mercoledì 16 settembre 2009

11/9: La verita' avanza, nonostante tutto

di Giulietto Chiesa - Megachip - 16 settembre 2009
Sono trascorsi 8 anni da quel tragico 2001 e ancora non conosciamo la verità su quello che accadde l’11 settembre. Invero sappiamo sempre di più, ma per conto nostro, tutti quelli che caparbiamente insistono per cercare la verità, mentre il mainstream continua a tacere, seppure le crepe nel muro del silenzio aumentino.

Chi, come noi, dubitò fin dall’inizio sulle versioni che via via vennero fornite al pubblico dalle autorità americane fu immediatamente bollato come “complottista” (ed è stato questo, in questi anni, l’epiteto più gentile) e, naturalmente, “antiamericano” Cioè furono definiti complottisti quelli che cercavano di smascherare il complotto, non quelli che lo costruirono. Per quanto concerne l’antiamericanismo, si tratta del solito trucco - tecnicamente diversion - di far guardare il dito che indica la Luna invece della Luna.

Eppure i nostri dubbi (parlo al plurale perché sono dubbi condivisi, stando ai sondaggi, dal 53% degli stessi americani) non solo non sono stati dissipati, ma sono col tempo diventati una serie di certezze, mentre altri dubbi, e interrogativi, sono emersi in gran numero su cose che prima non sapevamo, non avevamo visto, non sospettavamo neppure che esistessero. Questo grazie al fatto che in tutto il mondo esistono dei punti di rilevazione, di analisi e raccolta dati, che continuano incessantemente a funzionare e a comunicare ciò che scoprono.

Non intendo qui ripercorrere tutte le analisi che noi (i creatori del Film “Zero”, gli autori del libro “Zero” insieme a migliaia di altri) abbiamo promosso e realizzato. So bene che attorno ad essere vi sono state e vi sono accese discussioni e che piccoli drappelli di più o meno sprovveduti e interessati debunkers sono operativi nel tentativo, spesso maldestro - quasi sempre con intenti calunniatori e non di verità – di contestarle.

Ma io voglio fare riferimento ai dati nuovi che sono emersi dopo il lavoro della Commissione che fu istituita con legge speciale alla fine del 2002 (vincendo l’aspra resistenza della Casa Bianca di Bush, Cheney, Rumsfeld, Rice) e che emise il suo ridicolo e al tempo stesso gravissimo verdetto – adesso lo sappiamo con assoluta certezza – alla fine dell’estate del 2004.

Mi riferisco soprattutto a tre libri, tutti e tre usciti negli Stati Uniti, ad opera di autori americani, in due dei tre casi protagonisti personalmente, nel terzo caso di un osservatore qualificato e tanto “imparziale” da sfiorare in più punti la soglia dell’ingenuità, se non del ridicolo. E tuttavia molto bene documentato per quanto concerne i fatti reali. Cioè, proprio per la sua apparentemente candida decisione di non concedersi nemmeno le più ovvie e inevitabili deduzioni, straordinariamente interessante e rivelatore.

Parlo – a proposito di questo terzo autore – del volume di oltre 500 pagine (edizione italiana) scritto da Philip Shenon, uscito nel 2008 e rimasto per settimane in testa alle classifiche di vendita negli Stati Uniti con il titolo “The Commission”. Shenon è corrispondente del «New York Times», è considerato uno dei più autorevoli reporter investigativi statunitensi, e non ha certo scritto quello che ha scritto senza consultarsi con il suo giornale e con il suo editore, dai quali aveva ricevuto l’incarico di seguire, passo passo, il lavoro della Commissione. Dunque Philip Shenon esprime l’opinione e i sentimenti di una parte non secondaria dell’establishment e del giornalismo americano.

Quanto sia pesante il contenuto di ciò che scrive lo dice il titolo che l’autore ha consentito venisse dato all’edizione italiana (Piemme, Milano 2009): “OMISSIS - Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”. Ma tornerò su alcune “rivelazioni” più avanti. Non senza avere rilevato (ecco perché ho messo le virgolette) che si tratta di un riconoscimento tardivo e reticente di molte cose che noi avevamo rivelato, senza virgolette, assai prima di Shenon. E quando dico “noi” dico i moltissimi, in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti, che ci hanno preceduto e accompagnato in questi anni nella ricerca della verità sull’11 settembre.

Gli altri due libri citati sono “Against all Enemies” (2002) di Richard Clarke, colui che guidò l’intera materia della caccia a bin Laden, con Clinton, fino ai primi mesi di Bush Junior, il coordinatore della lotta al terrorismo e che fu seccamente liquidato da Condoleeza Rice appena arrivata al potere. E “Without Precedent” (2006), il cui autore è niente meno che uno dei due presidenti della Commissione che produsse il definitivo (e, ripeto, sbalorditivo) rapporto finale della Commissione, il “9/11 Commission Report” (Da ora in avanti Report). Nessuno di questi due libri è ancora uscito in edizione italiana.

Ebbene, è proprio Hamilton, democratico, che denuncia ora, a misfatto compiuto, come la Commissione sia stata fuorviata da “informazioni non attendibili”, e sia stata impedita nell’accesso a documenti essenziali all’indagine, inclusi i verbali degl’interrogatori di Khaled Sheikh Mohammed (KSM). Scrive Hamilton: “Noi (…) non avemmo alcun modo di valutare la credibilità dell’informazione del detenuto. Come potevamo affermare se un tale di nome Khaled Sheikh Mohammed (…) ci stava dicendo la verità?” (“Without Precedent”, pag 119). Adesso, nel 2009, sappiamo che quella confessione fu estorta con la tortura e dunque che essa non ha alcuna validità, di fronte a nessun tribunale, nemmeno di fronte a un tribunale militare americano.

Ma anche nella sua palese invalidità di principio, quella confessione contiene una presunta “verità” alla quale gl’inquirenti della CIA hanno detto di credere (e non stupisce visto che, con ogni probabilità, essi stessi l’hanno inventata, estorcendola con la tortura all’inquisito). Questa verità contraddice platealmente l’attribuzione della paternità degli attentati dell’11 settembre a Osama bin Laden, visto che KSM confessa la paternità di questa e di una trentina di altre operazioni terroristiche in ogni parte del mondo, fino alla famosa “Operazione Bojinka”. Nello stesso tempo Osama, il most wanted terrorist non è accusato dall’FBI per gli attentati dell’11 settembre ma solo di quelli delle due ambasciate americane in Africa, del 1998. E, in ogni caso, nessun procedimento penale è mai stato aperto nei suoi confronti. E sono passati undici anni!

Eppure, nonostante questa massa di incongruenze, il Rapporto lo indica come il responsabile dell’11 settembre. Hamilton, nel suo libro, tace completamente sull’intera questione. Sulla quale il deputato democratico giapponese, Yukihisa Fujita gli ha inviato una lettera con esplicite domande (che qui verranno tra poco richiamate) su questa e altre faccende concernenti incongruenze e omissioni contenute nel Rapporto, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Mentre altre, molte domande rimangono aperte a minare alla radice tutta l’inchiesta.

Tra queste il ruolo giocato dal Direttore Esecutivo della Commissione, Philip Zelikow. L’elenco delle malefatte provate di Zelikow è opera di Philip Shenon ed è davvero impressionante. Shenon non ha inventato niente; ha intervistato «quasi due terzi degli 80 membri dello staff» della Commissione e ha raccolto «le dichiarazioni di quasi tutti i dieci commissari». Otto per la precisione perchè due di loro, i repubblicani Fred Fielding e James Thompson, rifiutarono di farsi intervistare. Shenon spiega anche perché «in qualsiasi rapporto sul lavoro del governo, soprattutto per quanto riguarda i servizi segreti e le informazioni classificate, è quasi sempre necessario ricorrere a fonti che non possono essere identificate per nome». Esse infatti «avevano ottime ragioni perché i loro nomi non comparissero. Dopo che la Commissione chiuse i suoi battenti nell’agosto 2004, molti membri dello staff ripresero i rispettivi lavori alla CIA, al Pentagono, o nelle agenzie governative e avrebbero rischiato di perdere il posto, o addirittura di finire sotto processo, se si fosse scoperto che avevano parlato con un giornalista».

Con ciò, sia detto per inciso, facendo giustizia della domanda più sciocca con cui spesso mi è toccato di scontrarmi: «Come è possibile che nessuno (dei tantissimi che hanno preso parte all’operazione) abbia parlato?», poiché l’operazione di insabbiamento e falsificazione è sempre parte integrante dell’insieme , come in tutte le operazioni di terrorismo di Stato, possiamo affermare che la risposta corretta nega la domanda. Infatti c’è un sacco di gente che “ha parlato”, eccome ha parlato! E ci sono stati decine di testimoni che hanno parlato, ma sono stati cancellati. E altre decine di testimoni a conoscenza dei fatti non hanno potuto parlare perché qualcuno ha deciso di non ascoltarli. Così il grande pubblico non ha saputo nulla perché molto è stato eliminato dal pubblico discorso prima ancora di venire pronunciato , ma anche perché attorno alle dichiarazioni di coloro che, accidentalmente, hanno potuto parlare, è stato innalzato un muro di silenzio, che il mainstream informativo ha rispettato scrupolosamente.

Torniamo dunque all’ingegnere esecutivo di questa altamente sofisticata operazione di diversione e d’inganno: il già citato Philip Zelikow. Il quale fu nominato alla guida della Commissione in chiara violazione della legge che la istituiva, che escludeva categoricamente tutti coloro che avessero avuto conflitti d’interesse, cioè che potessero essere in qualche modo collegati con l’Amministrazione di Washington. È evidente, già da questo dettaglio che la Commissione avrebbe dovuto indagare in quella direzione. Ma non indagò e, per quel poco, lo fece proteggendo coloro che avrebbero dovuto essere obbligati a dare le informazioni essenziali e non le diedero.

Zelikow aveva un mare di conflitti d’interesse.

Da Shenon veniamo a sapere che Zelikow non rivelò, o nascose:

a) I suoi stretti rapporti, precedenti e in atto, con Condoleeza Rice (scrissero perfino un libro insieme).

b) La sua partecipazione come consigliere della Rice nella transizione al nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

c) Di essere l’autore – sempre su incarico della Rice – del documento del 2002 che tracciò le linee della nuova Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, includendovi l’idea dell’attacco preventivo e che fu usato da Bush per giustificare la guerra contro l’Iraq.

d) Che non cessò mai – sebbene avesse promesso di farlo – i suoi contatti con la Casa Bianca. Ci sono le prove (Shenon, “The Commission”, pagg. 106-107; 173-174) che continuò a consultarsi con Condoleeza Rice e con Karl Rove, principale aiutante di Dick Cheney.


Da Hamilton sappiamo anche (“Without Precedent, pag 270) che Zelikow

a) Aveva già scritto per conto proprio uno schema del Rapporto, prima ancora che la Commissione cominciasse i suoi lavori, mentre sappiamo da Shenon (pag 389) che

b) questo schema era molto dettagliato con “titoli dei capitoli, sottotitoli e sotto-sottotitoli” e che l’esistenza di questo schema fu tenuta segreta perfino allo staff della Commissione, per non parlare dei dieci commissari che furono tenuti all’oscuro di tutto.


Sappiamo ancora da Hamilton (pag 281) che

a) era Zelikow a decidere cosa si doveva e cosa non si doveva investigare, mentre da Shenon sappiamo che

b) Zelikow riscrisse personalmente tutti i capitoli «dall’inizio alla fine».

Sulla base di tutto questo, e di molto altro che qui non possiamo riassumere, Shenon si permette uno dei rari momenti in cui esprime un giudizio riassuntivo personale: Zelikow «era una talpa della Casa Bianca, che passava informazioni all’Amministrazione sulle scoperte della Commissione». E che «si servì della Commissione per promuovere la guerra contro l’Iraq».

Sempre da Shenon veniamo a sapere che «lo staff della Commissione sapeva che la Rice aveva mentito (…) per quasi un anno sul contenuto» del PDB (Presidential Daily Briefing) del 6 agosto 2001 dove la CIA annunciava a breve un attacco terroristico in tutto e per quasi tutto simile a quello che sarebbe avvenuto un mese dopo.

Alla luce di tutto questo, e di molto altro come vedremo tra poco, resta il mistero di come sia possibile che qualcuno ancora creda alla sincerità del Rapporto. Senza dimenticare, per altro, che sia Kean che Hamilton, a loro volta, come ben risulta dall’indagine di Shenon, erano responsabili di avere affidato a Philip Zelikow il controllo totale delle indagini ed essi stessi abbiano dimostrato, con i loro comportamenti pratici, con i loro voti, con le loro omissioni, di essere in combutta con la Casa Bianca.

Basti pensare che nessun mandato formale di comparizione fu spiccato fino al 14 ottobre 2003 (cioè i due presidenti si erano messi d’accordo con Zelikow e la Casa Bianca, che non avrebbero disturbato nessuno costringendolo a testimoniare e a fornire documenti essenziali all’indagine). Basti ricordare che nessuno dei più alti responsabili dell’Amministrazione fu sentito sotto giuramento; che Kean e Hamilton accettarono sistematicamente i limiti che Bush e Cheney, tramite Zelikow e l’attorney general Gonzales, ponevano al rilascio dei documenti essenziali. Nessuno stupore, dunque se il Comitato dei familiari delle vittime conclude (Shenon, pag 283 edizione italiana) che «la commissione ha seriamente compromesso la possibilità di condurre un’indagine indipendente, completa e libera».

Ma ancora non è tutto. Hamilton (pag 261) scrive che ufficiali del NORAD in «pubbliche udienze» della Commissione «diedero una descrizione falsa dell’11/9», che «confinava con l’intenzione di voler ingannare». Si noti la delicatezza di quel “confinava”.

In realtà risulta dagli atti e dall’analisi che il NORAD mentì platealmente alla Commissione dopo averle nascosto, per mesi e mesi, le registrazioni di cui disponeva e che erano assolutamente essenziali per capire la dinamica degli avvenimenti.

Inoltre si aggiunga (Shenon, pag. 205) che Zelikow, oltre alle altre evidenti operazioni di copertura e distorsione già sottolineate, era stretto amico di Steven Cambone, a sua volta «l’aiutante più vicino a Donald Rumsfeld». Nonostante tutto questo la Commissione, segnatamente i due presidenti Kean e Hamilton, non fa una piega e accetta i nastri del NORAD che scagionano il Pentagono (perché da essi risulterebbe che la Difesa non era stata informata per tempo dalla Federal Aviation Administration) senza neppure porsi la questione se quei nastri potessero essere stati falsificati. Ingenuità o complicita?

La lista delle menzogne, dimostrate tali dai documenti ma accettate come fatti dalla Commissione e finite direttamente nel Rapporto scritto da Zelikow e firmato da Kean e Hamilton, è lunga e dettagliata. Una di queste riguarda i movimenti di Donald Rumsfeld quella mattina. Secondo Richard Clarke, Rumsfeld stava partecipando, di persona, a una video conferenza alla Casa Bianca che era cominciata alle 9:15 circa. Il rapporto dice invece che, in quei minuti, Rumsfeld era nel suo ufficio e andò alla Casa Bianca solo dopo le 10:00. Il Rapporto ignora la versione di Clark, sebbene il suo libro, “Against all Enemies”, fosse già in vendita dal 2002. Cioè Zelikow non crede a Richard Clarke. Ma rifiuta di esaminare le registrazioni di quella video conferenza, che avrebbero dimostrato qual era la verità. Tutto inspiegabile, o spiegabile solo con la volontà di coprire i comportamenti del segretario alla Difesa.

La stessa cosa avviene con la descrizione del Rapporto circa i movimenti del generale Richard Myers, che comandava la difesa aerea degli Stati Uniti in quelle ore. Clarke è precisissimo in merito (pagg. 4-5 del suo libro) raccontando che Myers partecipò alla video conferenza e citando addirittura le sue parole, pronunciate alle 9:28: «Otis ha lanciato due uccelli verso New York. Langley sta cercando ora di mandare in volo altri due». Ma di tutto questo non c’è traccia nel Rapporto che afferma invece che Myers era in quel momento in Campidoglio, a colloquio con uno dei futuri membri della Commissione, il democratico Max Cleland. Il mondo di Washington è piccolo. Sarebbe bastato chiedere conferma al commissario Cleland per sbugiardare Richard Clarke. Ma Zelikow non ha perso tempo. Clarke è stato cancellato senza fare alcuna verifica: né interrogando Cleland, né esaminando la registrazione della video conferenza.

Stessa, identica operazione per quanto concerne i movimenti del vice presidente Dick Cheney. Il Rapporto contraddice qui non solo Clarke ma anche il Segretario ai Trasporti Norman Mineta, e perfino quanto Cheney in persona raccontò a Meet the Press cinque giorni dopo l’11 settembre. Yukihisa Fujita, nella citata lettera a Hamilton, espone con precisione implacabile tutte le incongruenze temporali contenute nel Rapporto. E formula la domanda: come mai Hamilton e Kean, data la comprovata disonestà di Zelikow (che essi, come emerge dal libro di Shenon, già perfettamente conoscevano), non solo non hanno rivisto il Rapporto, ma, dopo la sua pubblicazione, non hanno reso pubblico il loro eventuale dissenso?

A queste domande non è venuta, per ora, alcuna risposta. Ma noi possiamo qui riassumere ciò che emerge: Zelikow ha intenzionalmente oscurato le posizioni e i movimenti delle tre figure chiave dell’Amministrazione e della Difesa degli Stati Uniti in quel momento a Washington: Cheney, Rumsfeld e Myers.

Infine (ma ripeto che queste sono solo gocce nel mare delle falsificazioni intenzionali e preterintenzionali) c’è la faccenda delle telefonate via cellulari partite dagli aerei dirottati. Queste telefonate fecero il giro del mondo, aggiungendo angoscia e sconcerto alla già tremenda emozione generale. Dunque furono molto importanti ai fini della creazione dell’opinione pubblica, anzi della paura e dell’indignazione collettiva. Il Rapporto le considera valide, cioè le legittima. Ma, ciò facendo, mostra di ignorare del tutto un documento dell’FBI che afferma che ci furono «soltanto due» telefonate da cellulari dai quattro aerei dirottati. Entrambe dal volo UA-93 (quello che “cadde in Pennsylvania”: una da una hostess e un’altra da un passeggero che chiamò il numero 911. Questo rapporto dell’FBI fu reso pubblico nel 2006 durante il processo contro Zakharias Moussaoui ed è leggibile su internet (http://www.vaed.uscourts.gov/notablecases/moussaoui/exhibits/prosecution/flights/P200054.html). Conosceva la Commissione questo rapporto quando chiuse i suoi lavori, nell’estate del 2004? C’è un file , anche questo leggibile su internet (http://www.archives.gov/legislative/research/9-11/staff-report-sept2005.pdf), datato 26 agosto 2004, dal quale emerge (cito qui il testo della lettera di Fukihisa Fuijta a Kean e Hamilton) che «la Commissione aveva ricevuto il documento nel 2004 perché questo report dello staff parla anch’esso di soltanto due telefonate da cellulari, sebbene l’opinione comune (in quel momento, ndr) fosse ancora che molte telefonate da quel volo (UA-93, ndr) , inclusa quella di Tom Burnett, fossero state fatte da cellulari».

Il deputato giapponese così continua: «Se voi replicherete, alla luce del fatto che questo rapporto dello staff è datato 26 agosto, che la Commissione lo ricevette dall’FBI solo dopo la pubblicazione del Rapporto, perché non rendeste nota una vostra pubblica dichiarazione in merito a questa rilevante nuova circostanza? Perché lei (signor Hamilton, ndr) non ne ha riferito in “Without Precedent”? O si tratta di un altro pezzo di informazione che vi fu sottratto da Philip Zelikow?»

La faccenda delle telefonate da cellulari è più clamorosa e rivelatrice di quanto possa sembrare a prima vista, perché moltiplica il numero dei bugiardi e del falsi testimoni che dovrebbero essere nuovamente interrogati, questa volta sotto giuramento e, se del caso, incriminati.

Uno di questi è, con ogni evidenza, Ted Olson, marito di Barbara Olson, il quale raccontò a stampa e televisioni di avere ricevuto ben due telefonate cellulare della moglie, a bordo del volo AA-77, la seconda delle quali tra le 9:16 e le 9:26. Il Rapporto ufficiale prende tutto per buono, ma il rapporto citato dell’FBI è categorico: non ci fu alcuna telefonata da cellulare dal volo AA-77 (quello del Pentagono). Barbara Olson tentò una sola chiamata che, in base ai tabulati, risultò disconnessa. La sua durata fu infatti di zero secondi.

Tutto quanto fin qui scritto non è farina del sacco dei “complottisti”, a meno di non considerare tali Richard Clarke, o lo stesso Hamilton, per non parlare di Philip Shenon. Per quanto concerne quest’ultimo, dopo averlo sentitamente ringraziato per il suo lavoro, si potrebbe solo aggiungere che spesso dà l’impressione di essere caduto dal pero, tanta è l’ingenuità con cui descrive i calcoli cinici dei protagonisti, di Zelikow, di Kean, di Hamilton.

Ma, forse, più che ingenuità, si tratta di prudenza e di autocensura, per non dover poi affrontare le domande più gravi che sgorgano dalla sua stessa documentazione. È chiaro che egli sostiene la tesi della tremenda incompetenza delle diverse amministrazioni che ebbero a che fare con l’11 settembre, e non intende andare oltre. Ma quello che scrive è comunque sufficiente per gettare nel cestino l’intero Rapporto di Philip Zelikow. E sarebbe sufficiente anche per l’apertura di una serie di procedimenti penali.

Grazie a Shenon per questo. Per il resto la sua pur preziosa raccolta palesa i limiti del giornalismo americano d’inchiesta. Basti la storia, che Shenon racconta - evitando accuratamente di approfondirla – dei due “piloti” presunti del volo AA-77: Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mindhar. Risulta che erano sulla lista TIPOFF del Dipartimento di Stato, di circa 60mila nomi, come “potenziali terroristi”. Lista che risulta essere stata in possesso della FAA e delle compagnie aeree americane. Eppure i due erano entrati negli Stati Uniti con i loro nomi e vi avevano vissuto per quasi un anno. Come possa essere accaduto Shenon non se lo chiede. Forse sarebbe stato utile chiederlo alla CIA, segnatamente agli addetti dell’agenzia che facevano entrare terroristi negli USA a partire dal Consolato americano di Jedda, in Arabia Saudita.

Ma anche qui si arriva all’assurdo, alla farsa: i due avevano vissuto a San Diego, California, nell’appartamento di uno “storico informatore” dell’FBI. Guarda com’è piccolo il mondo: due già sospettati di terrorismo non solo entrano con i loro nomi negli Stati Uniti, ma vanno a finire in casa di Abdusattar Sheikh, che Shenon, in un altro passaggio del suo libro, definisce «informatore di lungo corso dell’FBI».

È ancora possibile parlare, come fa Shenon, di “incompetenza”? È sufficiente questa “incompetenza” per spiegare il silenzio dell’FBI non solo per poco meno di un anno prima dell’11 settembre ma anche per più d’un anno dopo l’11 settembre?

O si può avanzare l’ipotesi di complicità? E non ce n’è abbastanza per aprire un procedimento penale contro Abdusattar Shaikh? Ma dov’è andato a finire costui? Risulta che non fu nemmeno interrogato. Risulta che l’FBI si oppose al suo interrogatorio.

Su altri versanti risulta che il senatore Bob Graham, del Comitato del Senato per l’intelligence, aveva svolto indagini (esistette, prima della famosa Commissione, un’altra indagine del Congresso, sulla quale è caduto il silenzio) dalle quali emergeva che «alcuni funzionari del governo saudita avevano avuto un ruolo nell’11 settembre». Erano 28 pagine di un rapporto assai dettagliato che però «rimasero secretate per motivi di sicurezza nazionale». La Commissione non chiede neppure di vederle. Michael Jacobson, ex legale dell’FBI e funzionario dello staff agli ordini di Philip Zelikow, aveva scoperto che i due “dirottatori” non si nascondevano neppure: «il nome l’indirizzo e il numero di Hazmi si trovavano nell’elenco telefonico di San Diego». Dagli archivi locali dell’FBI è emerso che i due erano sotto controllo, perché si sa che furono ricevuti e ricevettero denaro da un “misterioso” espatriato saudita, Omar al-Bayoumi. Costui non fu mai sentito dalla Commissione. Jacobson scoprì che l’FBI sapeva che i soldi per i due terroristi arrivavano direttamente dalla principessa Haifa al-Faysal, moglie dell’ambasciatore saudita a Washington. Nel Rapporto non c’è traccia di tutto questo.
Come si suol dire, tre indizi convergenti sono quasi una prova. Qui, di indizi convergenti, ne abbiamo decine.

Nessun commento:

Posta un commento

Lettori fissi