale se lo merita sul serio perché non solo supera largamente la media dei 27 stati dell'unione europea(23,5%), ma anche la media dei 16 paesi appartenenti all'eurozona.(25,9%). A questo si aggiunge che, mentre queste medie negli anni tendono a diminuire, da noi una riduzione delle imposte è solo un sogno.

Parliamoci chiaro, il risultato è che tutto questo significa semplicemente disoccupazione, abbassamento del PIL, riduzione delle esportazioni. Una cosa tanto ovvia che non meriterebbe di essere sottolineata neanche dal fatto che, di conseguenza, il costo del nostro lavoro è circa il 5% più alto della Germania, 13% più della Spagna, 18% più della Gran Bretagna, circa 20% più dell'Irlanda. Queste cifre non solo ci dicono che i nostri prodotti, almeno solo per questo fatto, costano di più, ma significa dire che è pienamente giustificata la delocalizzazione delle nostre aziende all'estero, dove esistono inferni fiscali meno inferni del nostro, e che non deve destare meraviglia se le aziende estere si guardano bene dal collocarsi in Italia, vanno altrove.

Se poi a tutto questo quadro infernale aggiungiamo il fatto che l'Italia detiene il primato europeo del debito pubblico, cioè il 113% rispetto al PIL, che costituisce un debito permanente su ogni testa di circa 30.000 euro, neonati compresi, e che nessun governo è mai riuscito a ridurlo,allora veramente ci si domanda da quali mani da decenni è gestita la nostra economia, perché questi risultati disastrosi non sono solo di oggi, ma solo il risultato dell'accumulo di errori, incompetenze e malversazioni di vecchia data. Qualcuno potrebbe obiettare che siamo in un periodo di crisi finanziaria, ma lo sono anche gli altri paesi che ci precedono in questa desolante classifica, paesi che addirittura, come il Belgio, sono riusciti a ridurre notevolmente il loro debito pubblico, mentre da noi è solo in grado di crescere.

(...)

Ma poi abbiamo ben chiaro dove siano i paradisi e le evasioni fiscali? Se vogliamo avere una prova di quanta doppiezza esista sia nelle dichiarazioni dei politici, e sia sull'affidabilità delle notizie divulgate da alcuni organi d'informazione, possiamo riferirci all'evasione fiscale di capitali italiani verso l'estero recentemente messa in evidenza, solo perché deve servire come "buttafuori" dello scudo fiscale ter, gli altri due quasi falliti.

Sulla stampa sono apparse notizie come "sono triplicati, rispetto al 2007, i redditi non dichiarati scovati dalla guardia di Finanza" oppure "all'estero evasi 5 miliardi", oppure "nel G20 lotta ai paradisi fiscali off-shore", oppure "abolire il segreto bancario" e così via. Indubbiamente la Guardia di Finanza fa il suo dovere e tra finte residenze e organizzazioni fasulle, e includendo anche i controlli frontalieri e di riciclaggio, nel 2008 ha individuato circa 15 miliardi di euro imponibili all'estero. Queste cifre fanno veramente impressione, anche perché si può dedurre che la realtà sia ben più rilevante, ma poi tra la loro individuazione e il reale beneficio per il fisco, la strada non è agevole. Infatti contro veti,segreti e mancata collaborazione si deve spesso ricorrere alla rogatoria internazionale, ove possibile, e comunque abbiamo tempi lunghissimi per le procedure.

Ma qui salta fuori la ciliegina sulla torta, perché peccato che sia stata istituita dalla Comunità Europea una ritenuta dello 0,44% su ogni capitale depositato all'estero con la quale viene garantita la totale segretezza nei confronti del fisco del proprio paese, segreto bancario europeo. Infatti il paese che ospita il conto in questione ,preleva il 15% degli interessi maturati, ne distribuisce i tre quarti in Europa, e in cambio blocca sul nascere ogni indagine dello stato dal quale i capitali provengono. Questa ritenuta nel 2007 applicata in alcuni paesi europei ha fruttato circa 880 milioni di euro ,il che dimostra che approssimativamente circa 200 miliardi di euro sono nascosti all'estero,e circa 6 miliardi di relativi interessi pagati, il che fa impallidire i 5 miliardi sopra segnalati. Ma c'è anche spazio per i furbi di aggirare totalmente questa ritenuta che tutela completamente l'anonimato dei conti correnti esteri, perché è una scelta che fa il privato,e se non desidera pagarla è sufficiente che dichiari che ha comunicato i dati al suo paese d'origine.

Ecco perché la vera ragione con la quale si tenta con lo scudo fiscale una sorta di azione di bonario convincimento, perché la stessa Europa non ha intenzione di collaborare. Ma l'estensione vera della quantità di capitali nascosti per questa via è molto più ampia di quello che si possa credere, perché questa ritenuta riguarda solo i conti delle persone fisiche , e quindi basta creare una piccola società nel paese che ospita il conto e la ritenuta non è più applicabile. Ma non basta, perché anche senza ricorrere alla costituzione di una impresa, è sufficiente evitare il deposito bancario e scegliere un qualsiasi investimento alternativo, perché anche in questo caso la ritenuta non è applicabile. Anche i denari appartenenti alle fondazioni, che non hanno finalità assistenziali, possono eludere questa ritenuta e mantenere l'anonimato. E' vero che esiste, nella Comunità Europea, una proposta inviata al Consiglio (dei ministri, ndr) d'Europa, che se approvata, dovrebbe rimediare in parte a questo problema, ma i tempi realizzativi sono lunghi e lo sviluppo è complesso, perché ovviamente le prime danneggiate sarebbero proprio le banche e gli istituti finanziari che ospitano questi conti ,e che metteranno in atto tutti i cavilli per svuotare di significato ogni azione.

Comunque, alla base di tutto, il vero grande problema è la crescente ingordigia fiscale di ogni paese che non riesce mai a farsi bastare i soldi che preleva, e che inasprendo la sua esosità ,spinge chi può, a trovare astuzie sempre più sofisticate di difesa. E' una guerra incessante che, come tutte le guerre, consuma risorse da entrambe le parti, in una competizione che deve solo dimostrare chi è più furbo , ma che poi arriva ad ottenere solo in trascurabile parte, gli obiettivi che si prefigge. Però tutto serve a far credere agli onesti che vale la pena di esserlo, perché solo in questo modo è possibile finanziare il fisco, perché i disonesti riescono sempre, anche con la complicità di regole legali, a non farlo.

E poi andiamo a cercare le evasioni fiscali all'estero, ma perché non diamo una più attenta occhiata e certi tipi di evasioni fiscali dei quali nessuno osa parlare? Ci si meraviglia dei conti segreti svizzeri, o dei paradisi fiscali, ma in Italia la segretezza dei conti esiste di fatto, per impedire al pubblico di poter sapere come vengono spesi i propri denari. In qualunque condominio non vi sono problemi per conoscere la remunerazione percepita dall'amministratore e le cifre relative al bilancio preventivo e consuntivo, e questo non solo perché esiste un obbligo per legge, ma perché il buon senso insegna che chi non ha problemi con la sua coscienza ed amministra soldi non suoi, non ha problemi nel produrre tutti i dati necessari per dimostrare la sua condotta onesta.

Evidentemente chi è restio a farlo, non possiede un bilancio è trasparente, e trasparenza significa anche onestà, responsabilità e merito, e quando si tratta, come nel caso dei bilanci comunali di soldi pubblici, opacità significa anche meritare la sfiducia dei cittadini. Purtroppo almeno il 20% dei comuni italiani hanno bilanci misteriosi, emolumenti ai sindaci e ai consiglieri comunali segreti, e il resto, tranne poche eccezioni, presentano bilanci talmente difficili da capire da incitare volutamente a non leggerli. E' evidente che se tutto questo avvenisse in un condominio l'amministratore rischierebbe di essere messo alla porta, ma nei comuni italiani se i cittadini, in occasione di elezioni amministrative desiderassero sapere se il comune ha amministrato bene le risorse, resterebbero delusi, perché tutto è segreto e misterioso.

Tutto questo in aperto contrasto con gli standard europei che fanno della trasparenza dei bilanci comunali un fatto di ordinaria amministrazione, da non mettere neppure in discussione. Ad esempio in Inghilterra se si desidera conoscere lo stipendio del proprio sindaco basta entrare via internet nella pagina del "major of London" per trovare non solo la biografia dettagliatissima del proprio sindaco ma anche la tabella del "salary of major" con non solo il salario del sindaco, quello del suo vice, quello del presidente dell'assemblea comunale e quello dei consiglieri. Basta invece andare nei siti dei comuni italiani per imbattersi in valanghe di informazioni marginali ed inutili , ma mai sulle cifre dei compensi, non solo degli amministratori del comune ma nemmeno di quelli degli amministratori delle loro società controllate , e questo sarebbe un obbligo di legge, ma degli obblighi di legge gli enti locali se ne infischiano.

Analoga situazione si trova nella pubblicazione dei bilanci, come dimostra una indagine UIL del 2008 che ha rivelato che su 104 comuni capoluogo, esaminati, soltanto il 69% ha messo sul sito il bilancio di previsione, e su 72 comuni solo 24 hanno pubblicato anche il bilancio consuntivo, ma di questi almeno la metà lo ha posizionato in una pagina interna del proprio sito, difficilmente accessibile al pubblico. I siti più difficili e misteriosi da consultare sono risultati i comuni di Ancona, Avellino, Bari, Cagliari dove il percorso per arrivare al documento è complesso e scoraggiante, e anche quando il bilancio è facilmente accessibile la comprensione delle cifre diviene impossibile perché annegato in un mare di pagine di rendiconto e di rimandi. Tutti i comuni si preoccupano di precisare che la pubblicazione del bilancio su internet non è obbligatoria e neppure i compensi dei sindaci e assessori, il che ci fa sapere che solo un obbligo potrebbe essere necessario per ottenere un semplice gesto di buona educazione nei confronti degli amministrati, e se è necessario invocare l'obbligo…. gatta ci cova!

Ma anche quando esiste l'obbligo, questo viene totalmente disatteso. Due adempimenti obbligatori per legge sono la pubblicazione dell'elenco degli incarichi e delle consulenze esterne e l'elenco degli amministratori delle società partecipate, cose prescritte dalla finanziaria 2007. ma almeno il 35 % degli enti locali hanno ignorato questo obbligo,e naturalmente nessuno lo fa rispettare, perché normalmente i controlli non si fanno. Ma la dimostrazione che non esisterebbe alcuna difficoltà a pubblicare in trasparenza le informazioni per il cittadino , ma tutto questo dipende solo dalla buona o mala fede degli amministratori, la si trova, ad esempio, nel Comune di Trento, che pubblica sistematicamente la comparazione tra obiettivi e risultati, inserisce grafici chiarificatori e riassuntivi degli scostamenti tra budget e consuntivi, dando anche le relative motivazioni. Ma tuttavia anche Trento, come gli altri comuni é carente sulla indicazione delle strutture di controllo e del lavoro da queste svolto. Ma del resto il controllo di gestione e le verifiche reali su obiettivi e risultati sono considerati elementi di poca importanza e del tutto trascurati da queste amministrazioni.

Il motivo di tutto questo non è semplice dimenticanza, ma è ben altro, e infatti permette invece la valutazione di manica larga che le amministrazioni riservano a se stesse. Nel 2007 il 75% dei dirigenti dei capoluoghi italiani ha ottenuto dai nuclei interni di valutazione il voto più alto, e quindi la quota massima di indennità di risultato, dunque per avere più soldi si danno il voto da soli.Sono giudizi che nascono solo da descrizioni formali dell'attività, senza verifiche quantitative sui risultati, e si basano spesso su interviste fatte ai diretti interessati che, le proprie pagelle se le compilano da soli. Il risultato è che, i cittadini devono sapere che , tra il 2005 e il 2007, tutti i 550.000 dipendenti di regioni ed enti locali hanno avuto passaggi di grado o incrementi di stipendio perché considerati tutti dei geni. Ma è evidente che nessuna azienda privata aspirerebbe ad avere questi geni, per non rischiare il fallimento istantaneo.

Come si vede il Ministero delle Finanze se volesse colpire l'evasione fiscale potrebbe giocare in casa, ma siamo sicuri che lo voglia fare?

* intervento su Radio Gamma 5 del 22.7.2009 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdi in diretta dalle ore 19,00

Lettori fissi